Per le Olimpiadi di Torino 2006 ci fu un progetto di arredo urbano grandioso. Perché a Milano nulla?
L’autore del progetto “Look of the City” per le Olimpiadi Invernali di Torino 2006 (vincitore di numerosi premi) commenta per Artribune il “sistema città” (non) realizzato in occasione di Milano-Cortina 2026
Le settimane olimpiche a Milano stanno scorrendo via in maniera positiva. C’è una grande partecipazione internazionale, le montagne sono stupende, l’Italia inanella medaglie come non mai, Mattarella imperversa e anche Milano, la grande città protagonista dei giochi, sta riscuotendo commenti positivi dagli atleti, i tifosi e i giornalisti che sono in questi giorni in giro tra il Villaggio Olimpico e le varie arene. Certo non mancano le lamentele per le condizioni dello spazio pubblico della città, come hanno fatto notare senza giri di parole gli atleti olandesi che sono rimasti senza parole nel vedere come sono ridotte le (poche) ciclabili e i marciapiedi. Ma del resto tutto questo eravamo purtroppo stati facili profeti nell’anticiparlo qui. Proprio riguardo allo spazio pubblico e proprio non riuscendo a capacitarci circa pochezza degli allestimenti milanesi, ci siamo rivolti a Ico Migliore che fu nel team che esattamente 20 anni fa produsse il pluripremiato e pubblicato progetto di arredo urbano per la Torino olimpica del 2006.
Migliore è la figura ideale per ragionare su questi temi: è torinese (è nato 70 anni fa), vive a Milano e oltre ad essere un designer di grido è anche un campione di hockey su ghiaccio: con la maglia azzurra ha persino disputato un’Olimpiade, quella del 1984 a Sarajevo. Qui però parleremo soprattutto di design urbano…

Intervista all’architetto e designer Ico Migliore
Riavvolgiamo il nastro a 20 anni fa, Artribune ancora non c’era quindi i nostri lettori non trovano contenuti a riguardo da rileggere online: raccontiamo dunque cosa faceste a Torino 2006…
Per le Olimpiadi Invernali di Torino 2006 curammo (insieme alla mia socia Mara Servetto e a Italo Lupi, grande maestro e amico) il Look of the City, un sistema articolato d’immagine coordinata capillare sul territorio, dal centro alle periferie, che ci piace descrivere come una sorta di nuova “punteggiatura urbana”.
Avevamo iniziato a lavorarci alcuni anni prima dell’evento e per l’occasione scegliemmo un unico colore identitario, il rosso cinabro – colore della fiamma olimpica ma anche memoria della pittura fiamminga poi di quella piemontese – , che unificava oltre 11.500 interventi (tra i cosiddetti shanghai, menhir, anemometri, banner e un imbandieramento che percorreva tutta la città) polverizzando contenuti legati ai valori ed eccellenze di Torino come il cinema, il design, l’industria, l’architettura, l’innovazione, l’arte e il cibo per valorizzare sia le vie del centro sia, appunto, i quartieri più periferici.
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Come fu accolto il progetto?
Ottenne un grande consenso popolare, da subito. Più del 90% dei cittadini si dichiararono soddisfatti del progetto (secondo un rapporto del Gruppo OMERO del 2006); le persone avevano davvero la sensazione di abitare una città “fiorita” e in festa per loro, non per gli sponsor e per questo furono tenuti molte installazioni per alcuni anni invece del solo periodo olimpico.

Arrivarono pure i premi…
Sì, tra questi il German Design Award e il Compasso d’Oro per la prima volta conferito a un progetto di immagine di una città.
Poi venne tutto smontato.
Sì, ma l’eredità del lavoro è poi ancora oggi tangibile: Torino utilizza tuttora il sistema di ancoraggi e apparati tecnici progettati allora per allestire e raccontare i suoi eventi.
Quale fu l’impatto diffuso di questo grande progetto? In che modo è misurabile?
Direi in tre direzioni: riconoscimento internazionale, sostenibilità e legacy. I premi vinti, a mio avviso, si devono più che alla sola qualità del disegno, proprio all’organizzazione del racconto urbano corale.
Dal punto di vista della sostenibilità, avevamo progettato il tutto nell’ottica del riciclo e del riutilizzo: i banner sono stati trasformati in borse dai detenuti delle carceri torinesi, il ferro è stato totalmente riciclato e riutilizzato per altre strutture, e alcuni elementi sono ancora oggi esposti al Museo della Montagna di Torino.
Infine, la legacy tecnica: Torino si è dotata di un sistema di ancoraggi e strutture che la città ha continuato a usare per anni in eventi successivi, a partire da World Design Capital nel 2008 e il 150° dell’Unità d’Italia nel 2011, fino a oggi.
Due decenni dopo a Milano sembra di essere in un altro continente o in un’altra epoca. Il “look della città”, per citare il vostro progetto, è inesistente. Sono spuntate solo alcune segnaletiche che mettono in imbarazzo: totem di metallo con dei poveri banner fissati con degli sgraziati piedi in calcestruzzo. Sono in Corso Venezia o in Via Dante. Li hai visti?
Ho visto quegli allestimenti e, onestamente, pensavo fossero soluzioni transitorie…
La differenza è enorme.
La differenza sostanziale sta secondo noi nella mappatura e nel coordinamento. A Torino c’era stato un lavoro organico; qui sembra mancare quel collegamento e quella visione di una città che comunica sé stessa.
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Ti sei fatto un’idea?
Probabilmente Milano pensa di avere già la sua identità conosciuta a livello mondiale, mentre per Torino nel 2006 i Giochi sono stati il momento strategico per affermarsi con forza e generare consapevolezza urbana. A Torino l’amministrazione scelse coraggiosamente di “vestire” la città puramente con la propria storia e cultura, mentre oggi a Milano la comunicazione sembra essere stata maggiormente delegata ai privati e alle singole aziende, perdendo quella visione pubblica e corale che fu il cuore del nostro progetto.
Poi in Corso Vittorio Emanuele ci sono dei light box alimentati con dei fili volanti. Il tutto è privo di design, di progetto, di cultura e di amore. Come è possibile che si sia arrivati ad un esito del genere?
A mio avviso, è una questione etica nei confronti del progetto e della città tutta: non è sempre una questione di grandi investimenti, ma di qualità del pensiero progettuale. Se manca un obiettivo di identità urbana, il risultato rischia di essere dispersivo e privo di quel disegno e di quell’amore per la città che invece era sotteso al progetto di Torino.
Forse voi avevate più risorse economiche. All’epoca non c’erano tutte le limitazioni che oggi il CIO impone in termini di frugalità. Sarà questo il motivo?
Io non credo. Anche a Torino avevamo grandi limiti e restrizioni imposti dal Comitato Olimpico. La scelta del Comune fu però radicale: scelse di utilizzare le strutture temporanee dell’identità urbana per poter vestire la storia e l’identità della città in modo puro.
A Milano ho visto poco di puro purtroppo. In Via Orefici c’è una grande installazione luminosa con i pittogrammi delle discipline olimpiche ma è tutto brandizzato, con il marchio dello sponsor in prima fila. Mi pare invece che a Torino ci fu una regia pubblica…
Ci fu una volontà pubblica dell’amministrazione comunale: investire sulla consapevolezza dei cittadini e su un’idea di condivisione culturale collettiva. Quindi, più che una questione di budget, è una questione di scelte strategiche e di visione su che messaggio la città vuole far passare.
Non riguarda strettamente l’arredo urbano ma non c’è stata neppure una promozione del patrimonio culturale della città (e della Regione) a differenza di quanto si fece a Torino. Non uno spot, non un reels sui social, non una campagna di affissioni esterne. Sui profili ufficiali del turismo del Comune si parla solo… delle spillette da collezionare. Cosa sta succedendo?
Non conoscendo nel dettaglio i programmi attuali del Comune di Milano, mi viene naturale chiedermi che cosa succederà all’indomani dell’evento, in termini di legacy culturale. Il rischio che vedo oggi è quello di concentrarsi solo sulla costruzione di contenitori polifunzionali, come l’Arena Santa Giulia che pare diventerà uno spazio per eventi musicali, senza una chiara visione di innovazione sociale. Il tema non è solo quante persone attirerà un concerto, ma cosa succederà alle comunità locali: quegli spazi saranno fruibili per lo sport e le attività ricreative dei residenti o resteranno gusci che si riempiono e si svuotano? La strategia finale di una città intorno a un evento di questo calibro dovrebbe mirare a questo: creare un legame duraturo tra l’evento, la cultura del luogo e chi ci abita.
Massimiliano Tonelli
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