Il festival Digitalive a Roma tra performance e installazione. Il resoconto

Le scelte del festival Romaeuropa puntano sempre più sull’intreccio dei diversi linguaggi e sulla globalizzazione che porta nel festival numerosi artisti internazionali dalla Cina come dall’Iran.

None collective, Genesi. La festa di Roma, Piazza Sant'Anastasia
None collective, Genesi. La festa di Roma, Piazza Sant'Anastasia

La crescente estensione dell’uso del digitale richiede una maggiore scioltezza nella definizione dei linguaggi e nell’interscambio fra diverse tipologie di opere. In questa edizione di “Digitalive” (e non più “Digitalife”, che unisce RomaEuropa Festival e Spring Attitude), la forma performativa prevale su quella installativa e ne consegue un progressivo sciogliersi dei media nelle forme dell’azione, del movimento e della spettacolarizzazione. Soluzioni digitali di azioni teatrali, di progetti politici, di dispositivi urbani prendono così forma di “Azioni”, performance e altro ancora. Così nella mostra prevale la rappresentazione che ingloba la tecnologia più dell’azione tecnologica che spettacolarizza se stessa come invece avveniva nel passato.

IL PROGETTO DI CATERINA BARBIERI

È un “concerto”, quello di Caterina Barbieri, Patterns of Consciousness, con caratteristiche formalmente attraenti. Calate dentro le acquisizioni della nuova duttilità dell’uso del rapporto suono e immagine, si propone come una musica d’Ascolto/Visuale quasi barocca, senza lacerazioni moderniste, ma con una prospettiva di futura musica da camera digitale, una “Tafel Musik” alla Telemann. Il gruppo “Iocose” che aveva iniziato anni fa giocando nel rapporto fra gli elementi, oggi mette in questione il computer lavorando sulla distruzione della comunicazione con contro-testi e spam signs, all’interno di un generale processo di autocritica e auto-contestazione che è iniziato già diversi anni fa. E Quiet Ensemble che si fece notare per un riuscito ibrido di arte e tecno/natura (uno dei loro primi concerti era creato da una serie di topolini che correvano dentro le loro ruote azionando altrettanti carillon), propone un concerto degli oggetti, Back Simphony, secondo una tradizione che parte dai Futuristi, attraversa il primo Walt Disney (le bellissime sinfonie di oggetti quotidiani nelle Silly Symphonies) e arriva all’arte programmata e elettronica degli ultimi decenni.

GLI INTERVENTI

Oggetti grandi e piccoli sono collocati a fare un’orchestra che agisce (programmata) con luci e piccole azioni coreografiche.  Back Symphony è quasi Nostalgia della composizione musicale legata al suono “Macchinico” del passato. Di Robert Henke avevamo visto l’anno scorso un’originale installazione dove il laser accendeva una striscia di fosforo, creando un’effimera luminosità in uno spazio oscuro, una piccola invenzione materica che stabiliva un nuovo approccio con la luce. Quest’anno lavora invece sullo spazio interno vuoto di una piccola chiesa con un “videomapping”, Linee e Punti che traccia e muove le molteplici linee strutturali dell’architettura barocca in un infinito riprogrammarsi colorato e scandito dalle ondate iterative della musica. Si abbandona all’armonia dei suoni e delle luci colorate. I Polisonum con Materia Lumina lavorano su uno degli strumenti più antichi, una campana che è stata restaurata e inserita in nuovi circuiti sonori. La campana liberata dalle incrostazioni è tornata a produrre suoni limpidi e utilizzata per la creazione di ulteriori rielaborazioni musicali digitali.  È un’installazione “Genesi”, del gruppo “None”, luogo di meditazione per tante culture e linguaggi che invitano all’approfondimento nelle pratiche della meditazione, segnato da luci ossessive, percussioni elettroniche e letture di testi nei diversi linguaggi.

LE PERFORMANCE

Marco Donnarumma e Margherita Pevere nella performance “Eingeweide” strisciano incollati come insetti copulanti in una lenta trasformazione alla William Burroughs in un percorso cupo e angoscioso. Il gruppo dei Fuse propone “DOKK”, notevole lavoro di mix/danza/immagine. L’immagine, giustamente proiettata su un doppio schermo trasparente, (come da sempre usato nel teatro tradizionale) ha un’iconografia diversa dalle altre, immagini di Universi Stellari molto simili alle copertine e alle illustrazioni di “Science Fiction” degli anni 20-30, mentre la danzatrice è una replica della Donna-Robot del film “Metropolis” di Fritz Lang. Movimenti stilizzati e robotici, accenni di voli spaziali come sogno e obbiettivo universale, l’individuo perso nello spazio. Una rilettura dello smarrimento della cultura davanti ai grandi cambiamenti tecnologici ma con una toccante volontà di ritrovare l’entusiasmo per il nuovo. Anche il kitsch Sci-FI si riscatta nell’immersione in queste modalità da “Balletto Excelsior” che guarda “lontano nel futuro”.

– Lorenzo Taiuti

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Lorenzo Taiuti
Lorenzo Taiuti ha insegnato corsi su Mass media e Arte e Media presso Academie e Università (Accademia di Belle Arti di Torino e Milano, e Facoltà di Architettura Roma). E’ esperto delle problematiche estetiche dei nuovi media. È autore di video, installazioni e website, collabora con musicisti sperimentali in produzioni audiovisive. Ha collaborato sui temi di arte e media con vari periodici, tra cui "Giornale dell’Arte", "Virus", "Alias"", "Terzocchio", "Linea d'Ombra", "Repubblica", “Juliet”, “Exibart”, “Artribune”, “Arte e Critica”, “Digimag”, “Noema”, “D’Ars”. Ha pubblicato i seguenti testi sulle tematiche dell’arte e i nuovi media: Arte e media. Avanguardia e comunicazione di massa (Costa & Nolan 1996), Corpi Sognanti. L’Arte nell’epoca delle tecnologie digitali (Feltrinelli 2001), Multimedia. L’Incrocio dei linguaggi comunicativi (Meltemi 2005), I linguaggi digitali (per la serie XXI secolo - Enciclopedia Treccani 2010).