Sogno in nero di un animo multicolor. La moda di Marco De Vincenzo

La sua vita è stata segnata dai viaggi, l’ultimo dura da quasi dieci anni. Marco De Vincenzo scrive un nuovo capitolo del suo racconto di bellezza, e vuole farlo esagerando. Il designer siciliano – direttore del proprio marchio e responsabile creativo della pelletteria di Fendi ‒ racconta il suo percorso a metà strada fra arte, riflessione e colore.

Marco De Vincenzo - Portrait - courtesy of Alessandro Di Palma
Marco De Vincenzo - Portrait - courtesy of Alessandro Di Palma

Ricordo ancora il treno serale che da Messina mi portò a Roma: fu la vera partenza del ragazzo del sud, con lettere e pianti. Tutto ciò che è avvenuto dopo è stato assolutamente un caso.
Sono 1243 i chilometri che separano la stazione di Messina Centrale dalla Torre Velasca, tropo della ricostruzione e reinterpretazione di una Milano dove Marco De Vincenzo (Messina, 1978) si racconta, e di cui forse non ha più paura. Sapeva bene che la moda era fuori, anche oltre quella Roma che aveva scelto come immaginifico scudo: “Per un creativo nascere in Sicilia richiede un impegno enorme, ma il più delle volte la fatica si rivela un valore. Ho scelto Roma per non vivere troppo lontano da casa e di fatto non l’ho più lasciata: probabilmente oggi mi sento pronto ad allentare questo nodo”.
Un maglione in lana rossa ne sintetizza la figura nitida e complessa, e il rincorrersi di anelli che porta alle dita evidenzia il gesticolare tipico di quella terra madre e buttana.
Un amor fati ‒ il suo ‒ sostenuto da un appassionato stacanovismo che ha spontaneamente assecondato la sua natura: “Non mi definisco un ribelle, mi sono continuamente conformato alle circostanze e al caso. La creatività è fragilità perché tira fuori parti di te e le dà in pasto agli altri: bisogna averne cura”.
La sua estetica è stratificata, allo stesso modo le tracce di un periodo rosa che ha voluto a lungo preservare: “Da bambino amavo moltissimo giocare con la vasca piena d’acqua per osservarne i movimenti sulla superficie; sentivo il bisogno di estraniarmi. Ultimamente ho voluto recuperare quei ricordi d’infanzia e raccontare una storia: così è nata la SS18. Memoria e ispirazione non devono però essere vincolate l’una all’altra; a volte è giusto prendersi una pausa da chi si è stati”.

FENOME-NO!

Io sono nessuno, e tu chi sei? Sei nessuno anche tu?” ‒ Marco conosce a memoria questi versi, complice il suo debole per Emily Dickinson e un vissuto che l’ha portato a interiorizzarli:
Non ho mai avuto piena consapevolezza di ciò che accadeva attorno a me; credo di non averla tuttora. Le migliori collezioni nascono dalla reazione a un qualcosa che non convince gli altri, e di conseguenza noi stessi: quando qualcuno arriva a comprendere il mio lavoro, tutto trova subito un senso”.
La credibilità è uno stilema che si evolve nel tempo e la sua emerge dal ventennale percorso di ricerca e sperimentazione al fianco di Silvia Venturini Fendi, artefice di un battesimo che gli ha segnato la vita: “Venivo dalla Sicilia senza sapere cosa fossero miliardi di cose. Gravitare attorno a questa famiglia mi ha avvicinato a molti artisti e insegnato cosa significasse osare e sovvertire. È qui che ho avuto le migliori opportunità e concepito il mio progetto. Bisogna credere in sé stessi e avere al proprio fianco qualcuno che faccia lo stesso, che ti ricordi quando fai bene”.

Collezione FW 2018-19. Courtesy of Marco De Vincenzo
Collezione FW 2018-19. Courtesy of Marco De Vincenzo

L’ARTE PER L’ARTE

Se i Fendi sono stati i primi a intuire la sua esigenza di individualità, è l’arte ad aver formato questo psichedelico Antonello da Messina, determinato a lasciare la propria terra per provocare bellezza: “Mi sono avvicinato all’arte contemporanea una volta giunto a Roma, comprenderla non è stato affatto semplice. Ciò che più mi affascina sono la fatica e il tempo necessari a concepire e realizzare un’opera: è uno sforzo sia mentale che fisico”.
Ad attrarlo è l’inconsapevole connessione che s’instaura tra gli uomini: disegnare una stampa, pensare a un accostamento cromatico e rintracciarli sotto diverse forme espressive è l’aspetto che più lo elettrizza: “L’idea che nello stesso momento esista qualcuno che la pensi alla mia maniera mi fa sentire meno solo”.
Le tele di Antonello da Messina sono le prime che Marco ha conosciuto empiricamente, tanto da scomporle e ridefinirle nella FW 2018-19: “Ho voluto fare un omaggio a quell’esperienza giovanile. Vedere da vicino opere che fino ad allora avevo percepito unicamente attraverso i libri mi ha impressionato e stupito. Col tempo ho avvertito quanto alto sia il rischio di giudicare le cose tramite un filtro; sperimentare è fondamentale”.
Arte come profonda percezione del mondo, la stessa che ritrova nei primi lavori di Marina Abramović e nelle poesie della Dickinson: “Mentre sono perso a disegnare abiti, c’è qualcuno che legge la realtà e le dà una traduzione più profonda della mia. Io ne propongo solamente un’interpretazione e la trasformo in oggetto superfluo; l’arte fa molto di più: ti spinge a raschiarti dentro”.

SOCIAL-EVO

In un’era social in cui la moda è tornata a comunicare, esigenza primaria diventa stupire a tutti i costi: “Mi piace assistere a sfilate emozionali” – spiega – “a patto che gli abiti non passino in secondo piano. Spettacolarizzazione e prodotto non possono essere slegati: non risulterebbero credibili. Alcuni progetti hanno il fiato corto proprio perché rivestiti esclusivamente di fumo e fantascienza”.
Tramandare e innovare rappresentano l’unico modo per garantire alla bellezza di sopravvivere: “Oggi chiunque può essere un designer o fare arte: è una democrazia divertente. Dall’altra parte però si è abbassato il livello: ci stiamo abituando al cattivo gusto. Non so se inventiva e bellezza avranno un futuro univoco, a determinarlo saranno le nuove generazioni”.
Il cattivo gusto, però, può anche diventare eccellente grazie all’opera di alcuni designer capaci di celebrarlo. Christopher Kane e la sua nobilitazione del trash sono un vero punto di riferimento per il lavoro di De Vincenzo: “Spesso sono stato definito un italiano dallo spirito inglese, perché non sempre risulto di buon gusto. La potenza di certi abiti è proprio quella di muoversi su un sottile limite: il mio piumino multicolor lurex ‒ ad esempio ‒ può non rivelarsi bello su tutti. È giusto proporre estetiche nelle quali la gente possa riconoscersi: bisogna rischiare!”.
Cambiamento e rischio hanno spinto lo stilista siciliano verso una nuova visione, quella di una linea uomo: “Mi auguro che questa intuizione possa trovare un’espressione più organica. Se la donna è stato il mio sfogo, con l’universo maschile vorrei provare a domare questa eccentricità. Rispecchierebbe appieno il mio gusto più intimo: la vera antitesi all’estetica che ho proposto finora è senza dubbio il mio modo di essere”.

Collezione SS 2015. Courtesy of Marco De Vincenzo
Collezione SS 2015. Courtesy of Marco De Vincenzo

ISTINTO MULTICOLOR

Il decorativismo entra sin da subito in questo immaginario multicolore; esiste però una fase primitiva – i cui prototipi sono custoditi nell’archivio di Cremona –, dove tutto era pulizia e volume: “Quasi nessuno conosce quei capi! Ho mirato fin da subito a una stagionalità che potesse costantemente acquisire valore: il capospalla giallo a frange della SS2015 ne è un esempio. Sarebbe bello ritrovarlo tra vent’anni nel guardaroba di qualche collezionista”.
L’istinto di Marco trova massima espressione nel vincolo, in cui emerge la sua natura da designer di pelletteria: “La borsa è in sé piccola, quindi tutto deve funzionare e convincere in poco spazio; lo stesso avviene col prêt-à-porter. Una volta terminato il giro nelle fabbriche, torno a casa, metto a terra tutto ciò che ho trovato, e in un attimo ho chiara la storia”.
Le maglie in lurex, le gonne multicolor e i cappotti a onde sono il frutto di un’audacia che nel tempo ha delineato un’estetica autentica, di cui la gente riconosce a De Vincenzo la paternità: “Non mi sono mai innamorato veramente di qualcosa che ho concepito: creo e demolisco quasi immediatamente perché sento sempre di poter migliorare”.
A dieci anni dal lancio della linea eponima – anniversario che celebrerà con una collezione durante la prossima Milano Moda Donna –, prova a guardare indietro: “Oggi in Italia c’è più voglia di novità rispetto ai miei inizi; allora solamente Londra e New York erano sensibili ai talenti emergenti. L’errore che viene commesso è non concedere ai giovani il tempo per crescere, per realizzare le giuste collezioni: se non hai buoni mentori fai fatica!”. Le regole del mercato e i mezzi necessari per seguirle consentono a giocatori di grossa taglia di divorare tutto: “Aver riconosciuta la paternità delle proprie intuizioni è molto difficile: un’idea può diventare altrui in base ai mezzi. Questo non è cambiato”.

UN SOGNO IN NERO

L’obiettivo è continuare a esserci, anche in futuro: “Non mi sento un gioco o un fenomeno pronto a spegnersi. In alcune collezioni mi sono concesso incondizionatamente, in altre ho consapevolmente lasciato fuori qualche pezzo di me, la creatività è un’altalena”.
La sua più grande ambizione è realizzare una collezione tutta in nero con la quale giungere a coloro che ancora sente di dover conquistare.
Marco rivela l’atteggiamento e gli intenti di chi ha deciso di chiudere un ciclo: “Vorrei dare vita a un racconto di DNA che racchiuda la romanità degli inizi, il mio lungo viaggio e il ritorno in Sicilia: sono convinto che a febbraio potrei esagerare!”.
Tutti i mondi di De Vincenzo hanno il proprio linguaggio e sono protetti dalla passione febbrile della sua terra d’origine, dal comportamento di un eterno allievo, dalle parole di chi sa costruire sogni e dai fatti di chi vuole lasciare un segno.
Amore, more, ore, re.

Marco Latorre

www.marcodevincenzo.com

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Marco M. Latorre
Convintamente siciliano, orgogliosamente di provincia. Nasce a Palermo nel giorno di Santa Rosalia del 1991. Laureato in Scienze Biologiche ma dalla forte propensione per il giornalismo di moda, interesse che lo ha condotto verso collaborazioni con radio, uffici stampa, magazine online e cartacei, sia italiani che esteri. Vede nella moda un reale codice per decriptare la società e nella scrittura il giusto strumento per veicolarla a quanta più gente possibile. Attualmente vive tra la sua Caltanissetta e Milano, città nella quale si dedica al completamento degli studi in abito scientifico e in cui continua la stimolante ricerca di se stesso, alimentando il suo grande interesse per il settore moda.

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