Intervista all’autrice della copertina del numero estivo di Artribune Magazine.

Studi di pittura a Venezia, dove è nata, e laurea a Parigi, dove vive, Giulia Andreani ha da poco terminato una residenza nella prestigiosa Accademia di Francia a Villa Medici, a Roma. È una ricercatrice/pittrice. Passa lunghi periodi tra biblioteche e archivi, dove raccoglie fonti e le classifica meticolosamente. Sono documenti cartacei, lettere, formulari, fotografie, ovvero, come ci dice, “tutto quello che stiamo perdendo”. A distanza, i suoi quadri sembrano seducenti, a volte ironici. Da vicino sono molto spesso inquietanti. I suoi acquerelli, piccoli grandi capolavori.

Carta d’identità.
Nata a Venezia, generazione Chernobyl & Non è la Rai, cave pictricem, residente a Parigi, borsista 2018 all’Accademia di Francia a Roma.

Quando hai capito che volevi fare l’artista?
Nell’incubatrice, sicuramente in ipotermia, nel gennaio del 1985.

Hai uno studio?
Mi piacerebbe sedentarizzarmi, ma forse è meglio di no.

Quante ore lavori al giorno?
17.

Preferisci lavorare prima o dopo il tramonto?
Soprattutto al tramonto.

Giulia Andreani, Salomé, 2015, acquarello su carta. Collezione privata
Giulia Andreani, Salomé, 2015, acquarello su carta. Collezione privata

Che musica ascolti, che cosa stai leggendo e quali sono le pellicole più amate?
Da Joy Division a Die Antwoord, da Princesse Nokia (Tomboy) a Milva che canta Battiato (Alexanderplatz). Ho riletto Baise-moi di Virginie Despentes, appena finito La Cattiva di Lise Charles e comincio a leggere La chatte di Colette. Per i film, abbiamo pochi caratteri spazi inclusi, ma uno che ho adorato è Nostalghia di Andrei Tarkovskij.

Un progetto che non hai potuto realizzare, ma che ti piacerebbe fare.
Troppi!

Qual è il tuo bilancio fino a oggi?
Non ho il bilancino.

Come ti vedi tra dieci anni?
Una bambina più vecchia che dipinge.

Il quadro è il risultato finale, ma prima c’è un processo lungo, fatto di studi e ricerca.
Definisco un soggetto, spesso in base a un luogo dove lavoro (un villaggio semiabbandonato nel sud della Francia, nella foresta dei Vosgi del Nord, in un centro di accoglienza per ragazze madri nella periferia di Parigi, a Villa Medici a Roma). Procedo come un ricercatore (o un detective) tra biblioteche e archivi, classifico, raccolgo elementi, scrivo, fotocopio, scannerizzo, intervisto… Poi mi chiudo in atelier e do tutto in pasto alla pittura.

Giulia Andreani, Mammine, 2018, acrilico su tela. Courtesy VNH Gallery, Parigi. Photo © Claire Dorn
Giulia Andreani, Mammine, 2018, acrilico su tela. Courtesy VNH Gallery, Parigi. Photo © Claire Dorn

Le tue opere mutano se viste da distanze diverse: da lontano prevale la figura, da vicino i dettagli le rendono spesso inquietanti.
La pittura è un tranello, lo dice il termine stesso. I miei dipinti possono sembrare mignons, se ti avvicini sei divorato come da una pianta carnivora. Possono sembrare seducenti, divertenti – quello che evocano, affatto. “La profondità va nascosta – dove? Alla superficie”, dice Hugo von Hofmannsthal ne Il libro degli amici.

Hai un tratto distintivo, il colore non colore.
Il grigio di Payne serve solo nella tecnica dell’acquarello. Paesaggista della watercolor society di Londra, William Payne lo ha inventato nel XVII secolo mentre Goethe scriveva la Teoria dei colori per tradurre quel colore caldo/freddo delle ombre che si creano all’alba e al tramonto. È il colore del crepuscolo. Quando passi dall’altra parte.

Sei particolarmente interessata agli archivi di varia natura. Che cosa ti attrae?
Nell’epoca post-Internet & technicolor m’interesso al pre-Internet, alla bassa definizione, al bianco e nero. Mi baso su documenti cartacei, lettere, formulari, fotografie: tutto quello che stiamo perdendo. La carta ingiallita, l’inchiostro invecchiato.

La Storia per te sembra un elemento indispensabile.
Dopo il diploma in pittura a Venezia, sono partita per Parigi e mi sono laureata in Storia dell’Arte Contemporanea, forse per capire meglio perché di pittura lì in giro non ce n’era proprio, o forse perché un professore dell’Accademia mi disse che “i pittori non studiano”. Sono pittrice, mi piace studiare e riattivo un genere démodé che è la pittura storica, la “peinture d’histoire”. La Storia dell’Arte e gli zombie mi appassionano.

Giulia Andreani, Out of the box, 2018, acquarello su carta. Giulia Andreani per © Artribune Magazine
Giulia Andreani, Out of the box, 2018, acquarello su carta. Giulia Andreani per © Artribune Magazine

Dipingi molti ritratti. Mai dal vivo. Che cosa vuoi trasmettere attraverso quei volti, sia di personaggi celebri sia anonimi?
Lavoro principalmente su un periodo che si colloca all’inizio del XX secolo. Difficile dipingere i miei soggetti dal vero. Dovrei interpellare un medium. Attraverso questa profusione di ritratti cerco di evocare una presenza dei “dimenticati”, rendere visibili i personaggi invisibili che hanno fatto la Storia, allineandoli talvolta a quelli celebri, mostrare la complessità della memoria collettiva, abbattere le gerarchie della storiografia.

Realizzi anche numerosi acquerelli.
La scelta cromatica e stilistica partono da questa tecnica. L’acquarello è un medium ibrido, né disegno né pittura, un po’ sfigato, paria dell’accademismo, quello dei pittori della domenica, delle “ouvrages de dames”. Lo amo moltissimo.

Com’è nata l’immagine inedita che hai creato per la copertina di questo numero?
Out of the box è un po’ un autoritratto. Evoca il mio rapporto con la Storia dell’Arte e con le sue figure tutelari (maschili soprattutto) con, allo stesso tempo, un po’ d’ironia e deferenza. Fare arte “fuori dalla scatola” è importante, e poi tra artisti ci si riconosce dall’odore.

Daniele Perra

http://giuliaandreani.blogspot.com

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #44

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AutoreGiulia Andreani
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Daniele Perra
Daniele Perra è giornalista, critico, curatore e consulente strategico per la comunicazione. Collabora con "ICON DESIGN", “GQ Italia”, “ULISSE, "SOLAR" ed è docente allo IED di Milano. È stato fondatore e condirettore di “unFLOP paper” e collaboratore di numerose testate tra cui “ArtReview” “Mousse”, "Harper's Bazaar art America Latina". È stato consulente strategico per la comunicazione della Fondazione Modena Arti Visive, Direttore Comunicazione del Centro Pecci di Prato, Strategic Advisor for Media and Communication alla Malmö Konsthall e Direttore della Comunicazione della Fondazione Thyssen-Bornemisza Art Contemporary. Ha fatto parte del team di selezionatori per alcuni premi tra cui il Premio FURLA e The Sovereign European Art Prize. Ha scritto testi per cataloghi e curato mostre tra cui: Shahryar Nashat in collaborazione con il Centro Pecci, Cantieri Culturali ex-Macelli, Prato (2003); Hans Schabus and the Very Pleasure (Laboratori del Teatro alla Scala di Milano, 2006). Ha pubblicato il volume "Impatto Digitale. Dall’immagine elaborata all’immagine partecipata: il computer nell’arte contemporanea", Baskerville, Bologna. Ha tenuto lecture alla NABA e un corso di Fenomenologia dell’arte contemporanea alla Scuola Politecnica di Design di Milano. È stato caporedattore di “tema celeste” (1999-2007), caporedattore di “KULT” (2007-2010), ha collaborato dal 2000 al 2006 a “Il Sole24ORE” (Domenicale) e all'inserto cultura Saturno de “Il Fatto Quotidiano” e ha collaborato con Artribune come editorialista e consulente.