Quando la petizione a favore del museo fa male al museo. Il documento delle banalità: e a Roma ci va di mezzo il Macro

Le recenti vicende che hanno visto protagonista il romano museo Macro, hanno per lo meno fatto scaturire qualcosa di buono: la volontà dei professionisti del settore dell’arte di mobilitarsi, di farsi sentire, di non farsi scivolare le cose addosso. Tante sono state le occasioni di incontro e di dibattito in queste settimane e il gruppo […]

Macro
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Le recenti vicende che hanno visto protagonista il romano museo Macro, hanno per lo meno fatto scaturire qualcosa di buono: la volontà dei professionisti del settore dell’arte di mobilitarsi, di farsi sentire, di non farsi scivolare le cose addosso. Tante sono state le occasioni di incontro e di dibattito in queste settimane e il gruppo di operatori che il prossimo sabato incontreranno, proprio al Macro, l’assessore alla cultura Gasperini, rappresentano solo l’ultima iniziativa in ordine di tempo.
Ma se la mobilitazione e la voglia di impegnarsi per il bene comune è sicuramente positiva, va da sé che questa debba essere suffragata da contenuti, ragionamenti e indagini intellettuali adeguati. Il rischio, altrimenti, è quello di apparire ingenui, di diventare poco credibili agli occhi degli interlocutori istituzionali.
La questione è che la fetta di mondo dell’arte capitolino che ha chiesto e ricevuto udienza dall’assessore, si appresta sabato 11 giugno a consegnare nelle mani di Gasperini un documento di una raggelante banalità.
Un documento che, pur nella bontà degli intenti, trasforma in una sequela di spunti semplicistici, affatto illuminanti, quello che è stato il movimento di azione e reazione nato in questi mesi per sostenere la causa di un Macro in palese difficoltà. Un Macro che deve rimanere un museo di qualità e di respiro (inter)nazionale, anche dopo le dimissioni di Luca Massimo Barbero.
E allora, queste “istanze per un museo delle arti contemporanee” che verranno consegnate all’assessore Dino Gasperini, avrebbe potuto partorirle un qualunque soggetto di media cultura, un qualsiasi adolescente alle prese con faccende di politica culturale spicciola. L’impressione, in sostanza, è che non servisse un raduno di intellettuali, di tecnici, di operatori del settore per mettere insieme questa lista:

• relazionarsi con la città
Istanza pregna di significati e gravida di conseguenze. Un museo non deve starsene per conto suo, deve dialogare con la città dove è collocato. Avete capito la novità?

• avere un direttore nominato con concorso pubblico
Giusto. Ovvio. Lapalisse. L’unica istanza totalmente sottoscrivibile, seppur non certo una novità che farà svoltare la percezione che l’assessore ha di come si gestisce un museo.

• avere un budget adeguato per svolgere la propria attività culturale
Questa, poi, non l’avevamo mai sentita prima d’ora. Quante riunioni sono occorse per elaborare questo punto cruciale, questa affermazione che cambierà le prospettive di politica culturale dell’amministrazione comunale?

• sostenere progetti sul territorio
Ma che cosa vuol dire? Ma di che cosa stiamo parlando? Quali sono i riferimenti internazionali? Come si può affermare qualcosa di così generico e trito? La stessa terminologia utilizzata (sostenere, progetto e territorio) è prelevata direttamente dalla fiera delle banalità. Ci mancava solo “fare sistema”…

• favorire un’attiva partecipazione del pubblico
Dunque qui si punta a spiegare a un assessore alla cultura che un museo da lui gestito (e pagato) deve ospitare più pubblico possibile e farlo partecipare alle proprie attività. Una disamina spiazzante e risolutiva, che dite?

• essere indipendente dalla politica
Un museo indipendente dalla politica? E quale museo lo è? Forse il Pompidou lo è? Forse il Reina Sofia lo è? O lo sono i musei tedeschi? Semmai il problema sono i politici, non certo la politica. E ancor di più i partiti. Ma come si fa a utilizzare in questo modo il termine “politica” quando l’arte stessa è politica? E poi ce lo vedete un assessore che porta in giunta un ordine del giorno in cui chiede ai suoi colleghi politici di tenere la politica lontana dalla cultura?

Non fa ben sperare il livello di ingenuità che traspare da questi statement, peraltro scaturiti dopo dibattiti infiniti e riunioni fiume. Ma è con questi contenuti che ha senso relazionarsi con un assessore, in una situazione di emergenza? È come se dei comitati di cittadini chiedessero un incontro all’assessore alla mobilità consegnandogli un documento in cui si chiede che le auto si fermino quando il semaforo è rosso e che la smettano di posteggiare in seconda fila.
Giocarsi in questo modo la chance di interloquire con le istituzioni significa aver perso ancor prima di iniziare il dialogo.
Un’ultima riflessione. Se nei momenti di difficoltà quella che dovrebbe essere la classe creativa della città reagisce in questo modo, significa che i tanti discorsi sulla crescita culturale romana sono solo fuffa. Che forse quel boom capitolino, che ormai tiene botta da dieci anni, si basi su una bolla vuota, tra approssimazioni, povertà di idee e assenza di strategie adeguate? Per carità, tutto molto romano, però che pochezza. E che delusione…
Per chi, invece, considerasse la banalità un valore (e visto lo stato della nostra amministrazione potrebbe anche esserlo) e la confusione intellettuale un atout, il link per firmare la petizione è qui sotto. Però poi non ci lamentiamo se i politici ci trattano da sudditi eh!

www.firmiamo.it/occupiamoci-di-contemporaneo-macro

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