Una grande mostra a Rotterdam racconta la storia dei virus informatici

L’Het Nieuwe Instituut di Rotterdam presenta, dal 5 luglio al 10 novembre, una vasta rassegna dedicata a uno degli oggetti culturali più controversi della nostra epoca: il virus informatico. Ripercorrendone la storia e indagandone il lato creativo

Artistic interpretation of Ransomware Pollocrypt. Image by Tomorrow Bureau and Bas van de Poel

I virus rappresentano da sempre il lato oscuro dell’informatica: portano scompiglio nei computer degli utenti e delle aziende, provocano danni economici ingenti e mettono a repentaglio la sicurezza di sistemi e dati. Allo stesso tempo, tuttavia, sono oggetti culturali di grandissimo interesse perché dimostrano, nel modo più efficace possibile – ossia attraverso il caos e la distruzione – la vera potenza dei linguaggi di programmazione. Poche linee di codice, scritte con estrema intelligenza, rendono i virus capaci di infiltrarsi all’interno dei sistemi, appropriarsi di dati sensibili e replicarsi in maniera velocissima, aggirando protezioni e barriere.

Stuxnet, artistic interpretation. Image by Tomorrow Bureau and Bas van de Poel
Stuxnet, artistic interpretation. Image by Tomorrow Bureau and Bas van de Poel

LA POTENZA DEL CODICE SORGENTE

Da quando sono comparsi all’orizzonte, più di trent’anni fa, questi i software “malevoli” sono diventati più volte oggetto di ricerca per artisti, studiosi e programmatori, generando un notevole corpus di opere, testi critici e progetti sperimentali. Basti pensare, solo per fare qualche esempio, a Biennale.py, opera d’arte in forma di virus portata alla Biennale di Venezia da 0100101110101101.ORG ed epidemiC nel 2001, ma anche ai siti web di Jodi.org ed etoy, e a una gran parte della Software Art della seconda metà degli Anni Novanta e dei primi Anni Duemila. Una linea di ricerca, questa, che riflette sulle potenzialità creative del software oltre che sull’estetica dell’errore, documentata estensivamente per la prima volta nel 2002 con la mostra I love you – computer_viruses_hacker_culture, curata da Franziska Nori al Museo di Arte Applicata di Francoforte e migrata a Berlino l’anno successivo. Ha fatto poi il giro del mondo nelle scorse settimane l’opera di un giovane artista cinese, Guo O Dong, che pare abbia venduto all’asta, per oltre un milione di dollari, The Persistence of Chaos, un vecchio laptop infettato con sei tra i virus più pericolosi della storia, da I Love You a Wannacry, all’interno di un’operazione promozionale commissionata dall’azienda di cybersecurity DeepInstinct.

Coffeeshop DOS computer virus
Coffeeshop DOS computer virus

UNA GRANDE MOSTRA A ROTTERDAM

Riprende oggi l’argomento, con una grande mostra che sarà aperta dal 5 luglio al 10 novembre,  l’Het Nieuwe Instituut di Rotterdam, museo dedicato ad architettura, design e culture digitali. Malware: Symptoms of Viral Infection, a cura di Bas van de Poel e Marina Otero Verzier, si propone di analizzare il fenomeno da un punto di vista storico, ripercorrendo le tappe più importanti dai primi virus in DOS a quelli che sfruttano gli algoritmi di intelligenza artificiale, ma anche di mostrare le reintrepretazioni creative del fenomeno prodotte da artisti e designer. Il percorso parte dai primi virus, piccoli programmi relativamente innocenti come Brain, CoffeeShop e Crash, disegnati per indagare le possibilità visive dei sistemi operativi con un approccio sperimentale e anche ironico, per poi passare ai più pericolosi malware comparsi con l’avvento di Internet e spesso propagati tramite e-mail, come Anna Kournikova, Happy99 e Melissa, e infine ai più sofisticati esempi di ransomware come PolloCrypt, Kenzero e Cryptolocker. Negli ultimi 15 anni, poi, i virus informatici sono anche diventati uno strumento di spionaggio e un’arma geopolitica a disposizione di stati e agenzie governative, trasformandosi in un vero e proprio arsenale della cyberwarfare contemporanea.

– Valentina Tanni

https://malware.hetnieuweinstituut.nl/en

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Valentina Tanni (Roma, 1976) è critica d’arte, curatrice e docente. Si interessa principalmente di new media art e di editoria multimediale. Ha curato numerose mostre, tra cui: la sezione di Net Art di “Media Connection” (Roma e Milano, 2001), le collettive “Netizens” (Roma, 2002) e “L’oading. Videogiochi Geneticamente Modificati” (Siracusa, 2003), “Maps and Legends. When Photography Met the Web” (Roma, 2010), “Datascapes” (Roma, 2011) e “Hit the Crowd. Photography in the Age of Crowdsourcing” (Roma, 2012), “Nothing to see here” (Milano, 2013), “Eternal September. The Rise of Amateur Culture” (Lubiana, 2014), “Stop and Go. L'arte delle gif animate” (Roma, 2016, Lubiana 2017). Ha collaborato con i festival di arti digitali Interferenze e Peam ed è stata curatore ospite di FotoGrafia. Festival Internazionale di Roma per la sezione “Fotografia e Nuovi Media” (edizioni 2010-2012). Ha scritto per testate nazionali e internazionali e lavorato come docente per istituzioni pubbliche e private. Attualmente insegna Digital Art al Politecnico di Milano. Dal 2011 collabora con Artribune.