La figlia di Kasia Smutniak e Pietro Taricone è una giovanissima artista da tenere d’occhio: l’intervista
Non ha nemmeno 22 anni la protagonista della nuova mostra del Castello di Magliano Alfieri, in Piemonte: Sophie Taricone – figlia di due personalità del mondo dello spettacolo come Kasia Smutniak e il compianto Pietro Taricone – ci racconta la sua ricerca
“Lavorare con le mani significa entrare in relazione con la materia, lasciare che il gesto la incontri e la trasformi. I pigmenti secchi, scelti per la loro qualità primaria, riportano alla terra e aprono uno spazio di esperienza più che di rappresentazione” racconta Sophie Taricone (Roma, 2004). Artista formatasi tra pittura e fotografia, affida alla materia il proprio linguaggio: superfici e pigmenti diventano segno, guidati dal tatto. Tra disegno e astrazione, l’immagine prende forma per stratificazioni e graffi. Fino a dicembre 2026, il Castello di Magliano Alfieri, in Piemonte, presenta la sua mostra personale Terra come esperienza.

Intervista a Sophie Taricone
Come nasce la passione per l’arte e in che modo diventa professione?
Mi sono sempre espressa attraverso la creatività, dal disegno ad altre forme. Sono cresciuta con il disegno come spazio di gioco e libertà: passavo ore al tavolo della cucina con mia madre, poi con un’amica inventavamo continuamente qualcosa, mentre intorno a noi iniziavano esperienze più “adulte”. All’epoca lo vivevo come uno scarto, oggi lo considero una ricchezza: mi ha permesso di restare più a lungo in ascolto della mia immaginazione. A scuola ho incontrato un professore che ha rafforzato questo interesse, tra scultura, pittura e fotografia. All’università, grazie a Gaetano Cunsolo, ho aperto lo sguardo verso una dimensione più astratta, passando da un’impostazione figurativa all’espressionismo astratto.
Quali artisti senti più vicini alla tua sensibilità?
Tra i riferimenti, Rothko è sempre stato centrale. Ma un momento decisivo è stato nel 2023, con la mostra A Breath of Fresh Air di Bijoy Jain alla Fondation Cartier di Parigi. È stata una svolta nel mio avvicinamento alla dimensione materica. Il tatto è sempre stato fondamentale nel mio modo di conoscere, e lì ho capito quanto fosse essenziale anche nel mio lavoro.
Quando si è accesa l’idea della mostra?
Nasce dal desiderio di “sporcarmi le mani”, in modo diretto. È una necessità legata a esperienze personali e mi ha spinto a lavorare su formati più grandi. Non è stato semplice, ma è stato un passaggio importante. Grazie a Stefano Paganini e al Castello di Magliano Alfieri ho potuto realizzare opere che avevo in mente da tempo.
Perché la terra come elemento centrale?
Per me è natura pura, qualcosa di organico e immediato. Attraverso la terra cerco un rapporto più autentico con ciò che mi circonda. Lavorare con pigmenti e materiali naturali mi restituisce una sensazione di onestà e calma, perché il contatto è diretto. Ho provato a creare una distanza, usando guanti o strumenti, ma finisco sempre per eliminarla.
Che significato ha lavorare con le mani?
È un gesto istintivo, senza schema. Il dialogo con la materia è immediato, l’immagine si costruisce nel processo. Non imposto limiti iniziali: mi interessa lasciarmi guidare dal movimento stesso del materiale. Ogni lavoro nasce da più strati di gesso, preparati in base alla densità che cerco, poi intervengo con pigmenti, acqua e incisioni, riportando alla luce ciò che sta sotto. È un processo in cui i colori si trasformano continuamente.
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Quale riflessione vuoi attivare in chi osserva?
Mi interessa che ci sia un avvicinamento, che si entri nell’opera. Ogni crepa porta con sé una possibilità di lettura. Il resto non mi appartiene: il dialogo con chi guarda resta aperto.
Come dialogano le opere con lo spazio del Castello?
Magliano Alfieri è un luogo sospeso, silenzioso. Le opere introducono una componente di movimento e fisicità che crea equilibrio. La terra è stata un punto di incontro anche con Stefano Paganini. Ho lavorato su tonalità naturali e calde per far sì che le opere entrassero in continuità con lo spazio.
Cosa alimenta la tua creatività?
Tutto. Viaggiare è fondamentale, così come osservare i dettagli: rumori, colori, superfici consumate. Anche ciò che è imperfetto o in trasformazione, come un muro che si sfalda, diventa per me un punto di partenza.
Che ruolo immagini per l’arte nella tua generazione?
Il contatto con l’arte sarà sempre più accessibile, ma anche più fragile. È difficile costruire un percorso autonomo senza confrontarsi continuamente con l’esterno. Questo può aiutare a emergere, ma rischia di indebolire una sensibilità più intima. L’esposizione continua può diventare una forma di saturazione.
Ginevra Barbetti
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