Provincia Cosmica. Intervista a Ricardo Aleodor Venturi, il “folletto” dell’arte marchigiana
Per fare arte occorre tener conto delle persone? Non necessariamente, ma per Ricardo Aleodor Venturi il pubblico sembra imprescindibile. Alex Urso lo ha raggiunto nella “sua” Pesaro per il nuovo episodio della rubrica “Provincia Cosmica”
Ricardo Aleodor Venturi è nato a Pesaro nel 1994, da padre originario delle Marche e madre di Curtea de Argeș, in Romania. Il suo nome non è un nome d’arte, ma quello dato da due genitori che senza saperlo volevano scrivere insieme un racconto. La ricerca di Ricardo non ha confini: performance, disegno, scultura. Alla base di tutto però c’è il rapporto con il pubblico, anzi, con le persone. Soprattutto quelle della sua città: Pesaro.

Intervista a Ricardo Aleodor Venturi
Insieme ad altri artisti e amici delle Marche, sei uno di quelli che sta contribuendo a rendere la regione un “laboratorio diffuso”. Che contesto hai intorno a te?
Le Marche, come esprime la parola, sono una regione al plurale, ma meglio dire un contenitore dai molteplici contenuti. C’è una certa generosità negli artisti marchigiani di oggi. Non trascurabile è l’attenzione che hanno i nuovi spazi e studi di artisti per altri artisti, e in questo contenitore fatto di colline, montagne e mare risiede un’ulteriore protezione fatta non di polistirolo, ma di paglia: la cura. Artisti agricoli e gentili, conoscono la fatica del lavoro e della natura, ma comunque ti permettono di raccogliere i loro frutti senza inseguirti con la zappa.
Sei ancora giovane, eppure sembra che tu abbia le idee molto chiare sul modo in cui ti interessa relazionarti al pubblico. Che ruolo ha il fruitore nella tua ricerca?
Molto spesso è un padre o una madre che porta il figlio a vedere la mostra; ancora più spesso è un curioso. Mi piacciono i fruitori che non fruiscono. L’unico fattore insindacabile però è riuscire a inserirli in un ambiente dove le cose gli vengono addosso, e non dove sono costretti a scrutare con giudizio.
Il ruolo del fruitore è simile a una bottiglia che si immerge in un fiume o nel mare per qualche istante: solo risollevandolo si riesce a vedere quanto si è riempita. Il suo compito è quello di diventare interessato, il nostro è smetterla di essere “un dio che non esce dalla sua nicchia”, come cita Roland Barthes ne La camera chiara, e disporlo in un tale stato di riempimento. Anche la bottiglia non propensa, quando si immerge si riempie.
L’arte come strumento di dialogo
L’arte è azione o ascolto?
È come voler accarezzare questa domanda. C’è un’azione che sembra impossibile, eppure, in questo gesto io non solo ti ascolto, ma rimango stupito da questa breve frase tanto da volerla toccare. Proviamo a togliere la “o” e mettere la “e”, lasciamo da parte il punto di domanda: L’arte è azione e ascolto. Penso che il gesto possa essere parola e quindi ascolto. E che l’ascolto sia azione è di certo una cosa risaputa: un’azione del pensiero, forse la più elegante, come un inchino prima di interagire con l’altro.
Il migliore esempio di questa tua propensione al dialogo è il progetto Studio con finestra: una performance collettiva che ti ha visto trasformare un grande capannone nella periferia pesarese in un luogo interdisciplinare, aperto alla contaminazione e al confronto. Me ne parli?
Studio con finestra nasce nel concetto di trasparenza. Uno spazio composto da diverse sale che vengono attraversate dallo sguardo. Infatti, da fuori è possibile vedere fino all’ultima sala dedicata all’ente che sorregge lo studio: l’associazione Festina Lente ODV-ETS. Un’associazione basata sul volontariato e su tematiche come il riciclo virtuoso, ma soprattutto una comunità che sostiene l’arte. In fondo qual è la distanza tra il volontario che fa del bene per gli altri e l’arte? Concretezza e pensiero aprono le porte alla didattica, studenti che fanno da guida alle mostre, il bambino quindi che guida l’adulto; oppure ragazzi con difficoltà fisiche e psicofisiche che scandiscono il passo di tutti. L’arte diventa una confidenza che sorregge lo spirito di ognuno, ricerca di un equilibrio dove il più debole può ri-mostrarci con altri occhi il paesaggio che vediamo ogni giorno dalla nostra finestra.
L’idea è quella di dare vita a un luogo vivo, interdisciplinare, aperto al dialogo tra arte, musica, filosofia e comunità. Qui la pratica artistica diventa terapia collettiva.
Credo che oggi l’artista debba tornare a rivolgersi a tutte le persone, e che questa esperienza possa in qualche modo trasformarlo. Una comunità che si unisce per donare uno studio a un artista è già azione e ascolto. Studio con finestra è una dichiarazione, una dissertazione, una risposta a una richiesta e a una realtà. Non è solo la comunità che ha bisogno dell’artista, ma è l’artista che ha sempre più bisogno della comunità.
La città e i cittadini secondo Ricardo Aleodor Venturi
Che impatto senti di avere sul luogo in cui operi?
Non so parlare del mio impatto, sono troppo dentro a un vortice più grande di me. Questa domanda mi fa pensare alle pareti dello studio: esse sono state imbiancante (nell’arco di una giornata che ho chiamato Condividere il bianco) da quasi cento persone, dagli zero agli ottantanove anni, da insegnanti e studenti, da curatori, artisti, sconosciuti, amici, ricordo anche un cagnolino. Come può essere tutto ciò un mio impatto?
Questi sono numerosi frammenti di vita aggrappati a delle pareti che sono diventate inevitabilmente loro. Un gesto di cura come imbiancare è un’azione che purifica e in qualche modo trasforma un mio luogo in quello di tutti. Le sale appartengono nell’intimità alla città in uguale modo in cui la città appartiene al cittadino.
Alex Urso
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