Dopo tutto (non) è brutto! Che noia il programma di Francesco Bonami e Geppi Cucciari su RaiUno: tra battute scontate, banalizzazioni, luoghi comuni e il fiato corto nei confronti della “concorrenza”

Prendi Francesco Bonami. Fatto? Mettigli vicino un volto che buca lo schermo e attizza il grande pubblico della tv generalista: e che sia ovviamente digiuno dei rudimenti dell’arte. Ci siamo? Portali a spasso per l’Italia, a sfatare senza freni e pudori il maggior numero di cliché possibili riguardo capolavori assortiti e beni culturali vari. Ecco Dopotutto non […]

Geppi Cucciari

Prendi Francesco Bonami. Fatto? Mettigli vicino un volto che buca lo schermo e attizza il grande pubblico della tv generalista: e che sia ovviamente digiuno dei rudimenti dell’arte. Ci siamo? Portali a spasso per l’Italia, a sfatare senza freni e pudori il maggior numero di cliché possibili riguardo capolavori assortiti e beni culturali vari. Ecco Dopotutto non è brutto, programma che segna il grande ritorno della cultura sull’ammiraglia della televisione pubblica. Lancio in pompa magna per lo show che il mercoledì scalza Bruno Vespa e il suo Porta a Porta dalla seconda serata di RaiUno: quattro puntate da cinquantatré minuti l’una, un Grand Tour classico – si parte da Venezia e si toccano Napoli, Roma e Torino – che vede il critico nei panni di Virgilio accompagnare una dantesca Geppi Cucciari. Risultato? Dopotutto è brutto. Fiacco. Per certi versi irritante: e non tanto per (de)merito di Bonami, di cui comunque tutto si può dire meno che abbia la verve trascinante del Woody Allen. A steccare è invece proprio Cucciari. Con una serie di battute che profumano di naftalina, tanto stracche da lasciare impietriti sul divano: “un quadro storto a casa vostra è disordine, in casa Cini è arte” spara gongolante, suscitando reazioni paragonabili solo ai subbugli auspicati dallo spot che da anni la vede imperversare per l’etere insieme ad Alessia Marcuzzi. Lo scopo voleva essere quello di svegliare le coscienze, invitare a osservare liberi da preconcetti e stratificazioni culturali; avere il coraggio di ammettere che è bello ciò che piace e non ciò che è realmente bello. Il tutto provando, magari e anche solo di sfuggita, a insegnare qualcosa: missione che difficilmente può dirsi riuscita. Da questa prima puntata veneziana si ricava ben poco: scremati gli sfottò a Calatrava (aggettivato come sinonimo di fesseria) resta una pletora di luoghi comuni su acqua alta, speculazioni a danno dei turisti e via dicendo, arrivando all’insulso paragone tra la posa ieratica di un Cristo medievale e le braccia a croce dei giudici di X-Factor. E alla banalizzazione del lavoro di Stingel, con la mostra a Palazzo Grassi parodizzata stile televendita Mondial Casa: se la casalinga di Voghera si disorienta davanti al contemporaneo è difficile si riesca, così, a indurla a riconoscere che c’è differenza tra i tappeti d’artista e il suo zerbino. Anzi.
Non si cancella, insomma, la convinzione da parte di chi fa televisione che la cultura sia ambito necessariamente ostico e impopolare, anti-divulgativo; e che sia necessario annichilire i toni più che abbassarli, ridurre tutto ai minimi termini, svaccare pur di allettare. E dire che l’azienda di Stato è il primo testimonial del contrario. Sono più di trent’anni che la famiglia Angela insegna – con i suoi modi immutabili e compassati ma tremendamente efficaci – più o meno qualsiasi cosa. Le nuove puntate di Ulisse: il piacere della scoperta viaggiano in questa stagione attorno all’8% di share, con una cifra che oscilla tra il milione e mezzo e i due milioni di spettatori che il sabato sera, in prima serata, preferiscono gli antichi romani su RaiTre a Italia’s Got Talent o Ballando con le stelle. L’Auditel, si sa, non è la Bibbia: ma se il duo Bonami-Cucciari parte con il 10% di share a inizio puntata e chiude con il 5%, il verdetto è uno ed inequivocabile. La gente cambia canale. E se lo fa deve pur esserci un motivo…
L’atteggiamento poco lucido della Rai si dimostra anche nello scivolone involontario del direttore di rete Giancarlo Leone, prontamente riportato ieri con virgolettati su Libero e altri quotidiani nazionali: nel presentare il programma assicura chel’idea di fondo è di raccontare le eccellenze ma anche le cose curiose, con un taglio che non sia quello da esperti di Sky Arte”. Il taglio sarà diverso, ma il concept è davvero molto simile a Potevo farlo anch’io, programma che lo stesso Bonami ha condotto in primavera, insieme ad Alessandro Cattelan, proprio su Sky Arte HD. Non è compito nostro assegnare tapiri, ma se in sede di presentazione di un proprio prodotto non si trova niente di meglio se non citare – in negativo – quelli altrui significa che il fiato è davvero corto. E il peso della concorrenza si fa sentire eccome.

– Francesco Sala

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Francesco Sala è nato un mesetto dopo la vittoria dei mondiali. Quelli fichi contro la Germania: non quelli ai rigori contro la Francia. Lo ha fatto (nascere) a Voghera, il che lo rende compaesano di Alberto Arbasino, del papà di Marinetti e di Valentino (lo stilista). Ha fatto l'aiuto falegname, l'operaio stagionale, il bracciante agricolo, il lavapiatti, il cameriere, il barista, il fattorino delle pizze, lo speaker in radio, l'addetto stampa, il macchinista teatrale, il runner ai concerti. Ha una laurea specialistica in storia dell'arte. Ha fatto un corso di perfezionamento in economia e managment per i beni culturali, così sembra tutto più serio. Ha fatto il giornalista per una televisione locale. Ha condotto un telegiornale che, nel 2010, ha vinto il premio speciale "tg d'oro" della rivista Millecanali - Gruppo 24Ore. Una specie di Telegatto per nerd. E' molto interista.