I just want a Picasso, in my casa / No, my castle / I’m a hassa, no I’m an asshole / I’m never satisfied, can’t knock my hustle / I wanna Rothko, no I wanna brothel”, e ancora “Jeff Koons balloons, I just wanna blow up / Condos in my condos, I wanna row of / Christie’s with my missy, live at the MoMA / Bacons and turkey bacons, smell the aroma“… Il sound è quello di un rap, il testo è tutto un ammiccare al sistema dell’arte contemporanea, tra nomi di maestri assoluti e strampalati link conditi d’ironia, mettendo in fila parolacce, artistar, showbiz e pezzetti di vita quotidiana, senza smettere di inneggiare al lusso e al bello: champagne, Wharol, Givenchy, il Louvre e la Tate, soldi, sesso e successo, il caos, la droga e l’insoddisfaziine, pavimenti di marmo, soffitti dorati, Basquiat, la Gioconda e anche il brivido di una giornata maledetta, consumata in un lurido motel. Tutto questo ritmico, sconnesso, allegro profluvio di versi in musica, altro non è che Picasso Baby, brano estratto da “Magna Carta Holy Grail”, ultimo disco di Jay-Z, al secolo Shawn Corey Carter, celebre rapper e produttore discografico statunitense.

Jay-Z, Picasso Baby

E in un tale truipudio di riferimenti all’arte contemporanea, con tanto di titolo-omaggio al padre del Cubismo, non poteva mancare la chicca spettacolare. La performance è servita. Lo scorso 10 luglio Jay-Z è rimasto chiuso per sei ore dentro la Pace Gallery in New York, cantando Picasso Baby senza sosta, davanti a un pubblico di fan, ma soprattutto di star e artisti vari. Tutto il bel mondo dell’arte e dello spettacolo, chiamato a interagire con lo show, cantando, ballando, muovendosi assieme a rapper, fissandolo, provocandolo o lasciandosi provocare. Tra gli ospiti, complici di questa messa in scena, immersi nell’atmosfera accelerata e calda, c’erano gli attori Taraji P. Henson e Alan Cumming, lo sceneggiatore e registaJudd Apatow, il rapper Wale, il super critico Jerry Saltz e poi lei, la regina delle performance, Marina Abramovic.
L’evento, ripreso dal principio alla fine, è stato poi trasformato in un film, con la regia di Mark Romanek: non un semplice videoclip ma la documentazione di un progetto performativo, realizzato in galleria con tutti i crismi.

E nel suo esilarante racconto dell’esperienza di spettatore-critico-performer, Saltz, illustrando il passaggio dall’iniziale scetticismo all’esplosione danzereccia finale, cita alcuni casi precedenti, riconducibili a questa idea di contaminazione tra art system e showbiz, nel nome del pop: dall’artista islandese Ragnar Kjartansson, avvezzo a esibirsi per ore con una stessa canzone, rigorosamente dal vivo, alla performance dell’attrice Tilda Swinton, che al MoMA è rimasta di recente dentro una scatola di vetro, come cavia esposta per tutto il giorno agli sguardi del pubblico; fino all’installazione live di Milla Jovovich, che la scorsa estate, durante a Biennale di Venezia, interagiva con opere di artisti e indossava abiti di noti stilisti, incapsulata dentro un cubo trasparente. Insomma, tutto molto familiare, a primo acchitto. Azioni estenuanti e ininterrotte, davanti a un pubblico più o meno coinvolto, condotte da artisti-attori-musicisti, all’interno di musei, gallerie, grandi kermesse; e l’arte contemporanea che diventa gioco, citazione, materia prima, riferimento, ammiccamento, ispirazione, vezzo.

Scettico Jerry Saltz, ma alla fine s’è ricreduto. E s’è pure divertito. Proprio come la Abramovic, ripresa con insistenza nel film, quasi a farne la seconda protagonista. Un omaggio, probabilmente. A colei che, nel 2010, aveva condotto una delle performance relazionali più radicali e prolungate della storia: tre mesi seduta su una sedia, non staccandosi nemmeno per recarsi alle toilettes, comunicando col suo pubblico a suon di sguardi. Muta, immobile: la violenza del vuoto e dell’intimità. E proprio a “The Artist is Present” deve aver tanto pensato Jay-Z, progettando il suo art-show. Essere presenti, senza interruzione, catturando l’osservatore con l’audacia di un rito inatteso. Nella sacralità del silenzio, per lei; nell’euforia un po’ mascalzona di un brano rap, per lui.

Helga Marsala

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Helga Marsala
Helga Marsala è critica d'arte, giornalista, editorialista culturale e curatrice. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma, dove è stata anche responsabile dell'ufficio comunicazione. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatorice dell’Archivio S.A.C.S (Sportello Artisti Contemporanei Siciliani) presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali. Dal 2018 al 2020 ha lavorato come Consulente per la Cultura del Presidente della Regione Siciliana e dell'Assessore dei Beni Culturali e dell'Identità Siciliana.