Stilisti giapponesi in passerella a Parigi (II)

Dopo Junya Watanabe, Chitose Abe e Rei Kawakubo, un nuovo défilé di creazioni giapponesi sulle passerelle parigine.

Alla triade giapponese (Kawakubo, Yamamoto, Myake) che alla fine degli Anni Settanta bussa alla porte della Camera della Moda per diventare subito protagonista della settimana parigina non appartiene Kenzo Tange. Lui a Parigi era sbarcato parecchio prima fondando una casa di moda a tutti gli effetti francese che difatti dal 1993 appartiene a LVMH di Bernard Arnault. Per gli altri giapponesi, invece, la relazione tra il dato anagrafico e i gruppi industriali che li producono nella madre patria resta fortissimo. Questo non toglie che non si siano verificate intersezioni. Rei Kawakubo non disdegna di collaborare con Nike. Yohji Yamamoto sfila a Parigi non solo con il suo marchio ma anche con la collezione Y-3 disegnata appositamente per Adidas. Jun Takahashi è l’autore per NikeLab della linea Gyakusou Undercover Lab. Questi mega brand utilizzano la vena sperimentale dei designer giapponesi certamente più per le ricadute delle idee che sanno esprimere che per il business legato ai prodotti che portano la loro firma.

1. JUN TAKAHASHI E LUCA GUADAGNINO

Jun Takahashi con Luca Guadagnino. Parigi Fashion Week, febbraio 2019

Ha il pallino per i film horror Jun Takahashi. Con la sua linea battezzata Undercover per la collezione maschile lo scorso gennaio si era ispirato ad Arancia meccanica e poche stagioni prima alle gemelle Grady di Shining. Per la collezione donna autunno-inverno 2019 si è fatto avanti con Luca Guadagnino. Il regista italiano, che non è affatto lontano dal mondo della moda (sta attualmente collaborando a un cortometraggio con Pierpaolo Piccioli di Valentino), lo ha accontentato. E così una foto della Tilda Swinton di Suspiria è apparsa stampata su una lunga blusa, non l’unico fotogramma utilizzato del film di cui Takahashi pare sia un fan sfegatato. Le sue ultime collezioni Takahashi le ha dedicate alla “parte oscura” di ognuno di noi. Nella collezione sfilata a febbraio si sono visti tailleur da indossare davanti e dietro, forniti con revers intercambiabili che assicurano look differenti. O voluminose maniche a soffietto di colore rosso sangue per blouson two-tones. Ovunque campeggiava la “S” rubino ispirata al titolo del film. La stampa fotografica è spesso un escamotage per un sarto a corto di idee, ma non è questo di certo il caso: la collezione risulta di una tale complessità da non lasciare alcun dubbio sulle reali intenzioni di Takahashi, che ‒ indovinate un po’ – agli inizi della sua carriera ha avuto come mentore la solita Rei Kawakubo.

2. KEI NINOMIYA E LE ROSE DI AZUMA MAKAMOTO

Kei Ninomiya. Parigi Fashion Week, febbraio 2019

Trentadue uscite, quattro colori in tutto: nero, un tocco di bianco, viola e rosa carne. La terza collezione dedicata a un tema floreale di Kei Ninomiya, 34 anni, laureato in letteratura francese a Tokyo, poi trasferito alla Royal Academy of Fine Arts di Anversa e quindi anche lui finito a disegnare per Rei Kawakubo. Kei Ninomiya qui ha dato prova della sua straordinaria tecnica sartoriale. I primi abiti apparsi li ha costruiti come favi neri che sfumano verso il centro sino a raggiungere tonalità di bianco, tutti assemblati senza cuciture. Associati a questa tecnica tridimensionale del tessuto sono apparsi giubbotti da motociclista, smoking sormontati da grembiuli a pieghe, lunghi cappotti in lattice nero borchiati e dissezionati, gonne costruite con imbottitura a canne, corpetti corazza o intrecciati come canestri e una infinita variante di tessuti trasparenti rosa carne abbinati a tessuti brillanti dello stesso colore. Su tutto hanno sfilato centinaia di rose rosse intrecciate dentro a parrucche dello stesso colore trionfalmente indossate da ogni modella. Un lavoro, questo di Azuma Makoto, che solo in un Paese dove l’arte botanica ha raggiunto livelli straordinari poteva essere concepito.

3. ISSEY MIYAKE E IL DESIGN DEL TESSUTO

Issey Miyake. Parigi Fashion Week, febbraio 2019

Sopravvissuto ai bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki, Issey Miyake ha presentato la sua prima collezione nel 1971 a New York e solo in seguito è approdato a Parigi. Un paio di decenni dopo ha affidato le redini delle collezioni al suo protégée Naoki Takizawa, poi passato dirigere il reparto stile del gigante giapponese del fast fashion Uniqlo. Oggi il 21_21 Design Sight a Tokyo è il fortino dentro al quale Miyake si è rifugiato per continuare una ricerca che riguarda solo marginalmente i capi che sfilano ancora a Parigi. Le sue creazioni sono sempre state caratterizzate dalla sperimentazione di nuovi materiali e lavorazioni ottenute da tecnologie futuristiche. I primi look apparsi in passerella a febbraio sono stati presentati a coppie. Il primo composto da cappotto, giacca e gonna in “Dough Dough”, un tessuto-scultura inventato nei laboratori tessili Miyake. Sono seguite altre invenzioni come la lavorazione “Bao Bao”, un tempo impiegata per le sue borse a moduli, poi trasportata sul tessuto. Una sfilata di Miyake è fatta soprattutto di materiali, stampe e lavorazioni innovativi, difficili però da percepire con la sola vista. Più un atto di fede per chi vi assiste che una vera spiegazione del lavoro effettuato. Che viene poi presentato a buyer e altri pochi eletti in seguito in forme che prevedono il tatto e vere e proprie istruzioni per l’uso oltre che la vista e il suono.

4. YOHJI YAMAMOTO E ADIDAS

Yohji Yamamoto . Parigi Fashion Week, febbraio 2019

Tra i giapponesi è quello che ha lavorato di più sul concetto di seduzione femminile. Ma anche quello che ha iniziato quindici anni fa una collaborazione a tutto campo con il marchio Adidas. Yohji ha oggi 75 anni, esattamente come Rei Kawakubo, ma il piacere di proiettare nelle sue collezioni un’immagine femminile morbida, seducente e molto intellettuale non lo ha perso. Come è accaduto alle cinque figure apparse in conclusione del suo show: tutte insieme e tutte velate di nero. Niente allusioni politiche o sociali però, il punto di riferimento è stato ancora una volta storico ed estetico. Si è trattato di figure femminili seducenti come tapada limeña, le peruviane del XVII secolo che nascondevano la testa sotto uno spesso manto nero lasciando libero solo l’occhio sinistro. Una raffinata strategia per risultare particolarmente seducenti. E immancabile è arrivato alla fine il coup de théâtre quando la bellissima di turno ha gettato indietro la sua cappa rivelando che si trattava in realtà di uno strato della gonna indossata. Nel complesso 44 uscite pensate come un’esibizione di virtuosismo sartoriale davvero impressionante: tufting, tracking, wrapping, strappi, drappeggi, pezze dipinte a mano per abiti davvero impegnativi quando non clamorosi. Vera haute couture, ma ancora una volta rinnegata. Già, Yohji è giapponese…

Aldo Premoli

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Aldo Premoli
Milanese di nascita, vive tra Noto e Cernobbio. E poi New York e Washington dove lavorano i suoi figli. Tra il 1989 e il 2000 dirige periodici specializzati nel settore tessile abbigliamento come “L’Uomo Vogue”. Nel 2001 fonda Apstudio, che fornisce consulenze ad aziende e associazioni industriali italiane e straniere. Nel 2013 e 2014 dirige “Tar magazine”, rivista di arte, scienza ed etica. Blogger di Huffington Post ha fondato a Catania, l’Associazione Mediterraneo Sicilia Europa e a Noto il Centro Studi sulle migrazioni che porta lo stesso nome.