Polemiche a New York per Vessel, l’edificio-scultura di Thomas Heatherwick

Un dedalo di scalinate alto 45 metri, nel cuore di una delle zone di Manhattan che più si sta trasformando. Non ha altra funzione che creare stupore il nuovo intervento urbano disegnato dall’architetto britannico, che dopo Pier55 rischia di compiere a New York un nuovo passo falso

Vessel di Heatherwick a New York - credit Forbes Massie
Vessel di Heatherwick a New York - credit Forbes Massie

L’istrionico sindaco Bill DeBlasio lo ha annunciato pochi giorni fa: a West Manhattan – in un megalotto di trasformazione urbana che cucirà Chelsea ed Hell’s Kitchen chiamato Hudson Yards, 45 ettari al cui masterplan stanno lavorando architetti del calibro di Diller Scofidio + Renfro, SOM e KPF – verrà realizzata una nuova “struttura urbana”, pronta per il 2018. Un oggetto non ben identificato né nella sua morfologia né nella sua reale funzione, denominato Vessel, che porta la firma di Thomas Heatherwick, il talentuoso designer britannico già noto in città per il progetto Pier55, anche questo fortemente contestato. Voluto da Stephen M. Ross, miliardario presidente della Related Companies, società di real estate di lusso, ha un costo stimato di oltre 150 milioni di dollari. Incastonato tra l’estremità settentrionale della High Line, otto nuovi edifici mixed-use e il parco disegnato da Nelson Byrd Woltz Landscape Architects, Vessel altro non è che una torre alveolare, più simile ad una scultura che ad un’architettura.

UN PROGETTO CHE PARLA ITALIANO
Un oggetto enigmatico, rastremato,  privo di copertura e costituito da 154 corpi scala inanellati tra loro, che intersecandosi delimitano 80 piattaforme panoramiche da cui osservare la città. Una matrice esagonale di base, ripetuta per 16 piani e 45 metri d’altezza, ottenuta grazie ad enormi pezzi prefabbricati in acciaio e bronzo realizzati tailor made a Monfalcone, in provincia di Gorizia. Una plasticità che molto ricorda le architetture impossibili di M.C. Escher, alle quali inconsciamente si ispira, e che ragiona sulle nuove sfide dell’architettura, così come Heatherwick racconta: “Al mio studio è stata commissionata la progettazione di un centro per un insolito lotto a New York. In una città piena di strutture accattivanti, il nostro primo pensiero era che non dovesse essere solo qualcosa da guardare. Abbiamo invece voluto fare qualcosa che tutti potessero usare e toccare. Influenzato dalle immagini che avevamo visto dei pozzi a gradini indiani, l’idea è stata utilizzare rampe di scale, quali elementi costitutivi dell’architettura. Ci siamo chiesti: e se fosse costruito interamente da gradini e pianerottoli? L’idea è che agirà come un set stage gratuito per la città e formerà un nuovo luogo di ritrovo pubblico per i newyorkesi e visitatori”.

UNA SCATOLA VUOTA
Un’idea di architettura 3.0 dunque, inutile nelle sue funzioni primarie, ma palcoscenico di nuove performance metropolitane, fatte da esperienze in tempo reale. La committenza proprio questo chiedeva: che l’oggetto divenisse landmark, icona, immagine capace di strappare il primato a torri come il Rockefeller Center. Vessel non protegge, non delimita, non racchiude. Si imporrà piuttosto nell’immaginario, per il suo essere, sfrontatamente, un gadget a scala urbana, una piattaforma social sul territorio, un hashtag, una promenade che assicura insolite prospettive. E che incassa già prima della sua realizzazione gli strali del New York Times, che l’ha prontamente ribattezzata, citando i Led Zeppelin “a starway to nowhere”.

– Giulia Mura

www.heatherwick.com

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Giulia Mura
Architetto specializzato in museografia ed allestimenti, classe 1983, da anni collabora con il critico Luigi Prestinenza Puglisi presso il laboratorio creativo PresS/Tfactory_AIAC (Associazione Italiana di Architettura e Critica) e la galleria romana Interno14. Assistente universitaria, curatrice e consulente museografica, con una forte propensione all'editoria e allo sviluppo di eventi e progetti culturali, per il magazine PresS/T letter e per il format Archilive ha curato una rubrica sui libri d'architettura. È stata caporedattrice per la rivista araba Compasses e da anni collabora come freelance per testate italiane e straniere; con continuità è presente nella versione online e onpaper di Artribune. È co-founder di Superficial, studio creativo di base a Roma che si occupa di ricerca e sviluppo di progetti incentrati su: comunicazione, immagine, architettura, design, cultura, eventi, branding.

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