Ecco come è andata la 102 edizione di Pitti Immagine Uomo a Firenze

Sostenibilità, gender e sostegno all’Ucraina. È stata impegnata la 102. edizione di Pitti Immagine. Ecco come è andata

Sapio ph. Vanni Bassetti for Pitti
Sapio ph. Vanni Bassetti for Pitti

Pitti Immagine Uomo torna a pieno regime post Covid-19 con un’edizione che registra numeri di tutto rispetto (oltre 600 marchi, 10.600 buyer, 16mila visitatori complessivi), offrendo numerose, stimolanti anticipazioni della moda maschile che verrà. E con la presenza di Artribune, che quest’anno ha partecipato alla kermesse con un suo stand e la presentazione del numero estivo freschissimo di stampa. D’altra parte, il tema scelto quale minimo comun denominatore della kermesse, si prestava a rendere il concetto di tante isole di creatività che, negli spazi del salone, trovano la cornice ideale per amplificare il proprio messaggio stilistico. Ecco, dunque, una selezione tra le proposte più interessanti viste alla Fortezza da Basso.

Lo stand di Artribune da Pitti Firenze
Lo stand di Artribune da Pitti Immagine Uomo a Firenze

UKRAINIAN FASHION NOW!: PITTI SUPPORTA GLI STILISTI UCRAINI

Un’iniziativa senz’altro meritevole è quella della Fondazione Pitti Discovery, che ha coinvolto alcune realtà fashion dell’Ucraina. Prima dello scoppio della guerra, il paese vantava una delle scene creative più dinamiche e promettenti, con la settimana della moda di Kyiv a fare da collante tra designer votati alla rilettura del ricco patrimonio artigianale nazionale, che proseguono tuttora il proprio lavoro, nonostante immani difficoltà. La rassegna fiorentina offre dunque una vetrina a undici di loro, nello specifico Bobkova, Guzema, Katerina Kvit, Gudu, Poustovit, Viktor Anisimov, Gunia Project, Litkovskaya, Manufacture De Lin, Oberig, Yulia Yefimtchuk, invitandoli ad esporre nelle sale dell’Arsenale. Spiccano, fra tutte, le collezioni di Katerina Kvit e Litkovskaya; la prima convoglia nella Resort 2023 tutto l’ottimismo e la vitalità possibili, opponendosi ai mala tempora con dosi massive di colore, stratificazioni, uso copioso della pelle e stampe particolareggiate, tradotte in completi rosa bubblegum, longuette arancio, grafismi etnici, ampi blazer che scivolano su modelli dalle linee ridotte, top minuscoli che occhieggiano sotto le bluse, lasciate aperte, oppure le sostituiscono. La seconda riflette il Dna del brand, una celebrazione delle tradizioni ucraine tramite cui la fondatrice, Lilia Litkovskaya, attualizza il savoir-faire artigiano, per lei (figlia e nipote di sarti) una sorta di lessico famigliare; presentando sia capi continuativi che novità stagionali, la selezione spazia tra long dress rastremati sull’addome (scoperto da un oblò), monili XXL scultorei, giacche arricchite da pattern multicolor, esemplari unici frutto di oltre cento ore di lavorazione manuale, che invitano al contatto, così da apprezzarne corposità e pregevolezza della fattura.

Dhruv Kapoor
Dhruv Kapoor

PITTI E L’UCRAINA SECONDO LAPO CIANCHI

Il progetto Ukrainian Fashion Now è stato sostenuto dalla Fondazione Discovery” spiega Lapo Cianchi, Direttore Comunicazione & Eventi e VDG di Pitti Immagine, “perché è proprio quest’ultima che nel nostro Gruppo ha il compito di promuovere iniziative di moda con un esplicito significato culturale, sociale e anche politico. La guerra in Ucraina ha colpito molto la sensibilità europea, sia per la vicinanza geografica, sia per le tante relazioni che esistono tra i paesi, sia per la brutalità dell’invasione russa e dei bombardamenti che coinvolgono tanta parte della popolazione civile – e sia anche per le inedite e immersive modalità di partecipazione che le nuove tecnologie della comunicazione danno a noi spettatori – anche se parlare di spettatori adesso può sembrare irrispettoso. Questo per dire che l’elemento emotivo ha contato molto, ma c’è stata anche riflessione su quali funzioni altre possa avere una moderna fiera come Pitti. Avendo conosciuto e ospitato in passato giovani brand ucraini e fashion designer – l’Ucraina fu la Guest nation del 2014 e in seguito abbiamo collaborato altre volte con la Kiev fashion Week,  – ci è sembrato naturale ritornare da loro e offrirgli un’occasione di espressione, oltre che commerciale. Siamo contenti di averlo fatto: grazie al lavoro della curatrice Polina Voloshyna, c’era molto talento in quelle collezioni, molta conoscenza di moda. E molti pensieri da evocare. Sulla moda responsabile la sezione dei cosiddetti sostenibili, curata da Giorgia Cantarini, è arrivata alla quinta edizione e ogni volta riesce a regalare spunti di alto livello e molto interessanti, ai compratori come alla stampa, come in fin dei conti a noi stessi organizzatori. Vorremmo sottolineare il design, lo stile, la cultura di questi designer piuttosto che la parola sostenibile, che a volte rischia di ingolfare il progetto. Ma credo vada bene così, il messaggio ormai è chiaro”.

Sapio ph. Vanni Bassetti for Pitti
Sapio ph. Vanni Bassetti for Pitti

LA SARTORIALITÀ GENDERLESS DI SAPIO

Ospite speciale della manifestazione, Sapio porta nella galleria-contenitore Spazio Discovery, attiguo alla Fortezza, il guardaroba P/E 2023, un tailoring 2.0 centrato su parole d’ordine come equilibrio, proporzioni, durata. Creatura dello stilista omonimo, allievo di Rick Owens (che ha affiancato per quasi vent’anni), il marchio propone ai clienti abiti equiparabili a una seconda pelle, attraverso i quali raccontarsi e soddisfare i sensi, ricollegandosi all’etimologia del termine che, va ricordato, deriva dal latino habitus, ossia – dizionario Garzanti alla mano – «comportamento, atteggiamento, abitudine»; per riuscirci, purifica al massimo le forme, lavorando di sottrazione, e mette al bando le distinzioni di genere, ricavandone pezzi essenziali, fluidi, longilinei, che si attengono alla diarchia cromatica del bianco e nero.

Occhiali Junk ph. Lorenzo Marzi
Occhiali Junk ph. Lorenzo Marzi

CAPI E ACCESSORI DI RICERCA NELLE CINQUE MACRO AREE DELLA RASSEGNA 

Per quanto l’ossatura di Pitti Uomo sia costituita, storicamente, da aziende per le quali il ben fatto d’impostazione sartoriale è un trademark, nella cinque macroaree della fiera – Fantastic Classic, Futuro Maschile, Dynamic Attitude, Superstyling, S|Style Sustainable Style – non mancano certo etichette di nicchia che si discostano dai canoni prestabiliti, a vario grado. Lo specialista della maglieria revisited Avant Toi, per esempio, attinge a piene mani all’eclettismo degli anni ‘70, ricoprendo i filati (cachemire, seta, lino…) di motivi folk, disegnature optical e colorazioni dégradé, ad evocare le sfumature del tramonto. Colpiscono nel segno, poi, le manipolazioni del tessuto di Never Enough: il designer Salvatore Nigordi, sperimentatore indefesso, è sempre pronto a sottoporre cotoni, lane, viscose, pellami a trattamenti o lavaggi che conferiscono al capo finale un appeal decisamente poco convenzionale, tra ombreggiature, consistenze impalpabili, stropicciature ed effetti destroyed.

Un outfit di Litkovskaya ph. Francesco Andreoli for Pitti
Un outfit di Litkovskaya ph. Francesco Andreoli for Pitti

ECOLOGIA AL PITTI

Sul fronte della sostenibilità troviamo gli abiti firmati Dhruv Kapoor, arricchiti da applicazioni, ricami e decori fantasiosi, che combinano una visione fuori dagli schemi della mascolinità – e dei baluardi dell’abbigliamento ad essa associato, dal suit alla camicia – con pratiche di recycling, poiché il 40% della collezione impiega scarti tessili forniti da produttori indiani (come il direttore creativo). L’occhialeria Junk, invece, dimostra come sia possibile trasformare il rifiuto, genericamente inteso (il brand gioca infatti col significato del termine inglese, “spazzatura”), in prodotti curati e accattivanti; realizzati in Econyl (nylon ottenuto dalla rigenerazione di reti da pesca, bottiglie di plastica e altri materiali di scarto), i sunglasses si distinguono per spessori decisi, profili smussati, finiture in argento e nuance insolite nell’eyewear. Sugli scudi gli accessori, in generale, complementi indispensabili per un outfit degno del nome; ce n’è per tutti i gusti, dai cappelli Superduper, orgogliosamente “imperfetti”, agli occhiali Jacques Marie Mage, autentici manufatti (la produzione di un singolo paio richiede 300 passaggi), in edizione limitata, esclusivi, non a caso inforcati volentieri da popstar e divi hollywoodiani (Beyoncé, Samuel L. Jackson, Daniel Craig, Jeff Goldblum, per citarne solo alcuni), fino alla valigerie über lussuosa di Globe-Trotter e FPM (acronimo di Fabbrica Pelletterie Milano). Folta la presenza dei gioielli, a conferma dell’ottima salute di cui gode il segmento, fino a non molto tempo fa appannaggio pressoché esclusivo della clientela femminile: vanno segnalati perlomeno quelli di Oberig, Guzema (entrambi parte del citato drappello di label ucraine), Tateossian, Topologie, Thompson of London. Isole creative, si diceva all’inizio, che compongono l’arcipelago della moda uomo prossima ventura, mai così vitale e diversificata.

-Federico Poletti

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Federico Poletti
Eclettico, nomade e multitasking: questi sono gli aggettivi che meglio definiscono l’orizzonte creativo e professionale di Federico Poletti. Milanese di adozione, parte da una formazione accademica nell’arte (laureato in Conservazione dei Beni Culturali) per arrivare a una visione della moda come progetto multi-culturale, crossover fluido in cui si mixano estetiche differenti. Giornalista, curatore indipendente e globe trotter instancabile, Federico si aggira per le fashion week più remote a caccia di nuovi talenti e delle più svariate forme di creatività 5.0. Tra le ultime fatiche editoriali, in uscita il suo ultimo libro edito da Skira: Maglifico! 50 anni di straordinaria maglieria italiana.