Un filo di luce cuce l’Europa, dalle Dolomiti fino al Circolo Polare Artico. Parte dal Vajont la performance itinerante che porta Stefano Cagol alla Triennale di Barents: un viaggio da seguire live sui social di Artribune

Fa buio presto in montagna, a maggior ragione in inverno. Questione di pochi attimi e la vallata si oscura improvvisa, narcotizzata come d’incanto: e allora, nel momento magico e spettrale che precede la notte, ecco andare in scena La linea di confine tracciata da Stefano Cagol. L’atmosfera si apre in due, sferzata da un baleno […]

Il fascio di luce sul Vajont © Stefano Cagol

Fa buio presto in montagna, a maggior ragione in inverno. Questione di pochi attimi e la vallata si oscura improvvisa, narcotizzata come d’incanto: e allora, nel momento magico e spettrale che precede la notte, ecco andare in scena La linea di confine tracciata da Stefano Cagol. L’atmosfera si apre in due, sferzata da un baleno bianco: un fascio di luce di quindici chilometri fende l’aria cristallina con la potenza plastica del metallo, tracciando la rotta impossibile del ricordo. A cinquant’anni dalla tragedia del Vajont, cicatrice che segna il volto e il cuore di questo angolo di Alpi, arriva come ricordo effimero un monumento intangibile: suggestione pura all’accensione di un’installazione che nasce a Casso. Ma è destinata ad andare lontano. Sono circa cinquemila i chilometri che separano l’Italia dal Circolo Polare Artico, meta di un tour che è performance itinerante: questione di ore e il fascio che ha disegnato la sua struggente memoria di luce partirà, in furgone, verso nord. Destinazione finale la norvegese Karkenes, sede dell’estrema Triennale di Barents, dove l’azione di Cagol si aggiungerà al progetto di Sami Rintala e si specchierà idealmente con un contemporaneo intervento di Lars Ramberg a Murmansk; in mezzo sette nazioni diverse, dall’Austria alla Russia, una decina di tappe e altrettante accensioni. La linea di confine prende corpo un metro alla volta, simbolo apparentemente tangibile di una sfida rinnovata ai limiti dell’uomo; dal progressivo abbandono della civiltà all’immersione in una natura algida e immutabile. Il fascio di luce diventa, allora, filo con cui legare esperienze e storie diverse, tenere abbracciati angoli di Europa tra loro divergenti; ma è anche metafora del ponte, strada di stelle su cui camminare all’inseguimento di un inappagato spirito di avventura. A seguire l’impresa il diario di bordo dello stesso Cagol, nuovo capitano Achab alla ricerca della propria personalissima Moby Dick: A message a day till the end of the border è il titolo del live-twitting che accompagna il viaggio dell’artista, prodotto da Pikene pa Broen e Dolomiti Contemporanee per la Triennale di Barents. Un post al giorno affidato in esclusiva ai social network di Artribune, seguendo il tragitto dalle Dolomiti al profondo Nord; schegge di Europa da vivere e condividere, ricomponendo attraverso immagini, scritti e suggestioni un ideale puzzle d’artista.

Francesco Sala

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Francesco Sala è nato un mesetto dopo la vittoria dei mondiali. Quelli fichi contro la Germania: non quelli ai rigori contro la Francia. Lo ha fatto (nascere) a Voghera, il che lo rende compaesano di Alberto Arbasino, del papà di Marinetti e di Valentino (lo stilista). Ha fatto l'aiuto falegname, l'operaio stagionale, il bracciante agricolo, il lavapiatti, il cameriere, il barista, il fattorino delle pizze, lo speaker in radio, l'addetto stampa, il macchinista teatrale, il runner ai concerti. Ha una laurea specialistica in storia dell'arte. Ha fatto un corso di perfezionamento in economia e managment per i beni culturali, così sembra tutto più serio. Ha fatto il giornalista per una televisione locale. Ha condotto un telegiornale che, nel 2010, ha vinto il premio speciale "tg d'oro" della rivista Millecanali - Gruppo 24Ore. Una specie di Telegatto per nerd. E' molto interista.