La sfida dell’arte? Essere inclusiva senza rinunciare ad alcuna complessità
Come scardinare i codici di esclusione del sistema dell’arte senza standardizzarla? Questa la domanda suscitata dall’editoriale di Stefano Monti del 17 gennaio 2026 che propone l’assunzione di una responsabilità relazionale dell’arte senza la rinuncia alla profondità del pensiero
Leggendo l’articolo di Stefano Monti sulla crisi della provocazione nell’arte contemporanea, mi sono ritrovata in molte delle sue osservazioni. L’idea che lo shock, oggi, non basti più a generare pensiero è difficilmente contestabile, soprattutto in un contesto saturo di stimoli, immagini e reazioni immediate. Eppure, proprio in questo ragionamento, emerge una tensione che credo valga la pena di abitare più a fondo.
La provocazione, una frattura necessaria operata dalle Avanguardie
Nel testo, infatti, si riconosce implicitamente un valore storico alla frattura operata dalle Avanguardie — dal Dadaismo in poi — nei confronti di un’arte elitaria, colta e autoreferenziale. Una frattura necessaria, vitale, che ha permesso all’arte di rimettersi in relazione con la vita, con il trauma storico, con il disordine del reale. Al tempo stesso, però, la critica alla provocazione contemporanea sembra aprire il rischio di una nostalgia non dichiarata per un’arte più “alta”, complessa, riservata a chi possiede gli strumenti per decodificarla.
È qui che nasce il mio interrogativo, che non è polemico ma strutturale, e che accompagna il mio percorso di ricerca fin dai tempi dell’Accademia: come tenere insieme complessità e inclusività senza tradire né l’una né l’altro?
Provocazione come atto per scardinare i codici di esclusione del sistema dell’arte
La provocazione, storicamente, non è stata un gesto superficiale, ma un atto di rottura reale. Non mirava a semplificare l’arte, bensì a scardinarne i codici di esclusione. Oggi il problema non è tanto la perdita di quella tensione, quanto il fatto che la frattura si sia spesso trasformata in linguaggio standardizzato, prevedibile, assorbito dal sistema stesso che un tempo metteva in crisi. Ma la risposta a questa stanchezza non può essere un ritorno implicito a un’arte che delega completamente allo spettatore il lavoro di comprensione, come se l’inaccessibilità fosse garanzia di profondità.
La responsabilità relazionale dell’arte come risposta a provocazione e esclusione
Forse la vera distinzione non è tra arte provocatoria e arte colta, ma tra un’arte che esclude e un’arte che si assume una responsabilità relazionale. Un’opera può essere stratificata, teoricamente esigente, colta nel senso più pieno del termine, senza per questo diventare respingente. La questione non è ridurre la complessità, ma interrogarsi su come questa complessità venga condivisa, mediata, esperita.
In molti casi, oggi, l’arte contemporanea non è né realmente provocatoria né realmente accessibile: richiede competenze, riferimenti, alfabetizzazioni, ma spesso senza offrire un’esperienza che preceda o accompagni la comprensione. Si chiede di capire prima ancora di sentire, di appartenere prima ancora di entrare in relazione.
Aprire la riflessione critica per produrre spazio di pensieri e creazione
È qui che la critica alla provocazione potrebbe aprirsi a una riflessione più ampia: non tanto su quanto l’arte debba rompere, ma su che cosa accade dopo la rottura. Se la frattura non produce spazio, relazione, trasformazione, rischia di restare un gesto vuoto, ma, se la complessità non costruisce soglie di accesso, rischia di trasformarsi in un nuovo recinto.
La prospettiva, forse, non è tornare a un’arte per pochi, né insistere su una provocazione esausta, ma muoversi lateralmente: verso pratiche artistiche che non rinunciano alla profondità, ma la mettono in circolo; che non temono il pensiero, ma non lo usano come dispositivo di esclusione. Un’arte che non si limita a segnalare una posizione, ma che si interroga sulla qualità della relazione che è in grado di attivare.
È una domanda aperta, più che una risposta. Ma forse è proprio da questa contraddizione — riconosciuta, non rimossa — che può nascere un terreno fertile per ripensare il ruolo dell’arte oggi.
Caterina Mainardis
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