Massimo Minini scende in campo: il gallerista si candida alle comunali di Brescia con una civica che sostiene la coalizione guidata dal PD. E sulle possibilità di diventare assessore alla cultura…

“Qualcuno deve pur metterci la faccia: ed io credo di avere la cognizione necessaria per poter fare qualcosa di buono”. Risponde così Massimo Minini alla domanda di tutte le domande: chi glielo fa fare? A candidarsi per le imminenti elezioni amministrative nella sua Brescia, che andrà al voto i prossimi 26 e 27 maggio per […]

Il santino elettorale di Massimo Minini

Qualcuno deve pur metterci la faccia: ed io credo di avere la cognizione necessaria per poter fare qualcosa di buono”. Risponde così Massimo Minini alla domanda di tutte le domande: chi glielo fa fare? A candidarsi per le imminenti elezioni amministrative nella sua Brescia, che andrà al voto i prossimi 26 e 27 maggio per rinnovare il consiglio comunale guidato – negli ultimi cinque anni – dal PDL Adriano Paroli, uomo di area Comunione e Liberazione e deputato per quattro legislature consecutive. Minini sta dall’altra parte della barricata, quella che tira la volata al vincitore delle primarie PD Emilio Del Bono: non una candidatura tra le fila del partito, ma in quella della didascalica Civica per Del Bono Sindaco, una delle sei liste che sostengono l’avvocato già deputato ulivista e già sconfitto, cinque anni fa, nella corsa a Palazzo Broletto.
Difficile pensare che una scelta di campo così marcata sia animata dalla semplice volontà di portare la borraccia: in caso di successo elettorale viene da sé immaginare per Minini un posto nella squadra che amministrerà la città. E certo non con delega alla polizia locale. Ma sulla possibilità di ambire alla carica di assessore alla cultura il gallerista frena deciso, anche se la scaramanzia non c’entra nulla: “l’assessore deve seguire le giunte, i consigli comunali, tutte le varie uscite pubbliche… a quel punto diventerebbe difficile per me gestirlo. Nel caso andasse bene e mi venisse offerta l’opportunità sceglierei piuttosto di occuparmi della Fondazione Brescia Musei: possiamo prenderla in mano e fare qualcosa di buono”.
Secco, stringato e ben lontano dal politichese il personalissimo programma di Minini. Che sogna, in qualità di possibile futuro presidente, l’azzeramento degli attuali vertici della Fondazione e la cancellazione della carica di direttore artistico, affidata semmai ai curatori delle diverse raccolte cittadine; tra i primi obiettivi ci sarebbe la motivazione di un personale da destinare a settori oggi evidentemente trascurati come comunicazione, pr e fundraising. Ma la ramazza di Minini andrebbe a spazzare anche nella stanza dei bottoni: partecipazione pubblica alla fondazione da limitare al 51% favorendo l’ingresso massiccio di privati, e a questo proposito lavorare per ottimizzare la sinergia con la Fondazione Cassa Agricola Bresciana. Su una Brescia “città dei musei” Minini crede fermamente. Al punto di rilanciare perché quello di Santa Giulia, dove “oggi ci sono troppe pietre”, viva il più possibile la propria dimensione locale e non sia solo piattaforma estemporanea per mostre blockbuster, magari convincendo i tanti collezionisti bresciani – gente che il candidato Minini conosce bene – a lavorare insieme per animare gli spazi con grandi mostre di fotografia e arte moderna. E al punto da pensare di varare un regime di austerity in Pinacoteca, limando i costi di gestione ritenuti eccessivi e rivitalizzando semmai il MUSIL – Museo dell’Industria e del Lavoro, alla cui guida immaginare – perché no – Emanuele Severino. E poi progetti di arte pubblica, un consiglio di sette saggi che proponga idee da discutere nella collegialità dello Urban Center e ancora attività di marketing territoriale tra arte, cultura e gastronomia; favorire chi fa impresa e promuovere Brescia come città del turismo slow. Tanta carne quella messa dal candidato Minini sulla brace della contesa elettorale. “Potrei fare bene. Prima che mi dimissionino come Boeri…”

– Francesco Sala

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Francesco Sala è nato un mesetto dopo la vittoria dei mondiali. Quelli fichi contro la Germania: non quelli ai rigori contro la Francia. Lo ha fatto (nascere) a Voghera, il che lo rende compaesano di Alberto Arbasino, del papà di Marinetti e di Valentino (lo stilista). Ha fatto l'aiuto falegname, l'operaio stagionale, il bracciante agricolo, il lavapiatti, il cameriere, il barista, il fattorino delle pizze, lo speaker in radio, l'addetto stampa, il macchinista teatrale, il runner ai concerti. Ha una laurea specialistica in storia dell'arte. Ha fatto un corso di perfezionamento in economia e managment per i beni culturali, così sembra tutto più serio. Ha fatto il giornalista per una televisione locale. Ha condotto un telegiornale che, nel 2010, ha vinto il premio speciale "tg d'oro" della rivista Millecanali - Gruppo 24Ore. Una specie di Telegatto per nerd. E' molto interista.