Mira Schor: linguaggio, modestia e femminismo. Parla l’artista che ha reso visibile il pensiero
L’artista newyorkese che vive da sempre su entrambi i lati della tela, quello pratico e quello teorico e le cui opere non illustrano concetti ma li attivano, ci racconta il suo percorso e la sua esperienza, riflettendo sull’importanza di essere sempre radicati nel presente…
Poche artiste hanno intrecciato pittura, linguaggio e femminismo con la continuità di Mira Schor. Nata a New York nel 1950 in una famiglia di artisti, cresce tra pennelli, metalli e scrittura in un dialogo costante tra immagine e significato. Nei primi Anni Settanta approda al California Institute of the Arts, mentre una nuova generazione rimette in discussione ruoli e gerarchie dell’arte. A CalArts entra nel Feminist Art Program, spazio separatista in cui le artiste possono lavorare e parlare liberamente. Da quel contesto nascerà Womanhouse (1972), progetto collettivo e gesto fondativo: una casa per le voci tenute fuori dal sistema. Nei decenni successivi Schor vive su entrambi i lati della tela, quello materiale e quello teorico; i suoi dipinti, attraversati da parole minute e lunghi silenzi, non illustrano concetti ma li attivano, trattenendo il limite tra ciò che può essere detto e ciò che resta solo percepibile.
Mira Schor tra libri e riviste
Libri come Wet: On Painting, Feminism, and Art Culture e A Decade of Negative Thinking: Essays on Art, Politics, and Daily Life danno lingua a questo intreccio tra mano e pensiero, privato e politico. Con la rivista M/E/A/N/I/N/G, fondata nel 1986 insieme a Susan Bee, costruisce un archivio di coscienza artistica in cui gli artisti scrivono in prima persona. Oggi, con opere al Museum of Modern Art, al Centre Pompidou e nella Pinault Collection, Schor è pittrice e teorica e chiede non solo come vediamo, ma come pensiamo e quale responsabilità abbiamo davanti all’atto di guardare.

Intervista all’artista e teorica Mira Schor
Sei cresciuta artisticamente a CalArts in un momento cruciale per l’arte femminista. Com’era, dall’interno, quell’ambiente?
Intenso e abilitante. Il Feminist Art Program era separatista per scelta: un gruppo di donne che lavoravano insieme, creando condizioni nuove per pensare e produrre. Eravamo giovanissime, insicure ma insolitamente libere, incoraggiate a essere eccentriche e politiche; Womanhouse nasce da quella energia collettiva e da quei modelli di lavoro critico.
Che cosa è stato decisivo, per te, in Womanhouse?
Il fatto di rendere visibile e abitabile un’esperienza fin lì invisibile. Mostrare come lo spazio domestico fosse carico di tensioni politiche ed emotive ha trasformato la casa in metafora della vita interiore e delle strutture sociali; quella chiarezza ha cambiato il nostro modo di intendere soggetto e forma.
Molti della tua generazione a CalArts raccontano un’insolita parità tra studenti e docenti. In che modo questo ha influito sulla tua formazione?
C’era un marcato senso di orizzontalità. Studenti e insegnanti sembravano impegnati nello stesso esperimento, in un dialogo meno gerarchico rispetto alle scuole tradizionali: questo rendeva più facile correre rischi e permetteva al lavoro femminista separatista di esistere con serietà e rispetto.

In seguito hai co-fondato M/E/A/N/I/N/G con Susan Bee. Che cosa offriva la rivista che non trovavi altrove?
Uno spazio in cui gli artisti potessero scrivere con la propria voce, senza allinearsi alle priorità delle istituzioni o del mercato. Come rivista cartacea era intima, basata sulla fiducia; online ha ampliato l’accesso, ma l’idea restava la stessa: una conversazione profonda tra artisti, un dialogo critico ancora necessario.
Nei tuoi dipinti il linguaggio entra spesso in rapporto diretto con l’immagine. Da dove nasce questa urgenza?
Per me il linguaggio è sempre stato anche forma visiva. I miei genitori lavoravano con iscrizioni in ebraico e, non sapendo leggere la lingua, da bambina vedevo quelle parole come forme astratte e insieme come qualcosa che significava davvero. A CalArts, in dialogo con Fluxus e l’arte concettuale, ho incontrato molti artisti che usavano il testo. Volevo che le parole restassero ambigue, come un respiro sulla superficie della pittura, qualcosa che apre il pensiero invece di chiuderlo.
Hai scritto del concetto di “pittura modesta”. Cosa significa, concretamente, questa modestia?
Non è debolezza, è precisione. La modestia rifiuta lo spettacolo e la logica inflazionata del mercato e difende l’idea che la verità possa manifestarsi in forme piccole, lente, intime; per me è una qualità che attraversa la storia dell’arte e una resistenza alla richiesta continua di visibilità e branding personale.
Abbiamo parlato di pittura come “testimone” più autentico rispetto alle immagini mediate dalla tecnologia. Ti riconosci ancora in questa posizione?
Sì. La pittura rallenta il tempo; assorbe gli eventi, non li replica. Non è una trasmissione, ma una sorta di immagine residua, un’afterimage che veicola un altro tipo di verità: non quella giornalistica, ma quella emotiva ed etica dell’esperienza.

Come leggi oggi la coscienza femminista attraverso le generazioni?
Le giovani donne hanno accesso a molte più informazioni, ma il nucleo della consapevolezza – dove si concentra il potere, come forma desideri e paure – resta simile. Ogni generazione deve riscoprire il femminismo a modo suo; ci sono stati progressi, con più artiste, curatrici, collezioniste, ma il sessismo strutturale e l’ageismo non sono scomparsi e la visibilità non coincide con l’equità.
Il MoMA ha acquisito di recente una tua opera. Che cosa rappresenta questo riconoscimento per te, in questa fase della vita?
È gratificante. A volte mi chiedo se un riconoscimento precoce avrebbe cambiato il mio percorso: lavorare a lungo lontano da certe pressioni ha permesso alle opere di trovare il proprio cammino. Cosa si sarebbe perso se fossi stata fermata a ciò che facevo a venticinque anni, l’età che avevo quando ho realizzato il lavoro ora al MoMA? Penso spesso anche a quanto hanno osservato le Guerrilla Girls nel loro poster del 1988 sui “vantaggi” di essere un’artista donna: meno pressione sul successo immediato, la possibilità di essere recuperate nelle storie dell’arte rivedute. Il riconoscimento conta, ma è il lavoro a sostenermi.
Hai parlato delle crescenti pressioni sull’arte politica negli Stati Uniti e del fatto che molte istituzioni sembrano privilegiare la “sicurezza”. Dove vedi oggi le forme più interessanti di resistenza?
In parte in formati più brevi, talvolta attraverso interventi digitali o legati all’intelligenza artificiale. Non credo che il potere dell’arte sia propagandistico; è, piuttosto, un potere morale. L’arte mantiene accesa una piccola fiamma quando lo spazio pubblico si oscura, e questo può avere conseguenze importanti, anche se non immediatamente misurabili.
Parlare con Mira Schor significa entrare nel ritmo lento del pensiero: la sua opera ricorda che la pittura può ancora essere un linguaggio di coscienza e che la modestia può diventare una forma di coraggio.
Antonino La Vela
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