A Firenze l’arte crea comunità e confronto nello spazio Bagasseria. Intervista al suo fondatore
Samuele Alfani ci racconta Bagasseria, spazio nel rione di Sant’Ambrogio ideato per sviluppare l’arte come pratica condivisa e occasione di confronto. Un luogo aperto tra studio e comunità, mostre e collaborazioni
Puro colore. E ben sappiamo quanto serva nella città che corre e si dimentica di respirare con schiettezza. Anche il nome è un gesto di riappropriazione e libertà: Bagasseria, “casa di prostituzione” in catalano, si radica nel rione come luogo aperto tra artisti e pubblico, per offrire accoglienza (reale) a chi vive l’arte come necessità, tenendo insieme studio e comunità senza irrigidirsi in identità fisse. È lo spazio ideato dal pittore fiorentino Samuele Alfani (Firenze, 1985) nel cuore di Sant’Ambrogio, a Firenze, a pochi passi dal mercato di Via dell’Agnolo, dove il ritmo del quartiere entra nel progetto, lo respira e crea una relazione. In continua evoluzione, aperto a scambi e contaminazioni e capace di accogliere anche l’incerto, il programma si sviluppa tra mostre e collaborazioni, con incursioni tra arte, musica e letteratura. Lo inaugura la collettiva Bau Bau Baby, curata da Luigi Presicce e Anna Capolupo, con testi di Francesco Lauretta: una memoria personale che diventa esperienza condivisa. Visitabile su appuntamento fino al 17 maggio, riunisce artisti di generazioni e linguaggi diversi — tra cui Francesco Lauretta, Davide Serpetti, Thomas Berra e Alfani — riportando al centro il confronto. E per approfondire lo abbiamo intervistato.

Intervista a Samuele Alfani, artista fondatore di Bagasseria
Dici che Bagasseria nasce da un’urgenza: quale?
È una necessità che mi porto dietro da anni: creare uno spazio di accoglienza reale per chi vive l’arte come pratica vitale. Prima di tutto è il mio studio, il luogo in cui il lavoro si forma attraverso il contatto diretto con la materia. Da qui si apre una comunità porosa, un rifugio temporaneo dove incontrarsi senza aspettative. Anche il nome è una presa di posizione: una parola marginale che viene riattivata e trasformata in gesto di emancipazione. Offrirsi significa condividere visione e fragilità, entrare in relazione aperta e attraversabile: la libertà si costruisce nel fare.
È studio, luogo di incontro, spazio creativo. Come convivono tutte queste dimensioni?Convivono dentro un processo che sta alla larga dalle forme chiuse. Mi interessa creare condizioni perché lo spazio si trasformi nel tempo, restando permeabile. Per gli artisti è un campo di possibilità, dove sostare e sperimentare senza pressione, dando valore al processo quanto all’opera. Penso a 8½ di Fellini, a quella tensione tra caos e costruzione che porta alla forma. Bagasseria si muove nella fiducia che qualcosa emerga anche senza nome. L’arte prende forma quando si accetta di perdere controllo e attraversare il vuoto.
Entrando qui si percepisce un’atmosfera diversa: che esperienza vuoi attivare?
Diretta e accessibile. Uno spazio attraversabile, quasi domestico, dove l’arte incontra le persone in modo naturale. Si entra a proprio agio e si esce con una domanda, mentre pratiche e conversazioni si accendono. Bagasseria funziona come un organismo in movimento, coi confini sottili.
Questo spazio respira anche del quartiere…
In modo strutturale. Il mercato, le voci, le presenze costruiscono un ritmo che entra nel mio lavoro. Una sorta di materia che orienta lo sguardo. L’accoglienza cresce nel tempo, con dei piccoli segnali. Nel mentre, le relazioni si sedimentano. È lo stesso processo che vorrei accadesse qui.
Che idea d’arte stai costruendo?
Un’arte che nasce nella relazione, nel confronto e nella tensione tra linguaggi. Bagasseria è un territorio aperto, dove le pratiche convivono e si mettono sempre in discussione. Ogni progetto nasce da uno scambio reale. L’opera emerge anche da ciò che accade tra le persone, dentro un processo condiviso che include il conflitto. Le individualità si espongono e si trasformano.
Sfuggi alle forme date: quale sguardo vuoi provocare?
Quello che non si ferma a forme riconoscibili o a un esito rassicurante. Mi interessa un’arte imprevedibile, mai del tutto definita, attraversata da un’energia collettiva che la mette in discussione e la spinge oltre la zona di comfort.
Hai scelto di invitare artisti da fuori Firenze.
Aprire è una necessità. Portare artisti da fuori attiva scambi, introduce scarti, evita chiusure autoreferenziali. Firenze ha una forza forte, insieme a una tendenza a ripiegarsi, siamo esposti e attraversabili anche da ciò che disturba. È uno spazio di passaggio, dove le provenienze diventano possibilità.
“Bau Bau Baby” nasce da un ricordo intimo: cosa succede quando ci si apre agli altri?
Che la memoria si espande e cambia forma. Sguardi diversi si riconoscono in un gesto affettivo capace di stratificarsi e generare relazioni. La mostra, dedicata al cane Aurora — conosciuta come Pippi — nasce come saluto a quattro mesi dalla scomparsa, a cura di Luigi Presicce e Anna Capolupo, coi testi di Francesco Lauretta.
Oggi molti artisti lavorano in solitudine: tu rimetti al centro il collettivo. Perché?
La dimensione condivisa genera una tensione che altrove si perde. I momenti più radicali nascono da relazioni attive, da attriti, da visioni che si trasformano. Oggi prevale una deriva individuale, così proviamo a invertire questa direzione, costruendo uno spazio in cui le individualità si espongono e danno forma a qualcosa che si costruisce insieme.
Guardando avanti, che forma prenderà?
Sempre aperta, costruita per capitoli. Quattro mostre l’anno come parti di un discorso continuo, insieme a momenti affidati a gallerie esterne. Accanto, interventi tra musica e parola che modificano il ritmo dello spazio. In equilibrio tra struttura e possibilità, in trasformazione senza fissità.
Ginevra Barbetti
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