Sull’intelligenza di certe mostre. Jean Dubuffet alla Fondation Beyeler

Fondazione Beyeler, Riehen – fino all’8 maggio 2016. Anche in questo si distingue un museo di alto livello. Poteva fare una antologica indolore di un grande artista, e invece propone una mostra a tesi, affidata a un giovane curatore. Scommessa vinta senza alcun dubbio. Anzi, vinta perché regala al visitatore dubbi proficui.

Jean Dubuffet, Coucou Bazar, 1972-73 - Collection Fondation Dubuffet, Paris - © 2015, ProLitteris, Zürich - photo Les Arts Décoratifs, Pari--Luc Boegly
Jean Dubuffet, Coucou Bazar, 1972-73 - Collection Fondation Dubuffet, Paris - © 2015, ProLitteris, Zürich - photo Les Arts Décoratifs, Pari--Luc Boegly

UNA MOSTRA A TESI
È ormai prassi piuttosto consolidata, ahinoi, quella che vede le grandi istituzioni, siano esse pubbliche o private, allestire importanti antologiche di artisti più o meno storicizzati in maniera per l’appunto antologica. Vale a dire che dell’artista in questione si offre un estratto, magari corposo e ineccepibile, della produzione artistica, mostrandone “capolavori”, opere minori, studi e finanche documentazione d’archivio. Ma in queste operazioni, che fine fa la critica?
Ora, senza nulla togliere all’importanza divulgativa – anche in senso “alto” – di siffatte mostre, esse sono per nulla paragonabili ad altre rassegne che invece scelgono coraggiosamente di optare per una strada interpretativa. Di fornire una chiave di lettura precisa, argomentata, falsificabile – per utilizzare un termine afferente la gnoseologia in ambito scientifico.
La mostra dedicata a Jean Dubuffet (Le Havre, 1901 – Parigi, 1985) curata da Raphaël Bouvier alla Fondazione Beyeler, visitabile ancora per questo weekend, si inserisce pienamente in questa seconda categoria. E dire che per il museo svizzero – il più visitato del Paese – sarebbe stato agevole preferire la prima alternativa: Ernst Beyeler e Dubuffet strinsero infatti un saldo legame sin dai tardi Anni Cinquanta, che si tradusse addirittura in un contratto di esclusiva durato dal 1964 al 1971, e nella collezione della Fondazione albergano importanti opere dell’artista francese, alle quali si aggiungono quelle della Collezione Renard, donata al museo nel 2013.

Jean Dubuffet, Bocal à vache, 1943 - coll. privata - © 2015, ProLitteris, Zurich - photo P. Schälchli, Zurich
Jean Dubuffet, Bocal à vache, 1943 – coll. privata – © 2015, ProLitteris, Zurich – photo P. Schälchli, Zurich

DOV’È LA VACCA?
Quel che ha fatto Bouvier è proporre una tesi, discutibile come tutte le tesi degne di tal nome; nella fattispecie, attraverso un centinaio abbondante di lavori dell’inventore dell’Art Brut, ha provato a dimostrare come il fil rouge della sua opera sia il paesaggio; un paesaggio che subisce continue e ripetute metamorfosi, ma che resta il nodo centrale dell’opera di Dubuffet, anche quando – come nei ritratti – pare che il focus si sia spostato su altre tematiche.
Tale dimostrazione si avvale di “prove” che coprono un ampio arco temporale. Si comincia infatti con Bocal à vache del 1943, nel quale il trattamento naïf della prospettiva genera una confusione di due punti di vista: la mucca del titolo, disegnata in mezzo alla tela, è al centro del recinto (lettura orizzontale) oppure sottoterra, all’interno di una sorta di stomaco (lettura verticale)? Il secondo punto di vista non è così azzardato, poiché i segni sono quelli di Desnudus (1945), figura umana dall’anatomia geometrizzante.
È un corpo quel che sembra un paesaggio? Oppure è un paesaggio quel che sembra un corpo?

Jean Dubuffet, Le voyageur égaré, 1950 - Fondation Beyeler, Riehen-Basel - © 2015, ProLitteris, Zürich - photo Cantz Medienmanagement, Ostfildern
Jean Dubuffet, Le voyageur égaré, 1950 – Fondation Beyeler, Riehen-Basel – © 2015, ProLitteris, Zürich – photo Cantz Medienmanagement, Ostfildern

IL PAESAGGIO DENTRO IL MUSEO
Queste domande – o meglio: questa domanda – diventa un mantra indecidibile che con insistenza si ripropone lungo tutta la parabola della produzione di Dubuffet. E sta qui l’intelligenza critico-curatoriale: nell’aver individuato la domanda stessa e nell’averla fatta emergere più e più volte, chiaramente, in mostra. Nelle opere “desertiche” della fine degli Anni Quaranta (Arabe aux traces de pas, 1948) e nei cosiddetti Paesaggi grotteschi dello stesso periodo (Le Voyageur égaré, 1950); nei Corps de dames (Corps de dame, la rose incarnate, 1950) e nei Paysages du mental (Paysage d’airain, 1952), ma anche nelle Pâtes battues (Terre orange aux trois hommes, 1953) e nelle Ailes de papillons (Le Jardin mulâtre, 1955) e nei Tableaux d’assemblages (L’Homme de marbre, 1955). Fino agli apici dei cicli Texturologie (Texturologie V (Charbonneuse), 1957) e Paris Circus (Le Commerce prospère, 1961).

Infine, persuasi da tante e tali prove tutt’altro che indiziarie, non possiamo far altro che mettere in dubbio anche la ricezione di quella straordinaria Gesamtkunstwerk che è Cocou Bazar, apoteosi del ciclo L’Hourloupe nel quale convergono pittura e scultura, teatro e danza, musica e poesia. Rivedere allestita questa mirabile scenografia (completa di performer lenti e implacabili) dopo l’ultima, fugace apparizione a Torino nel 1978, vale – come si usa dire – il prezzo del biglietto. Per uscire dalla mostra con in tasca quella domanda inevasa: antropizzazione della natura o naturalizzazione dell’umano? Probabilmente, una concezione del paesaggio consapevole di come questi elementi non siano (più) scindibili.

Marco Enrico Giacomelli

Riehen // fino all’8 maggio 2016
Jean Dubuffet – Metamorphoses of Landscape
a cura di Raphaël Bouvier

Catalogo Hatje Cantz
FONDATION BEYELER
Baselstrasse 101
+41 (0)61 6459700
[email protected]
www.beyeler.com

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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014), "Un regard sur l’art contemporain italien du XXIe siècle" (Paris 2016, con Arianna Testino). In qualità di traduttore, ha pubblicato testi di Augé, Bourriaud, Deleuze, Groys e Revel. Nel 2014 ha curato la mostra (al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano) e il libro (edito da Marsilio) "Achille Compagnoni. Oltre il K2". Nel 2018 ha curato la X edizione della Via del Sale in dieci paesi dell'Alta Langa e della Val Bormida. Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV e Ca' Foscari di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Redige (insieme a Massimiliano Tonelli) la sezione dedicata all'arte contemporanea del rapporto annuale "Io sono cultura" prodotto dalla Fondazione Symbola. Insegna Critical Writing alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.