Maurizio Donzelli. Realtà e fantasmagoria a palazzo

Un palazzo nobiliare del XVI secolo ospita la mostra di Maurizio Donzelli che, forte dell’esperienza a Palazzo Fortuny a Venezia, orchestra un percorso silenzioso, trasformando gli spazi storici in luoghi sospesi tra segno, colore ed evocazione. A Palazzo Barbò di Torre Pallavicina, fino al 31 agosto.

Tra le mura di una storica villa di delizie, mirabilmente conservata in tutto il suo fulgore originario, le opere di Maurizio Donzelli (Brescia, 1958) sembrano trovare una collocazione poetica a loro congeniale. Colmi della luce naturale proveniente dalle grandi finestre e accolti benevolmente tra le levità colorate (e allo stesso tempo severe) delle decorazioni in stile rinascimentale, i lavori di Donzelli acquistano nuova appartenenza e, per un attimo, sospendono la razionalità spazio-temporale del contesto in favore di un approccio visivo e sensoriale più dilatato.
Un elogio alla variazione, si potrebbe definire, intesa come possibilità, mutazione di forme, stratificazioni di epoche e stili diversi, ricezione inaspettata delle fitte trame che si celano tra le cose e i sensi: così, quella porzione di spazio che in apparenza sembra poter restituire solo il tonfo sordo del vuoto può riempirsi di tante interferenze, evocazioni che Donzelli nel suo lavoro cerca di cogliere. Bravo ma prudente disegnatore, non si concentra sul segno come mero strumento tecnico di mimesi del reale, bensì sulle potenzialità che la forma può assumere, sulle possibilità che costellano l’indefinito. Il foglio bianco si trasforma via via in composizioni colorate di acquerelli, matite, chine, che, a loro volta, diventeranno prototipi per eleganti tappeti realizzati in Nepal o finissimi arazzi cuciti nelle Fiandre, qui posti in dialogo (e in sovrapposizione) con le antiche mura e tele del palazzo.

Maurizio Donzelli, Dodici Riquadri, 2012-2013, acquerelli su carta e specchi, Sala delle Grottesche, affreschi di Giulio Campi

Maurizio Donzelli, Dodici Riquadri, 2012-2013, acquerelli su carta e specchi, Sala delle Grottesche, affreschi di Giulio Campi

Ma ancor prima di questo, esiste un passaggio delicato e imprescindibile che decreterà la venuta al mondo di una nuova forma. È il richiamo poetico dell’Inizio, indecifrabile anche per l’artista stesso. Infatti, in Donzelli, l’imprevedibilità della primissima fase di creazione esercita un fascino fortissimo, intenso proprio perché ingovernabile e indomabile. La mano sul foglio diventa mezzo di scoperta di qualcosa che, in nuce, non è forma, non è segno, non è immagine, semplicemente ancora “non è”. Significa lasciare che le sovrastrutture dell’arte, qualsiasi esse siano (compresa la volontà dello stesso artista), subentrino in un secondo momento. Solo dopo, infatti, la forma “liberata” trova una sua identità, diventando macchia di colore, intreccio di fili, morbidezza di tessuti pregiati.
Nella serie Mirror, riflessi in specchi dalle superfici volutamente poco nitide, restituiscono immagini stratificate, che rinunciano a essere la rappresentazione certa di una forma, ma che preferiscono esserne tante insieme, reali e fantasmagoriche al tempo stesso.

Serena Vanzaghi

Torre Pallavicina // fino al 31 agosto 2013
Maurizio Donzelli
a cura di Angela Madesani
PALAZZO BARBÒ
Via Torre 18
0363 996522
[email protected]
www.comune.torrepallavicina.bg.it

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Serena Vanzaghi

Serena Vanzaghi

Serena Vanzaghi (Milano, 1984) è laureata in Storia dell'arte con una specializzazione incentrata sulla promozione e l'organizzazione per l'arte contemporanea. Dal 2011 si occupa di comunicazione e progettazione in ambito culturale ed editoriale.

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