Hypebeast. Il fashion che arriva da Oriente

Arriva da Hong Kong la piattaforma internazionale che sta catalizzando l’attenzione del mondo della moda. Ecco come funziona.

Screenshot dal sito Hypebeast il 24 febbraio 2019
Screenshot dal sito Hypebeast il 24 febbraio 2019

C’è una piattaforma nel fashion internazionale che sta emergendo in modo travolgente. Nel suo segmento è leader da tempo, ma lo Zeitgeist la catapulta fuori dal contesto in cui è nata per farla divenire un serio problema anche per un tempo incontrastabili gruppi editoriali come Condé Nast o Hearst, entrambi con i loro imperiali headquarter radicati a New York.
Il successo di Hypebeast è un fenomeno rilevante da più punti di vista. Ma andiamo per gradi.
Hypebeast è in gergo una bestia (ossessionata) dall’hype (di moda). Lo hypebeast e la sua “babe” (hypebae) sono pronti a tutto per ottenerlo. Il termine è dispregiativo e ridicolizza una mancanza di stile proprio: hypebeast è chi acquista tutto ciò che il marchio di riferimento propone, e lo fa senza discernimento e senza distinzione, che si tratti di alta moda o di sneaker Air Jordans e Nike Skateboarding. Di grande appeal per un hypebeast sono le edizioni limitate da possedere a ogni costo, addirittura rivolgendosi all’usato.
La Hypebeast Limited è invece una società composta da media digitali, e-commerce (HPX) e studio creativo (Hypemaker). Offre contenuti moda per young & young adults. Le sue proprietà multimediali includono, oltre ai siti di moda maschile e femminile, un sito per bambini (Hypekids), un sito di alta moda femminile cinese (Popbee) e un magazine cartaceo trimestrale. L’headquarter di Hypebeast ha sede non a New York, Los Angeles o Parigi, ma a Hong Kong. Fondata nel 2005 come blog dal canadese di origine cinese Kevin Ma, allora 22enne, dal 2016 Hypebeast Limited è quotata al GEM – Growth Enterprise Market della Borsa di Hong Kong, specificamente progettato per le aziende emergenti.

“L’headquarter di Hypebeast ha sede non a New York, Los Angeles o Parigi, ma a Hong Kong”.

Il direttore editoriale di Hypebeast, Petar Kujundzic, è di origine tedesca, mentre la crew è un genere di mix etnico che puoi trovare solo in quella ricchissima porta della Cina che è l’ex colonia britannica, e i contenuti spinti sulle piattaforme la riflettono in pieno. Qui non esiste differenza fra alta moda e street style. L’abbigliamento è quasi esclusivamente dedicato all’athleisure: moltissimo Supreme e North Face, ma anche Gucci, Balenciaga e Céline non scherzano. L’automotive è pressoché tutto dedicato all’elettrico, ma il vintage Porsche e Aston Martin ingolosiscono. Il mondo hip-hop è rappresentato in tutte le sue declinazioni. E l’arte? Tanto Murakami, Banksy, Yayoi Kusama, Ai WeiWei, Kaws, Cai Guo-Qiang, una spruzzatina di Jeff Koons e Warhol, ma decisamente in second’ordine.
Le tipologie fisiche rappresentate non sono particolarmente marcate del punto di vista gender, molto più definibili invece da quello razziale: alta percentuale black in Hypebeast, più pronunciato il mix asiatico, latino, black per Hypebae. Ed è proprio il mix in tutte le sue espressioni Hong Kong style a risultare irresistibile. Se è vero che “è nei particolari che si nasconde il diavolo”, un caro saluto all’America First di Donald Trump…

Aldo Premoli

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #47

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Aldo Premoli
Milanese di nascita, vive tra Catania e Cernobbio. E poi New York e Londra, dove lavorano i suoi figli. Tra il 1989 e il 2000 dirige periodici specializzati nel settore tessile abbigliamento come “L’Uomo Vogue”. Nel 2001 fonda Apstudio, che fornisce consulenze di comunicazione ad aziende e associazioni industriali italiane e straniere Nel 2013 e 2014 dirige “Tar magazine”, rivista di arte, scienza ed etica. Blogger di Huffington Post e Artribune, ha fondato a Catania, l’Associazione Mediterraneo Sicilia Europa e a Noto il Centro Studi sulle migrazioni che porta lo stesso nome. Dirige inoltre la piattaforma on line SudStyle.it.

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