Programmed. Una mostra del Whitney Museum di New York racconta le istruzioni nell’arte

Cinquanta opere selezionate tra quelle in collezione, molte delle quali mai esposte prima. Al Whitney Museum di New York sta per aprire una mostra che parla del tema delle istruzioni nell’arte, dal concettualismo alla realtà virtuale.

Sol LeWitt (1928-2007), Wall Drawing #289, 1976. Wax crayon, graphite pencil, and paint on four walls, dimensions variable. Whitney Museum of American Art, New York; purchase with funds from the Gilman Foundation, Inc. 78.1.1-4. © 2018 Sol LeWitt/Artists Rights Society (ARS), New York

In un momento storico come questo, in cui gli algoritmi e i sistemi automatizzati influenzano in maniera sempre più importante la nostra esperienza del mondo, ‘Programmed’ guarda indietro allo scorso mezzo secolo per esaminare il mondo in cui gli artisti hanno usato le regole e le istruzioni nella creazione del proprio lavoro.” Introduce così la nuova mostra collettiva del Whitney Museum of American Art di New York Scott Rothkopf, curatore capo del museo. E in effetti, il tema delle istruzioni, soprattutto quando prendono la forma di un software, è particolarmente rilevante per la cercare di comprendere meglio il mondo in cui viviamo, un compito difficile che l’arte può senz’altro aiutarci a portare a termine.

DA JOSEPH ALBERS A IAN CHENG

La mostra, il cui titolo completo è Programmed. Rules, Codes, and Choreographies in Art, 1965-2018, include più di cinquanta opere, tutte provenienti dalla collezione ma molte esposte per la prima volta, e occuperà il sesto piano del museo dal 28 settembre al 14 aprile 2019. La selezione dei lavori, firmata da Christiane Paul e Carol Mancusi-Ungaro, copre un arco temporale molto vasto, partendo da autori storici come Joseph Albers e Donald Judd, con pitture e sculture in cui le regole erano gli strumenti concettuali che generavano l’immagine, per arrivare ad artisti contemporanei come Ian Cheng e Tamiko Thiel, che sperimentano con la realtà virtuale e aumentata. D’altra parte le affinità tra la software art e l’arte concettuale sono state più volte sottolineate da storici dell’arte e curatori, a cominciare dall’esperienza seminale di Jack Burnham, che nel 1970, sempre a New York, curava la mostra Software – Information Technology: Its New Meaning for Art negli spazi del Jewish Museum.

UN’OPERA DI NAM JUNE PAIK RESTAURATA

Torna sul tema oggi Programmed, con un percorso espositivo articolato in due sezioni. Nella prima, intitolata Rule, Instruction, Algorithm, viene esaminato l’uso delle regole e degli algoritmi per generare immagini e oggetti, con un focus specifico sull’arte concettuale e sulle esperienze artistiche  incentrare sull’idea. Nello spazio di passaggio tra la prima e la seconda parte dell’esposizione, dal titolo Signal, Sequence, Resolution, la scena è occupata da Fin de Siécle II, una grande installazione multischermo di Nam June Paik che non viene esposta dal 1989, anno in cui fu realizzata e che è stata oggetto di una complicata operazione di restauro durata oltre sei anni. Tra gli highlight della seconda parte della mostra, segnaliamo Lorna, il primo videodisk interattivo della storia dell’arte contemporanea, realizzato da Lynn Hershman Leeson tra il 1979 e il 1984, e Unexpected Growth di Tamiko Thiel, un progetto in realtà aumentata site-specific realizzato appositamente per lo spazio della terrazza.

LA NET ART IN MOSTRA

Infine, la mostra include anche una selezione di opere di net art, commissionate negli anni dal museo per la piattaforma Artport, una delle prime iniziative museali dedicate ai progetti d’artista su Internet, attiva dal 2001. Per la prima volta, alcuni di questi progetti verranno esposti sotto forma di installazione, in dialogo, anche fisico con altre opere della collezione, come nel caso di {Software} Structures di Casey Reas (2004), un’opera di software art ispirata alla ricerca di Sol Lewitt, che verrà accostata a un wall drawing dell’artista concettuale americano.

– Valentina Tanni

Programmed: Rules, Codes, and Choreographies in Art, 1965–2018
dal 28 settembre 2018 al 14 aprile 2019
New York, Whitney Museum of American Art
https://whitney.org/exhibitions/programmed

 

Dati correlati
AutoriDonald Judd, Joseph Albers, Ian Cheng, Nam June Paik, Casey Reas
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Valentina Tanni (Roma, 1976) è critica d’arte, curatrice e docente. Si interessa principalmente di new media art e di editoria multimediale. Ha curato numerose mostre, tra cui: la sezione di Net Art di “Media Connection” (Roma e Milano, 2001), le collettive “Netizens” (Roma, 2002) e “L’oading. Videogiochi Geneticamente Modificati” (Siracusa, 2003), “Maps and Legends. When Photography Met the Web” (Roma, 2010), “Datascapes” (Roma, 2011) e “Hit the Crowd. Photography in the Age of Crowdsourcing” (Roma, 2012), “Nothing to see here” (Milano, 2013), “Eternal September. The Rise of Amateur Culture” (Lubiana, 2014), “Stop and Go. L'arte delle gif animate” (Roma, 2016, Lubiana 2017). Ha collaborato con i festival di arti digitali Interferenze e Peam ed è stata curatore ospite di FotoGrafia. Festival Internazionale di Roma per la sezione “Fotografia e Nuovi Media” (edizioni 2010-2012). Ha scritto per testate nazionali e internazionali e lavorato come docente per istituzioni pubbliche e private. Attualmente insegna Digital Art al Politecnico di Milano. Dal 2011 collabora con Artribune.

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