I suoi disegni hanno “sfilato” sulle passerelle milanesi per le collezioni primavera-estate 2018 di Mila Schön e Daizy Shely. Lo abbiamo incontrato in occasione della sua personale in corso allo Studio d’Arte Cannaviello di Milano.

In un momento in cui tra gli artisti impera un ridondante revival concettuale Anni Sessanta/Settanta, c’è chi, come Umberto Chiodi ‒ classe 1981, bolognese di nascita, milanese d’adozione ‒, rifugge le mode e usa il disegno come mezzo privilegiato: un disegno declinato in molti modi, realizzato con numerose tecniche e formati. Atmosfere surreali, a tratti noir, e un segno ossessivo e riconoscibile sono gli elementi alla base dell’immaginario sconfinato di Chiodi. Tutto il mondo di un disegnatore d’altri tempi, un talento raro allergico alle mode ma che piace alla Moda.

I tuoi disegni sono finiti sugli abiti delle collezioni primavera-estate 2018 di due marchi di moda: uno storico, l’altro creato da una giovane fashion designer promettente. Cominciamo dal marchio storico, Mila Schön. Com’è nata la collaborazione? Che cosa hai creato e quale è stata l’ispirazione?
Ho risposto a queste richieste con molta curiosità, pensando a una contemporanea forma di committenza. Nel caso del celebre marchio Mila Schön il mio contributo è stato quello di creare due disegni per i ricami delle cifre “M” e “S” che hanno decorato alcuni capi della collezione.  Conosco da tempo il direttore creativo del brand Alessandro de Benedetti e avevo già avuto modo di confrontarmi con lui in diverse occasioni, trovando delle consonanze con il suo gusto. I ricami che aveva immaginato per la collezione 2018 dovevano ispirarsi a qualcosa di medievale, con elementi grafici che evocassero imprevedibilmente anche gli Anni Cinquanta. Ho fornito diversi progetti e lavorato in breve tempo, in contatto con il loro ufficio stile.

Daizy Shely, SS 2018
Daizy Shely, SS 2018

L’altra stilista per cui hai realizzato disegni unici stampati su tessuto è la giovane Daizy Shely. Nel 2015 è stata scelta da Armani per sfilare come “guest” designer presso il Teatro Armani. Anche in questo caso, com’è nata la collaborazione?
Tempo fa le sono stati segnalati alcuni miei disegni che sono circolati in rete e ho ricevuto la sua entusiastica proposta di disegnare qualcosa per la sua collezione. Ci siamo incontrati a Milano e mi ha spiegato nei dettagli la sua idea, cioè quella di creare una stampa d’artista per i tessuti della nuova sfilata. L’immaginario di Daizy Shely è molto forte e ironico e le sue intenzioni espressive e creative erano così precise e vicine a certi temi che ho trattato nel mio lavoro, che ho immaginato immediatamente il risultato. Secondo la sua idea doveva essere sottolineato il conflitto fra pulsione di vita e pulsione di morte: richiesta originale e ambiziosa, considerato l’ambito.

Dunque cosa hai creato?
Ho realizzato una serie di illustrazioni, utilizzando un approccio simile a quello dei disegni dei miei esordi. Colori accesi all’acquerello e tratto nero a pennino delineano piccole figure amorose e simboliche, di primo acchito decorative e rassicuranti, ma che esibiscono o nascondono dettagli perturbanti. È stato poi creato un All Over stampato su diverse tipologie di tessuto.

Disegno, disegno e ancora disegno. In barba alle ultime tendenze di revival concettuali e mode varie, usi da sempre il disegno come mezzo privilegiato. Nel corso degli anni però sono cambiati i formati, i supporti, le tecniche. Ci fai un riassunto?
Il disegno è una forma primaria di espressione, un flusso interiore che sfocia nella mano, ma è anche un mezzo per la trasposizione, all’interno di un ambito più progettuale, finanche performativo. Il disegno nel mio lavoro è sintomatico di un bisogno di operare con la mano o con le mani, con una modalità più chirurgica che primitiva, ma usando strumenti che non mi allontanano dalla vita dell’oggetto. Il pennino è uno strumento per me congeniale, il tratto evoca qualcosa di passato, quindi stimola la memoria, impone una grande disciplina, rimanda alla calligrafia, lascia tracce come ferite eleganti, il suo funzionamento prevede una ritmica e una rituale immersione della punta nell’inchiostro. Idealmente è a metà fra un bisturi e un pennello.

Umberto Chiodi, Impromptu 5, 2017
Umberto Chiodi, Impromptu 5, 2017

Il tuo tratto è riconoscibile. Questo è un segno di forte identità. Cosa lo rende unico?
Forse il fatto che è preciso, intenzionale ma allo stesso tempo irregolare, libero…

Di primo acchito i tuoi disegni sembrano esercizi di stile. Con uno sguardo più attento, però, nascondono degli universi, storie… Che cosa racconti?
Probabilmente quello che ti fa pensare all’esercizio di stile è dato dal fatto che lavoro sempre su piccoli e grandi cicli compatti di opere. Adotto diverse modalità, alternando e mescolando pratiche che appartengono alla tradizione artigianale dell’arte: disegno, collage, assemblaggio. La mia ricerca, anche se multiforme e trasmutante, conserva alcuni elementi ricorrenti che hanno a che fare con il paradosso, con un estetico senso d’oppressione, quindi con il tradimento del linguaggio che ha finalità liberatorie. La mia visionarietà, le mie “metafore immaginali”, come direbbe James Hillman, sono più vicine alla poesia, al frammento, piuttosto che al racconto. Mi interessano i caratteri allegorici e simbolici delle forme. Se fossi un poeta scriverei anche poemetti in prosa.

Sei un accumulatore compulsivo. Nel tuo studio raccogli di tutto, opaline, vecchi strumenti chirurgici, lampade, stampe, persino autografi di vecchie glorie del ciclismo… Parte da qui la tua ricerca?
Mi sono chiesto spesso quale fosse il motivo della mia attrazione verso l’oggetto dimenticato. Già da bambino riempivo le tasche di cose trovate a terra e che mi sembravano in potenza utili a qualcosa. Riempivo scatole di queste inutilità che a volte vedevo come segni o messaggi misteriosi del caso. Poi da ragazzino ho scoperto i mercati delle pulci, paradisi di ruderi in cui immaginare il mancante. E forse lì può esaudirsi il desiderio di trovare un tesoro, più prezioso di un vecchio chiodo o di un bottone. Inoltre sbirciare in un vecchio cassetto dimenticato può significare entrare in contatto con la storia apocrifa della civiltà. Poi mi sono appassionato alla raccolta più sistematica di certi oggetti, come per esempio i vecchi contenitori di opalina, che mi diverto a collocare per gradazione cromatica. Per rispondere alla tua domanda, dico che le mie ricerche si sono certamente intrecciate e che, attraverso un’analisi critica artistica, questi oggetti sono diventati come specchi del mondo. E a volte entrano fisicamente nelle mie opere.

Umberto Chiodi, Generatore di vuoto, 2017
Umberto Chiodi, Generatore di vuoto, 2017

Hai fatto l’illustrazione per un libro di Michel Tournier ma non l’hai mai proposta a un editore. Non credi nelle potenzialità dell’illustrazione?
Molto tempo fa, quando ancora ero studente ai primi anni dell’accademia di Bologna, provai a illustrare alcune fiabe dei fratelli Grimm e alcune filastrocche di Stevenson. Creai anche un prototipo illustrato per una “fiaba in barattolo”, un’idea buffa, ma sapevo che volevo lavorare per un pubblico bambino, non per l’infanzia. Naturalmente con la lettura di Lewis Carroll sentii che mi interessava operare sul linguaggio, non essere semplicemente un illustratore. Le cinque tavole a cui ti riferisci sono nate per un progetto legato alla Fondazione Fuori! di Torino nel 2013. Per ricordare lo scrittore Michel Tournier decisi di illustrare il suo romanzo Vendredi ou les limbes du Pacific attraverso cinque immagini che sono la sintesi grafica dei Tarocchi letti da un personaggio all’inizio del romanzo.

In cosa consiste questa serie?
Questa sequenza di carte descrive ermeticamente l’avventura iniziatica del protagonista che si trova naufrago su un’isola deserta del Pacifico. È chiaro il riferimento letterario a Robinson Crusoe, ma il tema del rapporto individuo-natura è trattato in modo poetico, filosofico, esoterico. Di fatto queste sono illustrazioni, ed effettivamente potrei proporle a una casa editrice. Più recentemente ho realizzato una serie di disegni reinterpretando i motti della Stultifera Navis (La nave dei folli) di Sebastian Brant. Mi stimolava la possibilità di creare un’iconografia dell’irragionevolezza delle abitudini dell’uomo contemporaneo e, insieme, avevo un pretesto per fare ricerca formale, fondendo elementi geometrici e figurativi.

Hai in corso una mostra personale allo Studio d’Arte Cannaviello di Milano. Oltre ai disegni, agli acquerelli, hai realizzato una serie di piccole sculture. Oggetti fragili, sorta di sculture-gioiello fatte con elementi trovati, perfettamente incastrati senza l’ausilio di colla o altri elementi. Ce le racconti?
Si tratta di trenta piccoli assemblaggi sospesi, installati a parete. Misurano circa 30 x 30 centimetri e sono composti da materiali plastici, ferro, vetro ed elementi organici. Nello specifico: cucchiai di plastica, filtri di sigaretta, palloncini, spazzolini da denti, lacci per scarpe, fermagli, ciglia finte, cannucce, frammenti di occhiali da sole, cartoline viaggiate, bigiotteria, galleggianti da pesca, aghi, auricolari, jack, cavi elettrici a mo’ di raccordo. Sono fatti compenetrare con piume, denti animali, perle e steli di legno. Sono come una serie di ipotetici e paradossali strumenti che rimandano ad accessori di consumo o a feticci tribali zoomorfi. Il fatto che non abbia usato la colla dà alle strutture maggiore senso di precarietà ma anche naturalezza. Come a dire che la prossimità fra i regni e le categorie è quella fintamente rassicurante di un giocattolo componibile. Il titolo di ogni singolo lavoro, Generatore di Vuoto, non si riferisce soltanto all’aspetto ironicamente funzionale dell’opera, dato dagli elementi con cui è costruita. La società bulimica del consumo acquista con la promessa di sentire la pienezza della vita, ma l’eccesso di superfluo provoca l’effetto contrario, ossia uno “svuotamento del desiderio” come ci dice Massimo Recalcati.

Daniele Perra

Evento correlato
Nome eventoUmberto Chiodi - Impromptu
Vernissage14/09/2017 ore 18
Duratadal 14/09/2017 al 07/11/2017
AutoreUmberto Chiodi
Generiarte contemporanea, personale
Spazio espositivoSTUDIO D'ARTE CANNAVIELLO
IndirizzoPiazzetta Maurilio Bossi 4 - Milano - Lombardia
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Daniele Perra
Daniele Perra è giornalista, critico, curatore e consulente strategico per la comunicazione. Editorialista e responsabile della copertina di “ARTRIBUNE”, collabora con “GQ Italia”, “ULISSE, "SOLAR" ed è docente di Contemporary Art and Visual Culture allo IED di Milano. È stato fondatore e condirettore di “unFLOP paper” e collaboratore di numerose testate tra cui “ArtReview” “Mousse”, "Harper's Bazaar art America Latina". È stato consulente strategico per la comunicazione della Fondazione Modena Arti Visive, Direttore Comunicazione del Centro Pecci di Prato, Strategic Advisor for Media and Communication alla Malmö Konsthall e Direttore della Comunicazione della Fondazione Thyssen-Bornemisza Art Contemporary. Ha fatto parte del team di selezionatori per alcuni premi tra cui il Premio FURLA e The Sovereign European Art Prize. Ha scritto testi per cataloghi e curato mostre tra cui: Shahryar Nashat in collaborazione con il Centro Pecci, Cantieri Culturali ex-Macelli, Prato (2003); Hans Schabus and the Very Pleasure (Laboratori del Teatro alla Scala di Milano, 2006). Ha pubblicato il volume "Impatto Digitale. Dall’immagine elaborata all’immagine partecipata: il computer nell’arte contemporanea", Baskerville, Bologna. Ha tenuto lecture alla NABA e un corso di Fenomenologia dell’arte contemporanea alla Scuola Politecnica di Design di Milano. È stato caporedattore di “tema celeste” (1999-2007), caporedattore di “KULT” (2007-2010), ha collaborato dal 2000 al 2006 a “Il Sole24ORE” (Domenicale) e all'inserto cultura Saturno de “Il Fatto Quotidiano”.