Per le Olimpiadi alla Triennale di Milano l’eterna relazione tra sport invernali e design
A pochi giorni dal via delle Olimpiadi di Milano-Cortina, la mostra curata da Marco Sammicheli e Konstantin Grcic fa il punto sul rapporto tra il progetto e gli sport che si praticano su neve e ghiaccio spingendosi fino a immaginare un futuro senza più inverno
Che i Giochi Olimpici stiano per arrivare a Milano, e che la Triennale si stia preparando a ospitare Casa Italia diventando una sorta di quartier generale culturale e mediatico dell’evento, lo si capisce ancora prima di varcare la soglia del Palazzo dell’Arte progettato da Giovanni Muzio negli Anni Trenta. L’indizio, macroscopico, è l’orso polare di cartapesta con gli sci ai piedi modellato da Jacopo Allegrucci, che ha preso il posto che ha preso il posto degli altri animali a rischio di estinzione (una balenottera azzurra, un elefante, una giraffa e un ippopotamo) esposti nei mesi scorsi, senz’altro abituati a climi più caldi.
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“White Out”: il design per gli sport su neve e ghiaccio
All’interno del museo, ha appena inaugurato una mostra che parla di sport invernali ma soprattutto di design, mostrando la ricerca tecnologica e le astuzie progettuali che stanno dietro attrezzature, abiti e infrastrutture usati dagli atleti olimpici e paralimpici ma anche, in alcuni casi, dagli sciatori e dagli alpinisti della domenica. Co-curata da Marco Sammicheli e Konstantin Grcic, con un allestimento firmato dal designer tedesco e basato sull’uso di materiali come le lamiere zincate che si incontrano facilmente in alta quota, White Out. The Future of Winter Sports sarà visitabile fino al 15 marzo. Nel poco spazio a sua disposizione (quello della Design Platform, prima occupata dalla caffetteria e dal bistrot), riesce a mettere sul piatto diversi aspetti del rapporto tra la montagna, con le sue attività tipiche praticate sulla neve o sul ghiaccio, e il mondo del progetto, dalla ricerca sui materiali alla sicurezza e dalle sfide poste al corpo umano da condizioni climatiche che possono diventare estreme all’impatto ambientale e paesaggistico degli impianti, sfatando alcuni falsi miti.

I punti di contatto tra il design per lo sport e il design tout court in Triennale
Uno di questi è che il design di prodotto per lo sport sia una specie di orticello chiuso, nel quale le innovazioni nascono e muoiono. Alcuni tra i duecento oggetti e prototipi progettati tra il 1938 e il 2025 che incontriamo lungo il percorso di White Out, invece, ci raccontano proprio il contrario: la progettazione del cosiddetto sporting equipment e la progettazione tout court si comportano più che altro come vasi comunicanti, con un continuo travaso di idee, soluzioni formali e competenze nei due sensi. Uno degli accessori più sfoggiati in assoluto ai bordi delle piste da sci, per esempio – i doposcì Moon Boot, presenti nella mostra in uno scatto pubblicitario del 2021 – è nato da una suggestione estranea al mondo della montagna, quella degli stivali dai volumi extralarge indossati da Neil Armstrong per fare i primi passi sul suolo lunare nel luglio del 1969 e visti in televisione dall’allora giovane imprenditore Giancarlo Zanatta. Nella sezione dedicata alla storia di un brand simbolo del Made in Italy come Dainese, nato nell’ambito dei motori e poi entrato nel mercato degli sport invernali, possiamo osservare come i paraschiena oggi esposti al MoMA come opere d’arte siano stati sviluppati a partire dall’osservazione delle corazze con cui alcuni animali, in particolare scorpioni, armadilli e pangolini, proteggono i loro corpi. Del movimento contrario c’è un solo esempio, il tavolo Reale CM disegnato nel 1948 dall’architetto-sciatore Carlo Mollino (autore tra l’altro dei progetti di diversi rifugi alpini e di un manuale di discesismo) che con le sue linee sinuose illustra quanto l’immaginario dello sci abbia potuto influenzare anche il design di interni, ma se ne potrebbero fare molti altri.

Il futuro, tra progresso tecnologico e crisi climatica
Un’altra idea da smentire categoricamente è quella che la montagna sia sempre uguale a se stessa. Le novità ci sono già oggi, con infrastrutture come gli ski lift equipaggiati con sensori di movimento che riconoscono la presenza dello sciatore e raccolgono dati sulle presenze in tempo reale e i dispositivi tecnologici integrati un po’ ovunque, dalle attrezzature degli atleti ai sistemi di innevamento artificiale. Come accade nel video AI NeoPow_2100, realizzato con l’intelligenza artificiale, alla fine di questo secolo un assistente virtuale potrebbe aiutare i nostri nipoti a pianificare la loro prossima settimana bianca fornendo loro previsioni meteo personalizzate e ultradettagliate. A fianco delle luci, però, ci sono anche le ombre: la principale è l’enorme incognita rappresentata dagli effetti del riscaldamento invernale sull’ambiente montano e sugli sport invernali, affrontata in questo periodo anche dalla mostra Fuoripista a Bergamo. Il Comitato Olimpico ha già messo in guardia sul fatto che, secondo le stime, nel 2040, un orizzonte temporale non così lontano, solo dieci paesi avranno le condizioni climatiche adatte per ospitare i Giochi. Secondo un’infografica elaborata insieme all’Università di Innsbruck e difficile da ignorare nel corso della visita perché occupa una parete intera, la stagione invernale durerà molto meno. Dai 100 giorni in cui, in media, oggi le stazioni sciistiche possono funzionare con almeno il 70% delle piste aperte, si ipotizza una discesa a 59 giorni entro i prossimi cinque anni e a soli 24 giorni entro il 2050. Nell’arco alpino si scierà ad altitudini più elevate o direttamente sui pochi ghiacciai rimasti, dove sarà più difficile garantire la sicurezza, e il ricorso massiccio alla neve artificiale causerà un consumo spropositato d’acqua andando a peggiorare l’impatto, già elevatissimo, dello sci sull’ambiente. Tante strutture di bassa quota verranno dismesse e bisognerà pensare alla loro riconversione nel rispetto del paesaggio. Una serie di gatte da pelare, insomma, per chi vive di sport invernali e del loro indotto e, al tempo stesso, di sfide interessanti per i designer, chiamati a dire la loro progettando la montagna di domani.
Giulia Marani
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