Dalla storia all’oggi. Intervista a Yerbossyn Meldibekov

Fino al 27 maggio 2016, la Galleria Nina Due di Milano ospita i nuovi lavori dell’artista kazako Yerbossyn Meldibekov, in una mostra personale dal titolo “Project Seasons”. Ripercorrendo la storia del proprio Paese dall’interno, come dimostrato da questa intervista.

Yerbossyn Meldibekov, Transformer, 2014
Yerbossyn Meldibekov, Transformer, 2014

Yerbossyn Meldibekov (Almaty, 1964) non si limita allo studio della situazione geo-socio-politica del suo Paese d’origine, il Kazakistan, ma indaga in maniera profonda e dettagliata la storia di una regione intera, l’Asia Centrale, dove le radici nomadi sono ancora ben presenti nella cultura e del popolo. Meldibekov trasmette le sue idee con un forte senso di ironia, attraverso immagini di archivio, pelli di animali, vasche da bagno che diventano sculture, ritratti eseguiti a matita. C’è anche una scultura particolare, quasi un gioco per bambini: Transformer, che si riferisce alla storia di un monumento e di una piazza e spiega, in chiave umoristica, i cambiamenti dell’intera Unione Sovietica.

Come le è venuta in mente l’idea di questa mostra?
Ogni volta non si tratta semplicemente di appendere i quadri, ma c’è un lungo processo di ricerca. Non è la prima, ma la quarta volta che presento i miei lavori negli spazi della Galleria Nina Due, per questo ho deciso di mostrare a che punto del mio percorso artistico io sia arrivato.

La sua ricerca riguarda la situazione generale in Asia Centrale?
Sì, la parte post-sovietica dell’Asia Centrale e l’Afghanistan, perché vi trovo molti punti in comune. Ho deciso di chiamare questo progetto Project Seasons perché l’Asia Centrale percepisce diversamente il tempo. Da noi il tempo scorre molto velocemente, abbiamo dei cambiamenti rapidissimi, come le stagioni. Durante un breve periodo di soli 40 anni il regime politico in Afghanistan è cambiato molte volte: dalla monarchia alla repubblica, hanno governato marxisti, comunisti, islamisti – mujaheddin, fondamentalisti – talebani e anche americani.
I regimi politici cambiano come le stagioni dell’anno, hanno addirittura il senso della ciclicità.

Yerbossyn Meldibekov, Tavro N°3621, N°4276, N°5654, 2015
Yerbossyn Meldibekov, Tavro N°3621, N°4276, N°5654, 2015

Vedo che ha fatto un’indagine sul passato della piazza centrale di Tashkent, Uzbekistan. Perché ha scelto questo luogo?
È un posto che fa vedere esplicitamente il susseguirsi delle “stagioni politiche”, 300 mq che da artista definisco nella mia fantasia come il “fulcro dell’universo”. Il primo monumento europeizzato che fu eretto qui dopo la rivoluzione del 1917 era il monumento dedicato a Konstantin Kaufman (generale e governatore della regione del Turkestan). Successivamente, nel giro di 90 anni, è stato un susseguirsi di dieci monumenti. Il processo di approvazione di un monumento è lunghissimo, dura circa 10 anni. Prima si organizza il concorso, poi passa un tempo indeterminato per approvare la scelta definitiva, per la progettazione e l’esecuzione, alla fine, una volta che il monumento finalmente sorge, passa pochissimo, 3-4 anni, e arriva un’altra rivoluzione, si cambia il regime ed il monumento viene tolto.

Guardando il susseguirsi dei monumenti su questa piazza possiamo farci un’idea degli stili che dominavano nell’epoca dell’Impero Sovietico. L’Asia Centrale aveva ritmi suoi o seguiva gli ordini mandati da Mosca?
Ovviamente seguiva gli impulsi mandati dal centro, da Mosca, e si reagiva molto velocemente. Interessante anche la storia del basamento di Kaufman, che è sopravvissuto a cinque monumenti diversi. Lo stesso processo che ha avuto il primo monumento si è ripetuto con la statua di Stalin, che a sua volta è stata tolta nel 1940. Ora sul “fulcro dell’universo” c’è il monumento dedicato ad Amir Timur (leader uzbeko del periodo del Medioevo).

Oltre i quadri che spiegano la storia del susseguirsi dei monumenti, lei ha realizzato anche una particolare scultura di legno – Transformer. Ci spiega come funziona?
Con i pezzi di questa scultura si possono creare cinque monumenti diversi, in questo modo ogni giorno la statua si trasforma all’occorrenza. Ho preparato anche un foglio illustrativo che spiega come cambiare i pezzi di Transformer, anche i bambini possono giocare.

Yerbossyn Meldibekov, Transformer, 2014
Yerbossyn Meldibekov, Transformer, 2014

Oltre a Transformer, lei espone anche una serie di pelli di yak con dei numeri segnati sopra. Che significato hanno questi numeri?
A Bishkek c’è una fabbrica dove lavorano le pelli di mucca e di yak. Nessuno compra le pelli di yak perché sono troppo dure e non sono conciate alla perfezione. Sono usate unicamente dai nomadi kirghizi delle montagne del Pamir per le selle. Di solito agli yak neonati fanno delle piccole incisioni con dei numeri, perché la polizia funziona male e senza l’incisione vengono rubati molto facilmente. Con la crescita dell’animale il numero aumenta nelle sue dimensioni e sulla pelle di uno yak maturo il numero diventa grande circa 10 centimetri. Mi sono messo d’accordo con questa fabbrica e compro da loro le parti delle pelli con i numeri. E’ un progetto importante per me perché lavoro con gli impulsi. Questi numeri diventano una specie di statistica della violenza.

Una di queste pelli ha un disegno particolare, una nave fantasmagorica in sezione. Qual è la sua storia?
Ho realizzato questo progetto tempo fa insieme a mio fratello. All’epoca facevo anch’io il servizio militare in Afghanistan, sotto il comando del colonnello Krasnov, che scherzava spesso dicendo: “Come possono i duscman (nemici) portare qua dei grossi cannoni?… Solo sugli asini”. Allora nessuno aveva pensato che stavamo in montagna e le grosse macchine militari non sarebbero riuscite a passare, ma poi hanno trovato un modo per trasportare le armi: mettendole sulle spalle dei cammelli e degli asini. Abbiamo creato questa nave come una macchina militare dei partigiani, era il frutto della nostra fantasia. Questa idea è nata sulla base di fatti quotidiani, era uno scherzo, una nave fantasmagorica. Mettendo insieme una macchia militare contemporanea e una storica dall’epoca di Gengis Khan. Così è nato un insieme di bombe nucleari, catapulte, yurte e harem, un cacciatorpediniere nel deserto, che viene trascinato dai cammelli. Assurdo! [ride, N.d.R.]

Lei installa qui anche un altro progetto Picco Lenin, una vetta che esiste realmente ed è una delle più alte del Pamir, ma evidentemente ora ha un altro nome.
Ora si chiama Ibn Sina. Se prima ho presentato la storia di una piazza, qui c’è la storia di una montagna. Inizialmente aveva il nome del generale Kaufman, come il primo monumento sulla piazza centrale di Tashkent. Ho fatto tre sculture: Alba sul Picco Kaufman, Mezzogiorno sul Picco Lenin e Tramonto sul Picco Ibn Sina.

Yerbossyn Meldibekov, Salang Metrostroj, 2016
Yerbossyn Meldibekov, Salang Metrostroj, 2016

Qual è la materia prima di queste sculture?
A Karaganda c’è una fabbrica che produce vasche da bagno e lavandini di varie dimensioni che servono per pulire il corpo, io li uso in senso metaforico, facendo vedere come si cancella la storia. Per ottenere questo risultato utilizzo un martello.

Ha fatto un altro lavoro, Salang Metrostroi, prendendo come base un lavandino. Presumo che si riferisca al tunnel Salang che fu costruito ai tempi dell’Unione Sovietica in Afghanistan. Com’è la sua storia?
L’Afghanistan è diviso dalla montagna Hindu Kuch in due parti: sud e nord sono state collegate attraverso un tunnel negli Anni Sessanta dai costruttori della metropolitana di Mosca. Allora questa operazione aveva un profondo significato, si diceva che il comunismo sarebbe arrivato nella parte settentrionale del paese. Alla fine però il comunismo è stato assorbito da questo tunnel [ride, N.d.R.], è stato proprio l’Afghanistan a rovinare l’economia dell’Unione Sovietica.

Un altro lavoro in mostra è una serie di ritratti dei leder afgani. Quale significato ha?
Ho preso 10 taccuini da 100 fogli e ho cominciato la mia serie con il ritratto dell’ultimo re dell’Afghanistan, Zahir Shah. Poi ho disegnato l’intera serie, strappando ogni volta una parte dei fogli di ciascun taccuino. Nella storia dell’Afghanistan ogni governatore è stato ucciso o mandato via dal suo successore, sostituito contro la sua volontà. Così si vede la storia degli ultimi 35-40 anni del Paese.

Anna Kostina

Milano // fino al 27 maggio 2016
Yerbossyn Meldibekov – Project Seasons
NINA DUE
Via Carlo Botta 8
02 87285916
[email protected]
www.ninadue.com

MORE INFO:
http://www.artribune.com/dettaglio/evento/53351/yerbossyn-meldibekov-project-seasons/

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Anna Kostina
Nata e cresciuta a Mosca, dopo la laurea in Sociologia e il diploma in Architettura d’interni lavora come designer in varie città d’Europa. Dopo qualche anno si stabilisce a Milano, ma continua a fare la spola tra l'Italia e Mosca. Quando la rivista russa “Plus. New Trends” le propone di farle da corrispondente, comincia la sua esperienza da giornalista. Che inizia per caso, ma va avanti a lungo. Collabora con varie testate: “Architectural Digest”, “Vogue”, “Traveller”, “L’Officiel”, “IoDonna”, “Rolling Stone”, “Project International”, “Project Russia”, “Afisha Mir”, “Area”, “DDN”. Scrive articoli e interviste su vari temi: architettura e design, viaggi, arte e moda. Appassionata d’arte, collabora con la galleria milanese d’arte contemporanea russa “Nina Due”.