Gucci Bamboo 1947: nove artisti per una borsa iconica

9 artisti e fotografi sono stati coinvolti da Alessandro Michele nella creazione della borsa. Ma il marchio non è nuovo a queste collaborazioni

Nico Ito - Credits foto Gucci Bamboo 1947
Nico Ito - Credits foto Gucci Bamboo 1947

Il côartistico impresso, fin dalla sua nomina a direttore creativo della maison fiorentina, da Alessandro Michele a Gucci è ormai cosa nota anche ad un pubblico più ampio. Gli esempi della vicinanza del marchio al mondo dell’arte sono innumerevoli, si potrebbero citare, fra i tanti, gli artwall divenuti punti fermi dei paesaggi urbani di città quali New York, Londra e Milano, le campagne pubblicitarie commissionate a registi o fotografi di fama internazionale (l’ex enfant terrible del cinema indie Harmony Korine, la visionaria video-maker Floria Sigismondi, due mostri sacri della street photography come Martin Parr e Bruce Gilden), spesso corredate da pubblicazioni ad hoc, i photobook e libri d’autore dedicati a progetti sui generis, dai capitelli del veneziano Palazzo Ducale, protagonisti del raffinato volume Imitatio Vitae di Marina Cicogna, alla terzina di libri firmati da Paige Powell, una rassegna per immagini del fermento che animava la Grande Mela negli anni ‘80, dalla celebrazione dell’amore, in tutte le sue forme, negli scatti di Brad Elterman per la fanzine Gucci Love, Love & Love alla ricognizione visiva, ad opera di Peter Schlesinger, dei luoghi di Roma che hanno alimentato la cifra orrorifica di Dario Argento in Disturbia.

Lou Escobar -Katja Mayer - Credits foto Gucci Bamboo 1947
Lou Escobar -Katja Mayer – Credits foto Gucci Bamboo 1947

GUCCI: LE COLLABORAZIONI

Senza dimenticare il supporto fornito dal brand a musei e istituzioni culturali (basti pensare alla collaborazione di lungo corso col LACMA losangelino), le capsule collection con creativi affermati e non, l’adv campaign Primavera/Estate 2018 Utopian Fantasy, interamente affidata al tratto immaginifico dell’illustratore Ignasi Monreal.
Sorprende perciò fino a un certo punto che, per il lancio della borsa Gucci Bamboo 1947, la griffe della doppia G abbia chiamato a raccolta nove fotografi e artisti dai background eterogenei, ossia Lou Escobar, Maddalena Arcelloni, Katja Mayer, Suzanne Saroff, Theo Liu Xiangyu, Cho Gi-Seok, Samson Bakare, Nico Ito ed Everett Glenn, incaricati di raccontare a modo proprio il nuovo accessorio della casa.

GLI ARTISTI PER LA GUCCI BAMBOO 1947

L’occasione, del resto, è di quelle che richiedono di essere adeguatamente celebrate: si parla di una new entry nella linea Beloved (che comprende le borse emblematiche, must-have pensati per trascendere stagioni e tendenze più o meno effimere), rivisitazione di uno dei modelli di punta della luxury house, che fece la sua comparsa – come indica il nome stesso – ben 75 anni or sono. Nel pieno della fase post-bellica, contrassegnata dalla penuria di materie prime, il fondatore Guccio Gucci pensò infatti di ovviare al problema ricorrendo, per i manici della valigeria, al bambù, leggero e durevole, che grazie al savoir-faire dei suoi artigiani veniva superbamente lavorato attraverso procedimenti complessi, che includevano levigatura, curvatura e rifiniture a mano.
Passaggi mantenutisi fino ai giorni nostri, messi ora al servizio della verve rutilante di Michele, che sintetizza in una creazione dall’appeal retrò la commistione di heritage e visione avanguardista che anima, fin dall’inizio, il proprio operato alla guida del marchio, intervenendo da par suo sull’articolo in questione. Innanzitutto, aumenta le possibilità di scelta a livello di dimensioni, rendendolo disponibile in tre misure, media, piccola e mini; le ultime due vengono declinate anche in sfumature accese, dal rosa all’azzurro, a una tonalità tra il giallo e l’arancio particolarmente vivace. Le linee, tondeggianti, rimangono pulite ed eleganti, a completare il tutto due tracolle, in pelle e nastro Web verde e rosso, entrambe rimovibili, per portarlo a spalla.

Cho Gi Seok - Credits foto Gucci Bamboo 1947
Cho Gi Seok – Credits foto Gucci Bamboo 1947

LA CAMPAGNA DIGITAL E GLI ARTISTI COINVOLTI

Ad interpretare l’ennesima – con ogni probabilità – it-bag Gucci, una campagna digitale che lascia totale libertà alla vis creativa dei nove talenti selezionati: Cho Gi-Seok, ad esempio, da specialista dell’ibridazione tra elementi all’apparenza opposti qual è, la cala in scenari incantati, artificiosi, tra fiori dalle tonalità vivide, ali di farfalla e sfondi rosati, mentre il vignettista del New Yorker Everett Glenn l’accosta agli outfit della sfilata Aria Autunno/Inverno 2021, in disegni che strizzano l’occhio allo stile delle graphic novel, e Samson Bakare opta per figure cartoonesche rese con cromie squillanti. Katja Mayer, dal canto suo, sembra voler alludere alla sacralità, tra gli appassionati, di certi oggetti griffati, venerati a mo’ di feticcio, e la inserisce in teche museali. La coppia immortalata da Lou Escobar, che la tiene sulle ginocchia, ricorda invece per certi versi i celeberrimi amanti magrittiani, con il bacio “sospeso” e ampi veli trasparenti frapposti tra loro. Più vicine allo still life le composizioni di Nico Ito, Suzanne Saroff e Theo Liu Xiangyu, rispettivamente illustrazioni dal gusto pop dove la Bamboo è contornata da sbrilluccichii, fiorellini di campo e sferzate di colore lisergico, foto dall’effetto mosso che sfumano i contorni di boccioli e piante posate su di essa, scatti nei quali è attorniata da ciottoli e pietre dipinte. Maddalena Arcelloni, infine, gioca con riflessi e illusione ottiche, accentuando i profili sinuosi dell’accessorio. Nove modi, diversi ma ugualmente suggestivi, di presentare la versione 2.0 di una borsa che già in passato aveva conquistato stuoli di attrici, celebrità e jet-setter, impreziosendo i look delle dive d’antan alla Grace Kelly, Ingrid Bergman, Elizabeth Taylor o Vanessa Redgrave, e in tempi più recenti quelli del gotha dello showbiz, da Madonna a Beyoncé, passando per Naomi Watts, Florence Welch e Carla Bruni. Adesso torna a occupare un posto d’onore nelle collezioni Gucci, ovviamente rivista e corretta à la Michele, che sceglie di raccontarla con un caleidoscopio di ispirazioni e nuance, ad ulteriore conferma della volontà, da parte del brand, di distinguersi (anche) nella comunicazione dei prodotti, trasformata dal vulcanico stilista romano in un tramite per rinsaldare il legame di reciproca fascinazione tra moda e arte.

– Marco Marini

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Marco Marini
Marco Marini è romano e, in quanto tale, ha un rapporto piuttosto complicato con la Città Eterna, tanto che finisce per laurearsi in Scienze umanistiche per la comunicazione a Milano. Da adolescente, arriva la folgorazione sulla via di Damasco, davanti a una vetrina con gli abiti disegnati per Dior Homme da Hedi Slimane: da allora non ha più smesso di seguire – ed, eventualmente, scrivere – di moda, convinto che sia una formidabile lente attraverso cui leggere la contemporaneità, nonché un tramite per parlare en passant delle altre sue passioni, dal costume (in senso lato) all’arte contemporanea, dalla letteratura al cinema, dal design alla fotografia. Editor di Manintown, per il magazine si occupa di menswear, lifestyle, interviste con volti più o meno noti del panorama creativo italiano.