2001: Odissea nello spazio è uno di quei film capaci di segnare per sempre la storia del cinema, e non solo nel genere fantascientifico. A cinquant’anni dalla sua prima uscita nelle sale – era la primavera del 1968 – il film di Stanley Kubrick non smette di appassionare nuove generazioni di spettatori. E come accade per molte pellicole di culto, i suoi contenuti e significati sono ampiamente discussi. In particolare, il finale di 2001, lasciato volutamente ambiguo dal regista, è stato per tanto tempo oggetto di dibattito tra critici, studiosi e spettatori. In questi giorni, però, sta facendo il giro del mondo una dichiarazione del regista, rilasciata nel 1980 al giornalista Jun’ichi Yaoi per un documentario mai completato, in cui l’idea di base viene finalmente spiegata.
Kubrick inizia con una doverosa premessa: “Ho sempre cercato di evitare di spiegarlo, sin da quando il film è uscito”, spiega. “Quando racconti le idee a voce possono sembrare stupide, invece se vengono drammatizzare il pubblico può ‘sentirle’. Ma ci proverò”.
Segue l’interpretazione delle ultime scene del film, in cui il protagonista si trova in una strana stanza dall’arredamento neoclassico: “L’idea era che fosse rapito da entità divine, creature fatte di sola energia e intelligenza, senza forma e corpo. Viene poi messo in una specie di ‘zoo’ umano per studiarlo, e la sua vita, da quel momento in poi, trascorre tutta in quella stanza. Ma lui non ha nessun senso del tempo”. Come succede in molte mitologie antiche, alla fine di questa esperienza, l’uomo viene rimandato sulla terra, presumibilmente in una forma diversa, come “super-essere” e quello che accade dopo può essere soltanto immaginato…

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Valentina Tanni è storica dell’arte, curatrice e docente; la sua ricerca è incentrata sul rapporto tra arte e tecnologia, con particolare attenzione alle culture del web. Insegna Digital Art al Politecnico di Milano e Culture Digitali alla Naba – Nuova Accademia di Belle Arti di Roma. Ha pubblicato “Random. Navigando contro mano, alla scoperta dell’arte in rete” (Link editions, 2011) e “Memestetica. Il settembre eterno dell’arte” (Nero, 2020). Collabora con la redazione di Artribune dalla sua fondazione.