Il prezzo del biglietto lo fa il pubblico. Alla Tate Britain per la mostra sul Turner Prize

Ogni martedì “Pay What You Can”: per la mostra che presenta i finalisti del premio sono i visitatori a decidere quanto pagare il biglietto di ingresso. E scatta la campagna di coinvolgimento a mezzo social con l’hashtag #Turnerprizelive

Anthea Hamilton per il Turner Prize 2016, Tate Britain - Courtesy Joe Humphrys © Tate Photography
Anthea Hamilton per il Turner Prize 2016, Tate Britain - Courtesy Joe Humphrys © Tate Photography

L’arte contemporanea è lontana dai gusti del grande pubblico? E così la Tate Britain vara una campagna di promozione per la mostra che presenta i lavori dei finalisti del Turner Prize – inaugurata oggi, 26 settembre – che punta a non lasciare alibi: parte infatti l’operazione “Pay What You Can”, con i visitatori liberi di scegliere da sé il prezzo del biglietto per vedere i lavori di Michael Dean, Anthea Hamilton, Helen Marten e Josephine Pryde e farsi un’idea su chi meriti o meno la borsa da 25mila sterline che a dicembre, in diretta su BBC, verrà assegnata al vincitore.
Un’opportunità da cogliere al volo, ma con qualche limitazione. L’iniziativa è valida solo il martedì, negli altri giorni il biglietto costa per tutti 12 sterline, e la contrattazione può avvenire solo alle casse del museo oppure fissando un ingresso via telefono – niente prenotazioni online, insomma. E considerato che un valore all’esperienza bisogna pur darlo, non vale considerare lo zero come cifra possibile: almeno un penny è necessario sborsarlo…

UNA MOSTRA SOCIAL
Le agevolazioni sul biglietto d’ingresso non sono le uniche iniziative che la Tate Britain ha messo in campo per avvicinare il pubblico a una mostra che si candida ad essere evento social di grande richiamo. Vietato vietare, scelta non così scontata per un museo, le fotografie delle opere esposte. Anzi: i visitatori sono invitati a scattare, filmare, riprodurre e condividere sui social ciò che vedono in mostra marcando l’hashtag #Turnerprizelive, esprimendo i propri commenti e ampliando la base del dibattito ben oltre il parterre dei critici e degli addetti ai lavori. Con i profili social ufficiali del museo che di giorno in giorno selezionano i contributi più interessanti per rilanciarli, allargando la platea dei commenti a livello esponenziale.

LE CHIAPPE DI HAMILTON E I TRENINI DI PRYDE
Facile immaginare che dei quattro progetti in mostra, uno su tutti si candidi a vincere se non il Turner certo la palma del più condiviso e liked (o magari disliked): la mastodontica installazione con cui Anthe Hamilton inquadra una coppia di irriverenti chiappone rivolte allo sguardo dello spettatore, immagine iconica che si inserisce in un progetto espositivo che vede l’artista dare la propria lettura dell’estetica pop che contraddistingue il bagaglio iconografico condiviso. Nel nome di Gaetano Pesce, a cui l’opera costituisce un dichiarato omaggio.
Siamo sul pop spinto anche con Josephine Pryde, che porta in mostra la riproduzione di un trenino dai vagoni variopinti: ogni carrozza è decorata con i tag e i graffiti di street artist che segnano il paesaggio urbano delle città dove l’artista ha vissuto. Una riflessione sul ruolo dell’artista nella società, sul suo essere parte di un contesto, su come e dove nasca il concetto stesso di ispirazione; un lavoro che accompagna una serie di opere pensate come countdown che, dal giorno della nomina per il premio, ha scandito il tempo che ha portato all’opening della mostra.

IL LESSICO FAMIGLIARE DI MARTEN E DEAN
Vale un po’ come lo spin-off della sua partecipazione alla Biennale di Venezia 2015 il progetto di Helen Marten, che prosegue sulla linea già portata in Laguna: rielabora materiali umili, oggetti di uso comune, creando quelli che vengono definiti come “poetici puzzle visuali”, ready made e assemblaggi che restituiscono un immaginario complesso e articolato, ancora una volta connesso in modo diretto con un linguaggio comune e collettivo, una koiné figurativa che si propone come lessico famigliare condiviso. Un tema non dissimile in fondo da quello che segue Martin Dean, pur spingendosi in modo più marcato nella relazione con il linguaggio verbale: le sue sculture aniconiche, realizzate con materiali poveri e di uso comune, danno forma a parole guida, lemmi, concetti. E accompagnano l’opera più “politica” tra quelle esposte per questa edizione del premio: United Kingdom poverty line for two adults and two children: twenty thousand four hundred and thirty six pounds sterling as published on 1st September 2016 presenta la montagna di monete che corrisponde al reddito annuo sotto il quale una famiglia inglese tipo – due genitori e due figli – può dirsi povera. E alla quale è stato sottratto quell’unico penny che fa da confine tra miseria e nobiltà.

– Francesco Sala

27 settembre 2016 – 8 gennaio 2017
Tate Britain
Londra, Millbank SW1P 4RG
www.tate.org

 

 

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Francesco Sala è nato un mesetto dopo la vittoria dei mondiali. Quelli fichi contro la Germania: non quelli ai rigori contro la Francia. Lo ha fatto (nascere) a Voghera, il che lo rende compaesano di Alberto Arbasino, del papà di Marinetti e di Valentino (lo stilista). Ha fatto l'aiuto falegname, l'operaio stagionale, il bracciante agricolo, il lavapiatti, il cameriere, il barista, il fattorino delle pizze, lo speaker in radio, l'addetto stampa, il macchinista teatrale, il runner ai concerti. Ha una laurea specialistica in storia dell'arte. Ha fatto un corso di perfezionamento in economia e managment per i beni culturali, così sembra tutto più serio. Ha fatto il giornalista per una televisione locale. Ha condotto un telegiornale che, nel 2010, ha vinto il premio speciale "tg d'oro" della rivista Millecanali - Gruppo 24Ore. Una specie di Telegatto per nerd. E' molto interista.