Chiude Nosadella.due, la prima residenza artistica a Bologna

Attiva dal 2006 ha prodotto negli anni diversi interventi anche in spazi pubblici urbani, diventando punto di riferimento per la città. La fondatrice Elisa Del Prete non rinuncia a nuovi progetti, partendo da un murale firmato Flavio Favelli

Nosadella.due
Nosadella.due

Suona come un addio, ma andrebbe più che altro vissuto come un arrivederci. È allora con uno spirito meno malinconico del previsto che ci si dà appuntamento, dalla sera di giovedì a quella di sabato 8 ottobre nelle stanze di Nosadella.due, la prima storica residenza d’artista mai aperta a Bologna, per il party che segna il congedo di questa esperienza a suo modo unica e straordinaria. Perché sì, dopo dieci anni esatti la programmazione si arresta; ma non è chiudendo quella porta che si spegne una fiammella di cultura in città, anzi. L’anima dell’intero progetto, Elisa Del Prete, ci racconta il perché della sua scelta. E cosa farà ora.

Cosa porta alla chiusura dello spazio? Ragioni economiche o un semplice rinnovamento progettuale?
Per me le ragioni economiche e la necessità di un rinnovamento progettuale vanno di pari passo. Ho necessità di recuperare l’energia. Le residenze hanno un costo enorme, e non avendo spesso ricadute concrete o visibilità diretta per chi finanzia, si fa fatica a trovare sponsor privati. Per questo dovrebbero essere sostenute dalle istituzioni, perché si tratta di ricerca. Nosadella.due ha sempre investito molto anche nella produzione di opere ed anche questo è oneroso e in più, focalizzandosi su produzioni nello spazio pubblico anche questo moltiplica oneri, impegno e burocrazia.
La gestione economica, in Italia, per le associazioni non profit è sempre un fattore determinante: c’è una complessità nella legislatura che le regola che non permette lo sviluppo di una gestione trasparente. Pagare chi ci lavora è sempre molto complicato, bisogna ricorrere a strade alternative, rimborsi spesa, borse di studio etc… e non ci sono agevolazioni fiscali su nessuna spesa, per non parlare delle rendicontazioni che devi presentare quando ricevi un contributo e dei tempi che le amministrazioni, ma non solo, impiegano a liquidarlo.

In questi anni chi è stato più vicino, a livello istituzionale, a questa esperienza? c’è stato un rapporto fattivo con enti pubblici (quali) oppure vi siete sentiti “soli”?
Negli enti pubblici, come ovunque forse, chi conta sono le persone. E questo credo valga ancora di più in Italia, dove abbiamo l’abitudine a procedere per conoscenze, che non è qualcosa di necessariamente malvagio, anzi, quando si fidelizza una relazione credo sia importante portarla avanti. Dunque certo che abbiamo trovato persone che ci hanno sostenuto, banalmente anche solo venendo a vedere cosa facevamo, dandoci suggerimenti, dedicandoci del tempo…forse non tanto il settore cultura, di più il dipartimento che si occupa di urbanistica ad esempio o quella che era la Provincia. Le collaborazioni con l’Accademia di Belle Arti sono, anche, sempre passate per contatti diretti con i docenti. Col MAMbo abbiamo anche sempre avuto un buon rapporto. 

E gli altri soggetti privati? Gallerie, spazi non profit… avete avuto riconoscimento da parte loro?
Con loro c’è sempre stata una collaborazione nel senso di scambio di idee e di un percorso in cui si  lavora insieme alla costruzione di progetti. Penso in particolare ad Ateliersi, un gruppo che gestisce uno spazio pubblico, principalmente per il teatro, con cui recentemente abbiamo collaborato molto, ma anche ad Home Movies, con cui da alcuni anni curiamo il Festival Archivio Aperto, o al Gender Bender Festival di cui abbiamo sviluppato in alcune edizioni la sezione delle arti visive, o al festival dell’editoria indipendente Fruit. Molte delle collaborazioni vengono però da fuori. Penso ai tempi in cui avevamo dato vita ad ADA, (Associazione delle associazioni) con altre realtà non profit come 1:1, 26cc, Care Of, Lungomare, Undo e altri…ecco questi forse, più che le istituzioni, li considero partner con cui è possibile costruire progetti, cercare fondi e lavorare in modo fattivo.

Nosadella.due
Nosadella.due

Quale il ritorno più gratificante di questi dieci anni di esperienza?
La rete di relazioni che si è tessuta da Nosadella.due grazie spesso anche a questo spazio fantastico, non solo in termini estetici ma di storia che vi è intrisa. So che potrò sempre chiamare una delle persone che sono state qui e ci sarà sempre una rapporto diverso, speciale, onesto. Sì, forse il ritorno più grande è la qualità che Nosadella.due si è sempre data nel modo di lavorare.

Quale invece la delusione più cocente?
La delusione o forse il dolore più forte è sempre stata la condizione di passaggio delle persone che hanno lavorato con me. Vederle andare via ad un certo punto perché poi ognuna prendeva necessariamente un’altra strada. Ma questo credo risieda nella natura stessa del progetto. Una casa privata, la mia, dove sebbene il lavoro si sia sempre svolto in modo condiviso e orizzontale, le domande alla fine venivano sempre rivolte a me, per il semplice fatto che si trattava di casa mia. Ecco questo è stato forse il massimo valore di Nosadella.due, il fatto che si trattasse di un’esperienza così privata e intima, ma anche il suo limite. Quel limite che mi spinge oggi a sentire il bisogno di un salto verso qualcosa di meno intimo e più “pubblico”.

Il format della residenza d’artista ha ancora un futuro? Non è un contenitore che, vista la facilità degli spostamenti, sta perdendo identità? Come può rinnovarsi?
Certo che ha un futuro. A mio parere è quello di un luogo per la ricerca e forse meno per la produzione. Credo che gli artisti ma anche i curatoti, ne abbiamo bisogno. Un luogo e una pratica di studio che non passa attraverso i libri. Che deve prevedere tempi lunghi o semi-lunghi, un’esperienza che può arricchire il contesto in cui l’artista si trova grazie al suo sguardo esterno, ma che non deve necessariamente mettere in conto un’interazione.

Cosa possiamo aspettarci nei prossimi mesi da Nosadella.due? Vogliamo anticipare qualcosa di più concreto?
Se necessariamente devo definire alcune direzioni, certamente quella principale rimane quella delle produzioni, e in particolare le produzioni nello spazio pubblico o che abbiano a che fare con la sfera pubblica. Continuare a produrre lavori con gli artisti. Accogliere o cercare le loro proposte più interessanti per cercare di realizzarle, sperimentare possibilità inedite. Trovo affascinante e necessario partire da un’idea e metterne a fuoco passo passo la fattibilità fino a realizzarla. Al momento mi piacerebbe riuscire a realizzare, ad esempio, un progetto di Flavio Favelli, “Gli Angeli degli Eroi”, un murale con l’elenco dei caduti dell’esercito italiano nelle missioni militari all’estero, che è già stato presentato a Roma ma che non ha trovato ancora un muro in cui collocarsi.

6 – 8 ottobre 2016
Che valore ha un sogno – Nosadella.due Leaving Party
Nosadella.due
Bologna, via Nosadella 2
www.nosadelladue.com/

 

 

 

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