Ridateci l’arte, o almeno fateci partecipare. Bendini al Macro

Se pensavate che arte fosse sinonimo di subire, fatevi un giro alla mostra di Vasco Bendini al Macro, allestita fino al 5 maggio. Le sue opere hanno bisogno di voi per (ri)vivere.

Vasco Bendini 1966-1967 - veduta della mostra presso il Macro, Roma 2013

Ci sono almeno tre buoni motivi per visitare la mostra di Vasco Bendini (Bologna, 1922) al Macro di Roma. Il primo: probabilmente per la prima volta sentirete il guardasala che dice “prego, toccate pure”. Il secondo: non è la solita mostra-omaggio dalle infinite stanze. Il terzo: il fruitore (e solo lui) completa l’opera d’arte.
C’è tempo fino al 5 maggio per entrare in contatto con l’arte di Bendini: le sue opere – invenzioni, potremmo dire – sono il frutto di un processo cognitivo che vede lo spettatore al centro del suo lavoro: diventerete così parte dell’opera, attori e non più solo fruitori.
La mostra – che rientra nella sezione espositiva Omaggi – si snoda attraverso una selezione di cinque opere realizzate in soli due anni (1966 e 1967) e che rappresentano gli apici creativi di quel periodo: Come è (1966), La Scatola U (1966), il dittico Quadro per Momi (1967), il trittico La mano di Vasco (1967) e Cabina Solare (1967).

Vasco Bendini 1966-1967 - veduta della mostra presso il Macro, Roma 2013
Vasco Bendini 1966-1967 – veduta della mostra presso il Macro, Roma 2013

A Vasco Bendini non piacciono i limiti, ed è per questo che una tela non gli basta per sprigionare la sua creatività. E nemmeno due. Si delinea qui il quarto motivo per non perdersi questa esposizione: troverete un Bendini poco noto. Queste cinque opere – che trovano posto in una piccola stanza all’interno dell’immenso Macro – svelano una singolare vicinanza all’Arte Povera (ma solo per l’uso dei materiali, il concetto va oltre), alla realtà. Lavori di una mano che si è progressivamente allontanata dalla pittura fino ad arrivare alla produzione di oggetti; macchinari – come Cabina solare – che sviluppano un processo artistico solo se il fruitore ci entra fisicamente. Altrimenti sarebbe solo un cubo di legno. E lo stesso vale per Come è: c’è una sedia e un microfono collegato a une telaio vuoto. Senza la voce di qualcuno l’opera resta ferma, apparentemente morta.
Questa necessità di condivisione del momento artistico è il punto forte – l’anima – di questa piccola esposizione (e in generale del concetto di Bendini). Sarebbe quasi un delitto non prendere parte a questo gioco (i guardasala saranno ben lieti di spiegarvi il funzionamento. Perché svelarlo adesso?). Una mostra davvero diversa, dunque (fossero sempre così!). E non dimenticate che Bendini rinuncia alla confortante dimensione privata dell’arte – quella, per intenderci, del così è se vi pare – per portare il suo lavoro in balia della condivisione pubblica.

Vasco Bendini 1966-1967 - veduta della mostra presso il Macro, Roma 2013
Vasco Bendini 1966-1967 – veduta della mostra presso il Macro, Roma 2013

Sotto il legno, i materiali poveri, le stoffe e le lampadine c’è il vero cuore, il concetto: l’azione (che spetta a voi); subito seguita dalla reazione (che può essere uno choc, un giudizio, una repulsione, un sorriso). Non è solo un happening, dunque; è il campo d’azione (di gioco) in cui il dialogo tra l’opera e il fruitore – due fattori inscindibili di questa addizione – dà vita al momento artistico. E sarete voi – per la prima volta – a trovare soddisfazione nell’aver reso vivo qualcosa di morto. Condizione che di solito è riservata all’artista (vero). Benvenuti nel mondo dell’arte partecipativa.

Paolo Marella

Roma // fino al 5 maggio 2013
Vasco Bendini 1966-1967
a cura di Gabriele Simongini
MACRO
Via Nizza 138
06 671070400
[email protected]
www.museomacro.org

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Paolo Marella
Barese, classe 1987, trapiantato maldestramente a Venezia. Laureando in Economia e Gestione dei Beni Culturali all'Università Ca' Foscari, coltiva da anni una forte passione per l'arte e la scrittura. Gli piace il mondo della comunicazione: quest'anno ha lavorato nell'ufficio stampa del Carnevale di 2012. E' giornalista pubblicista, anche se non lo dice in giro. In passato si è occupato di cronaca giudiziaria per il Quotidiano Puglia. A Venezia ha lavorato, come mediatore culturale, nei maggiori musei d'arte contemporanea e moderna - Palazzo Grassi, La Biennale e Peggy Guggenheim Collection. Ha un blog (anche se ci scrive poco) e gli piace molto il cinema. Fa scherma. O almeno ci prova.