La società che stiamo costruendo è una terra da seminare. Silvia Cini in mostra a Roma
Una conversazione tra Silvia Cini e Carla Subrizi esplora le complessità dell’opera dell’artista in mostra nella sede romana della fondazione. Raccontando, a tre anni dalla scomparsa, l’irresistibile attrazione che l’opera di Baruchello esercita anche oggi nell’arte
Sono trascorsi tre anni esatti dalla scomparsa di Gianfranco Baruchello (Livorno, 1924 – Roma, 2023), artista fondamentale che con la sua arte ha saputo illuminare le nuove generazioni. E continua a portare avanti questa missione la Fondazione a Roma che porta il suo nome. Nel 2026 con Sinantropico progetto all’interno di un contenitore in tre capitoli, che si svolge fino a luglio – la cui prima fase esplora una frase che è quasi un gioco di parole: Terra come terra. In questa conversazione Carla Subrizi, storica dell’arte alla guida dell’istituzione, e Silvia Cini, l’artista protagonista di questa mostra, ne esplorano significati e complessità. E l’irresistibile attrazione che l’opera di Baruchello esercita anche oggi sugli artisti.

Conversazione tra Carla Subrizi e Silvia Cini
Partiamo dall’inizio. Il titolo della mostra è quasi un grado zero, una ricerca di essenzialità, un evitare le metafore per centrare il problema. Cosa ti fa pensare la frase Terra come terra? Come hai dialogato con questo enunciato?
Era un per me un dialogo naturale, il proseguire di un discorso iniziato quasi trent’anni fa con Terrediroporto in cui da cantieri autostradali europei prelevavo terra lasciandola germogliare per parlare di ibridazione sociale. Un dialogo spontaneo proprio come le piante che stiamo lasciando germinare nelle coffe piene della terra che dalla sede della Fondazione di via Santa Cornelia, ora sono ospiti della sede di Via del Vascello a Roma.
Spiegaci meglio…
Lo studio delle composizioni del terreno e delle sementi casualmente contenute mi interessava, allora ed ora, per il parallelismo con la società in divenire. Le terre di riporto, per la loro potenza in fieri di migrazione costretta, di transito che genera un futuro tanto aleatorio quanto combinatorio, sono emblema dei rapporti interpersonali e sociali, specie in quegli anni di prime grandi migrazioni contemporanee, in cui spostavo l’attenzione dai confini tracciati dall’uomo agli areali naturali. Dall’appartenenza presupposta a un luogo come ancestrale e naturale ad una convivenza molto più realistica nell’evoluzione, fino a dichiarare la mia disappartenenza e il rigetto a metter radici, come unica forma libertaria di società, in cui non riconoscendosi come facente parte di un nucleo si dà la possibilità, a chi non vi è burocraticamente e culturalmente inserito, almeno di non esserne escluso.
Nella tua bella mostra c’è una superficie di sfalcio fresco che man mano invecchia dove sono installate le galvanoplastiche, ci sono foglie caramellate nello zucchero, terre di riporto dove stanno germogliando piantine selvatiche: ci sono trasformazione, conservazione, rinascita. Cosa potresti dirmi di queste tre sfaccettature di processi di crescita, maturazione, deperimento?
Come nella selezione della produzione filmica di Baruchello con cui sono entrata in dialogo per la mostra, non ho che seguito i cicli di naturali, guardato alla terra non come sola metafora, ma come fece Baruchello coltivandola, anche nei suoi aspetti profondi, ascoltandone i tempi e cercando di entrare in sincrono. Il linguaggio dell’arte è fatto anche dei materiali con cui decidiamo di interagire, così in mostra ogni elemento è in sé per sé: sia lo zucchero delle barbabietole – già coltivate da Baruchello – che cristallizza foglie di olmo o un prato che sfalciato decade e che tornerà humus di quel campo da dove viene, come la terra delle ceste che stanno germogliando. Finito il tempo breve e umano della mostra, inizia il tempo quasi incommensurabile della trasformazione geologica, l’impercettibile tempo vegetale che ci circonda. Disperde l’idea del messaggio certo a favore di un divenire. Tra altri trent’anni le guarderemo rigogliosamente fiorite dopo aver lasciato voce libera al dialogo inter-specie.
Le orchidee sono un tuo oggetto di ricerca. Ricerca del loro situarsi e manifestare una presenza. Cerchi con loro anche qualcosa di te stessa? Cercare piante nel superorganismo urbano cosa ti fa pensare o ricordare?
Cerco qualcosa di tutti, la necessità di superare l’indifferenza nei confronti degli altri viventi che ci circondano. Sinantropico, il titolo della mostra, è per me una provocazione, un termine che mette ancora l’essere umano al centro, mentre io mi colloco ai margini e mi sento parte di un sistema più ampio. La flora è per me soggetto narrante della coesistenza nella città, dei sistemi di interconnessione tra vegetale, minerale ed animale, della storia più che umana. Mappare orchidee nel superorganismo urbano è focalizzare l’attenzione su una famiglia per portare in luce l’intero ecosistema non solo urbano, ma anche entrare nella stratificazione del tempo, inserendo dati provenienti da erbari antichi e soprattutto avere una ricaduta nel reale, creando uno strumento di tutela delle specie esistenti e che sono un bioindicatore della salute del terreno.
La meraviglia produce uno spostamento: dall’abituale, dal già saputo, dal già provato. Sopraggiunge per instaurare una miccia di stupore che è anche percezione che le cose possano mutare, resistere, non soccombere. Le orchidee partecipano a mio avviso a questo intreccio. Cosa puoi dirmi su questo?
Che mi auguro di esserci lasciati alle spalle gli anni della resilienza, in cui ci si adatta e sopravvive, a favore di un futuro di resistenza in cui ci si oppone ad un processo che sembra ineluttabile e in cui si affermano le possibilità collettive di sopravvivenza civile e dell’ecosistema. Le orchidee da questo punto di vista ci stupiscono perché sono un esempio di collaborazione, di mutuo appoggio, nel loro rapporto simbionte con i funghi, che forniscono attraverso le ife nutrienti cruciali per la germinazione dei semi delle orchidee, le quali a loro volta offrono carboidrati ai funghi, frutto della fotosintesi, tra le più grandi e pacifiche rivoluzioni di questo pianeta.
Estranee è un altro tuo lavoro e un concetto. Sarà oggetto di un seminario presso la Fondazione in primavera, come ulteriore tappa della mostra in corso. Crediamo di conoscere il mondo vegetale, le inclusioni definiscono i confini. Ma ciò che è estraneo oltrepassa i confini e segnala che ancora qualcosa sia possibile. Cosa è per te il possibile?
È la complessa realtà sociale e geopolitica che stiamo vivendo, nel suo trasformarsi in quello che non può esser altro se non una ancor più complessa, straordinaria ed ineluttabile, ibridazione fertile. Ogni volta che per Estranee con il pubblico mi accingo a nomenclare tutte le piante autoctone ed alloctone presenti in un interstizio urbano di cui la natura si è riappropriata, in modo da individuarne l’areale di origine rispetto a quello di nuova appartenenza, scompare il plant blindness, la cecità verso il mondo vegetale,ed il possibile si mostra da sé. È l’insieme stratificatosi nel tempo di varietà che costituiscono il paesaggio, portatrici di una ineluttabile trasformazione biologica e sociale. L’ecosistema è in continua trasformazione, il mondo vegetale accoglie, rigetta, si integra e talvolta decade sotto il flusso di una costante migrazione, il cui risultato è la convivenza inter-specie. La nomenclatura sistematica di areali spontanei, reali confini sovranazionali, si contrappone a quella delle frontiere tracciate dal genere umano, parlandoci di quanto siano inefficaci le ambizioni di regolamentare la terra.

L’arte oggi rinuncia spesso a cercare nell’ignoto e preferisce sentieri rassicuranti: mode, tendenze, tematiche, parole per definire il pensiero. Cosa succede ogni volta che incontri un’orchidea? Può essere l’innesco sempre diverso di un processo che non si ripete?
È un caso di serendipità, non cerco orchidee, le incontro ed è così per ogni parte dell’ecosistema, questo non può che riportarci al senso ultimo dell’essere qui ed ora e non più e tutti, tutto. Nelle sfasature del tempo, mode, tendenze, tematiche, parole, il linguaggio stesso, il tempo personale, si annullano nella contemplazione dello straordinario infinito che crepa l’asfalto fiorendo.
Carla Subrizi
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