New Generations Festival: occhi puntati sugli studi di architettura europei emergenti

Parola a Gianpiero Venturini, curatore del New Generations Festival, che quest’anno andrà in scena in versione digitale dal 16 al 18 dicembre.

New Generations Festival 2019, Roma. Workshop ATLAS Museo Macro. Photo © Luca Chiaudano
New Generations Festival 2019, Roma. Workshop ATLAS Museo Macro. Photo © Luca Chiaudano

Le giovani leve architettoniche attive in tutta Europa saranno ancora una volta protagoniste al New Generations Festival, quest’anno in versione inevitabilmente digitale. Dal 16 al 18 dicembre, in diretta streaming dalla Real Academia de España a Roma, “le nuove sfide urbane” saranno oggetto di incontri, workshop e dibattiti. Gianpiero Venturini, curatore del progetto, anticipa le novità dell’iniziativa, che non vuole essere “il solito festival di architettura”.

Il tema delle “New urban challenges” verrà declinato in questa nuova edizione, la prima di un programma che si svilupperà in un triennio di eventi. Cosa dobbiamo aspettarci?
Quest’anno, a fronte di 180 proposte che ci sono arrivate attraverso la call, daremo spazio a circa 25 studi che ci aiuteranno a definire i macro temi scelti (City and people e City and responsabilities) attraverso linee di investigazione anche molto diverse tra loro. Parleremo di pratiche informali di vivere le città, di disuguaglianze nelle dinamiche di uso dell’ambiente urbano ma anche di come intere porzioni di spazi pubblici o edifici abbandonati, soprattutto a seguito della crisi economica, siano ritornati a essere occasioni dove la cittadinanza attiva sperimenta e si riappropria di luoghi lasciati all’oblio. I micro temi che affronteremo sono tanti, ma per fare altri due esempi parleremo di come l’uomo e la natura possano ricongiungersi nello spazio urbano, andando a creare dei progetti puntuali, o di come estesi contesti urbani periferici rurali siano stati stravolti da un’industrializzazione improvvisa che ha cambiato inevitabilmente anche il modo di vivere degli abitanti.

Avete concepito il festival come un luogo di condivisione di idee, ma quest’anno l’emergenza sanitaria ha sconvolto molte manifestazioni, come la vostra, che si son dovute reinventare in formato digitale…
In questi mesi abbiamo assistito a una produzione di materiale digitale che ci ha portato, a mio parere, a una saturazione di contenuti. Ma anche noi, come molte manifestazioni e festival quest’anno, non ci siamo potuti sottrarre alle nuove norme, nonostante inizialmente avessimo organizzato un festival in presenza. New Generations Festival manterrà il format dei tre giorni, come negli altri anni, perché non avrebbe avuto senso stravolgere tutto, ma la riflessione che ci siamo posti è stata, invece, su come il progetto potesse emergere rispetto a tutto quello che si è prodotto digitalmente in questi mesi.

Quali sono le novità?
Abbiamo fatto un po’ di ricerche e abbiamo creato una veste grafica che possa aiutare chi prenderà parte al festival a comprendere e individuare subito di cosa si sta parlando e soprattutto chi lo sta facendo. Oggi gli eventi online sono tutti uguali: il layout standard a griglia con tutti i partecipanti con il proprio sfondo. Ed è quello che un po’ stanca, secondo me. Abbiamo ragionato anche sulla durata e sul ritmo: non ho visto grandi sforzi di adattamento nei tanti eventi digitali di quest’anno, ma si è semplicemente trasferito online ciò che prima veniva fatto in presenza. Vi sono delle profonde differenze di cui è necessario tenere conto, a partire dalla capacità di attenzione dello spettatore che davanti a uno schermo viene notevolmente ridotta. Abbiamo, quindi, scelto di non avere keynote speaker che occupano tutto il tempo dell’evento ma un susseguirsi di brevi presentazioni e dibattiti. Certo, l’atmosfera che si viene a creare in un workshop in presenza verrà ovviamente a mancare, ma stiamo aprendo una piattaforma online dove ognuno potrà lavorare contemporaneamente: si potranno lasciare i propri contatti o parlare delle proprie esperienze. Un po’ quello che prima facevamo seduti a un tavolo, davanti a una birra, ora cercheremo di farlo in formato digitale!

San Pietro in Montorio, Roma. Courtesy Real Academia de Espana, Roma
San Pietro in Montorio, Roma. Courtesy Real Academia de Espana, Roma

IL FUTURO E GLI ARCHITETTI EMERGENTI

Quest’anno il tema sul “come” vivremo le nostre città in futuro si è prepotentemente imposto come quesito al quale molti architetti hanno provato a dare una risposta, spesso anche proponendo soluzioni chimeriche…
L’ambiente urbano nel quale viviamo è stato costruito nel tempo e ha una sua evoluzione continua. A mio avviso non ci saranno grandi cambiamenti nell’uso dello spazio, ma sicuramente abbiamo visto come tante tematiche siano state accelerate: il ripensare l’ambiente domestico, il tema della digitalizzazione, le modalità di lavoro da remoto. Diciamo che stiamo facendo dei passi più veloci in una direzione che era stata già tracciata.

Vi è stato sicuramente un mutamento nel dibattito internazionale d’architettura degli ultimi dieci anni in favore di nuove ideologie e pratiche emergenti, ma le nuove generazioni ancora riescono a incidere poco nelle scelte che riguardano il proprio futuro. Cosa deve ancora cambiare?
L’idea che le persone hanno dell’architetto è, ahimè, legata a quello che i media hanno negli anni delineato come “archistar”. I grandi studi di architettura, che hanno consolidato il loro modus operandi in decine e decine di anni, hanno fatto la loro fortuna su un’idea di architettura e continueranno a fare quel tipo di architettura. Ma le cose stanno cambiando: le condizioni economiche e le commesse di ora non permettono più di costruire grandi uffici con una struttura piramidale nella quale l’expertise necessaria per determinati progetti viene identificata nella figura dell’architetto, un po”come un direttore d’orchestra. Oggi invece il progetto di architettura ha necessità di altre professioni e, con la nostra esperienza, abbiamo compreso che vi è una certa necessità di condivisione di strumenti, di metodologie, di idee. Dobbiamo riuscire a ricostruire uno storytelling attorno alla nostra professione e non è necessariamente un male che l’architetto non è più considerato una categoria essenziale per la sopravvivenza dell’umanità. Non è un male che non sia più la figura di riferimento. Oggi, fortunatamente, sta sempre più prevalendo una logica orizzontale nella quale tutte le figure professionali sono necessarie e noi stiamo cercando di costruire una rete orizzontale dando voce a tante eccellenze europee.

New Generations Festival 2018, Varsavia. Speakers Corner lectures. Photo © Kuba Mozolewski
New Generations Festival 2018, Varsavia. Speakers Corner lectures. Photo © Kuba Mozolewski

LA STORIA DI NEW GENERATIONS FESTIVAL

New Generations è quindi molto più di un festival di architettura. Come è nata l’idea?
New Generations nasce con l’obiettivo di comprendere come la nuova generazione di architetti, che ha dovuto muovere i primi passi a partire dalla crisi economica del 2008, ha dovuto anche reinventarsi in un contesto che era cambiato rispetto al passato. Il progetto si è presto trasformato in una rete internazionale di collaborazione tra professionisti emergenti: abbiamo costruito uno spazio di dialogo che non c’era attraverso una serie di occasioni come il festival, le video interviste e la piattaforma editoriale online, dove le pratiche emergenti possano trovarsi e condividere idee.

Uno dei vostri grandi obiettivi è quello di costruire una piattaforma europea di collaborazione e negli anni siete cresciuti tanto. A che punto siete rispetto ai vostri obiettivi?
Il NG Festival non si è mai posizionato come una manifestazione mainstream dove vi partecipa una grossa platea, ma uno degli obiettivi iniziali era quello di creare uno spazio ristretto, anche fisicamente, dove gli aderenti alla nostra rete possano trovare un momento per confrontarsi. Il nostro target sono gli stessi partecipanti che trovano nel festival un momento per conoscersi e scambiarsi idee. In pochi anni siamo riusciti a coinvolgere circa 500 studi da tutta Europa che sono entrati nell’orbita di New Generations. Il fatto di essere indipendenti e slegati da logiche istituzionali ci permette di svolgere il nostro lavoro con molta libertà: abbiamo molta flessibilità nel portare avanti progetti e questo facilita molto la costruzione e la crescita della nostra rete.

Marco De Donno & Derin Canturk

https://newgenerationsweb.com/

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Marco De Donno & Derin Canturk
Marco De Donno e Derin Canturk sono due giovani professionisti con base a Milano, ma originari rispettivamente di Gallipoli e Istanbul. Entrambi studiano Architettura al Politecnico di Milano, ma ben presto seguono carriere diverse, sempre in continuo scambio tra loro: Marco comincia a lavorare nel mondo della comunicazione collaborando con Triennale Milano, Giancarlo De Carlo Associati e Mario Cucinella Architects; Derin lavora come freelance designer realizzando allestimenti e arredi artigianali, e scrivendo reportage per alcune riviste turche. Entrambi condividono la passione per il Mediterraneo e la cultura multiforme dei popoli che lo abitano.