I loghi delle case di moda e la loro storia tra simboli e immaginari 

Da Lanvin a Prada, quando il logo diventa linguaggio visivo, mito e memoria culturale. Ma anche uno strumento di comunicazione

Nel sistema della moda, il logo non è mai stato un semplice segno grafico. È un mezzo culturale, una sintesi visiva capace di attraversare epoche, movimenti artistici e mutamenti sociali, trasformandosi in un codice immediatamente riconoscibile. Alcuni loghi hanno superato la funzione identitaria per diventare simboli universali, portatori di significati che dialogano con la storia dell’arte, la mitologia, la cultura pop e il costume. Ne abbiamo analizzato le origini, le evoluzioni, le connessioni con l’immaginario artistico e culturale: da quelli più istituzionali a quelli più narrativi e simbolici.

Lanvin, Paris
Lanvin, Paris

Lanvin: la maternità come gesto moderno

Il logo di Lanvin nasce nel 1927 e raffigura una madre e una figlia che si tengono per mano, ispirate a una fotografia reale di Jeanne Lanvin con la figlia Marguerite. In un panorama dominato da stemmi e iniziali, questa scelta introduce un’immagine intima e profondamente umana. Il riferimento culturale è duplice: da un lato l’idea di maternità come valore fondativo, dall’altro una sensibilità visiva che dialoga con l’Art Déco, movimento con cui Lanvin condivide l’eleganza delle linee e la ricerca di armonia. Il logo diventa così racconto biografico e manifesto estetico, anticipando una moda che non è solo status, ma narrazione personale.

Hermès: il lusso come tradizione equestre

Il logo di Hermès, con la carrozza Duc attelé e il cocchiere, viene introdotto negli Anni Cinquanta, ma affonda le radici nella Parigi ottocentesca delle sellerie e dell’artigianato equestre. Il riferimento iconografico rimanda a un mondo preindustriale, fatto di rituali, savoir-faire e tempo lento. Dal punto di vista culturale, il logo dialoga con la pittura di genere e con l’immaginario della nobiltà europea, evocando una dimensione quasi museale. Hermès costruisce il proprio mito sull’assenza del cavaliere: la carrozza è pronta, ma chi la guida è l’acquirente, chiamato a completare il racconto.

Loewe
Loewe

Loewe: il monogramma tra artigianato e astrazione

Il monogramma di Loewe, noto come Anagram, composto da quattro L intrecciate, nasce nel 1970 per mano del graphic designer Vicente Vela, con l’obiettivo di modernizzare l’immagine della storica casa di pelletteria spagnola. Il segno grafico richiama visivamente l’idea dell’intreccio e della manualità artigiana, elementi centrali nella tradizione del brand. Allo stesso tempo, la sua struttura simmetrica e astratta dialoga con il modernismo e con la grafica europea del Novecento. Negli ultimi anni, sotto la direzione creativa di Jonathan Anderson, l’anagramma è stato riletto come elemento culturale e non solo identitario, spesso accostato a collaborazioni con artisti e istituzioni museali, trasformandosi in un ponte tra heritage, arte applicata e sperimentazione contemporanea.

Versace: la Medusa come arma visiva

La Medusa scelta da Gianni Versace nel 1978 è uno dei loghi più carichi di riferimenti mitologici e artistici. Ispirata ai mosaici di epoca greco-romana visti a Reggio Calabria, la Medusa incarna la seduzione irresistibile e pericolosa. Versace attinge al patrimonio classico non per nostalgia, ma per costruire un’estetica barocca e sensuale, in dialogo con l’arte antica quanto con la cultura pop degli Anni Ottanta e Novanta. Il logo diventa così un’icona teatrale, che riflette l’idea di moda come spettacolo, potere e desiderio, in linea con un immaginario visivo che guarda tanto a Warhol quanto all’opulenza del Rinascimento italiano.

Maison Margiela: il logo che rifiuta l’identità 

Più che un logo, quello di Maison Margiela è un antilogo. L’etichetta bianca con quattro cuciture visibili, priva di nome, è accompagnata da una sequenza di numeri che va dallo 0 al 23, utilizzata per identificare le diverse linee della maison: il numero pertinente viene cerchiato, sostituendo il tradizionale marchio. Nato alla fine degli Anni Ottanta, il non-segno di Margiela si inserisce in una riflessione concettuale sull’autorialità, l’anonimato e il rifiuto dello status symbol, rappresentando una delle scelte più radicali nella storia della moda. Il riferimento culturale è vicino all’arte concettuale e alle pratiche di sottrazione di artisti come Duchamp o Art & Language. In un sistema alla costante ricerca della riconoscibilità immediata, Margiela costruisce un’identità attraverso l’assenza, trasformando il logo in un gesto critico.

Prada: il potere della discrezione

Il logo di Prada, apparentemente sobrio e quasi anonimo, è in realtà uno dei più concettuali della moda contemporanea. Il triangolo rovesciato, ispirato agli stemmi militari e alle etichette industriali, viene introdotto negli Anni Ottanta come elemento anti-status. Miuccia Prada, con formazione in scienze politiche e un forte interesse per l’arte contemporanea, utilizza il logo come strumento critico, in dialogo con il minimalismo e l’arte concettuale. In un sistema che celebra l’eccesso visivo, Prada sceglie la sottrazione, trasformando il logo in un segno intellettuale, capace di interrogare il concetto stesso di lusso e di identità.

Erika del Prete

Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati

Erika del Prete

Erika del Prete

Appassionata d'arte in ogni sua forma e amante dell'estetica. Laureata in Design della Moda, con tesi in Styling, collabora con diverse riviste su temi quali Fashion, Lifestyle, Cinema e Musica. Affascinata dal vintage e dalle storie di ogni singolo, si…

Scopri di più