Cultura e immigrazione. L’editoriale di Stefano Monti

Migrazione e cultura. Un binomio perfetto, secondo Stefano Monti, per trovare soluzione a dinamiche complesse e fortemente attuali.

Alberto Sughi, Famiglia di emigranti, 1955
Alberto Sughi, Famiglia di emigranti, 1955

Il vero problema della questione immigrazione è che hanno tutti ragione. Ma tutta questa verità ha sinora portato a un nulla di fatto.
Sul tema, ormai, sono poche le cose che restano da dire.
Da un lato (pistola numero 1) c’è chi dice che gli immigrati sono parte importante del futuro del nostro Paese (vero), che i flussi migratori uscenti (la cosiddetta fuga di cervelli) sono maggiori dei flussi migratori entranti (vero) e che senza l’arrivo di nuovi lavoratori si potrà andare incontro a un sistema pensionistico sempre più ridicolo (vero).
Dall’altro (pistola numero 2) c’è però chi dice che i flussi migratori in entrata non sono specializzati (vero), che la gestione dell’emergenza (che emergenza più non è, dato che è un carattere stabile del nostro tempo) ha portato a indebiti guadagni (vero) e che un approccio più razionale è necessario per poter creare da questo flusso una vera ricchezza per il nostro Paese (vero anche questo).
Tra queste due fazioni, che portano avanti discorsi e riflessioni di natura pragmatica, c’è chi evidenzia (pistola numero 3) soprattutto le dimensioni umane della questione: il nostro dovere di essere umani (al di là degli accordi) di soccorrere chi è in mare (vero), il nostro dovere di ricordare che gli italiani sono da sempre un popolo che accoglie chi è diverso (vero) e che non sono certo mancati periodi (anche lunghi) in cui gli italiani stessi hanno emigrato per trovare condizioni di vita migliori (vero).
Meglio allora essere nel torto, e provare a modificare la situazione di stallo alla messicana che tiene in scacco i voti e le coscienze di questa nazione che sarà sì meravigliosa, ma non certo proattiva.

CULTURA E LAVORO

La proposta è semplice. Mettiamo gli immigrati a lavorare nella cultura. Diamo loro un posto di lavoro nei musei minori (quelli che non vengono aperti perché non ci va nessuno), facciamogli fare le guide (in lingua) nelle cosiddette “zone interne” (visite guidate nei borghi, dove le persone che parlano inglese e francese sono molto poche), diamo loro dimora in zone a bassa urbanizzazione, nei paesini in cui le dimensioni demografiche sembrano un countdown verso l’estinzione.

Piuttosto che mettere l’ENIT al primo punto delle linee programmatiche del turismo, facciamo in modo siano gli immigrati a ri-scrivere i nostri territori minori

Piuttosto che mettere l’ENIT al primo punto delle linee programmatiche del turismo, facciamo in modo siano gli immigrati a ri-scrivere i nostri territori minori. Che siano loro a spiegare agli italiani e ai turisti perché l’Italia è un posto meraviglioso.
L’Italia ha 7.954 comuni, di cui 5.539 (circa il 70%) conta meno di 5mila abitanti. Ci sono 135 paesini con meno di 500 abitanti e alcuni, come Moncenisio, in Piemonte, che di abitanti ne hanno 29. Meno di una classe di liceo. A Moncenisio, come residenti, ci sono 3 persone sotto i 30 anni e 21 sopra i 50. Ed è solo il caso più estremo.
Finiamola, dunque, con le verità, e proviamo a sbagliare.
I migranti, sia che vengano trattati bene, sia che vengano trattati male, generano comunque un costo sulla nostra società. Nelle nostre tasse ci sono anche i servizi che vengono loro garantiti. Che ci piaccia o meno. Che lo troviamo giusto o meno.
Cosa fare? Facciamo loro un contratto a tempo determinato speciale, diamo loro dei corsi online per imparare l’italiano, e diamo loro dei risultati da raggiungere entro questi sei mesi in termini di conoscenza della lingua, conoscenza della nostra storia, risultati raggiunti dal punto di vista professionale (qualunque sia la mansione loro affidata). Razionalizziamo la spesa per questi individui, e mettiamoli in condizioni di produrre qualcosa per se stessi e per il resto del Paese.

Definiamo i percorsi di crescita professionali e lasciamo che siano le loro motivazioni personali a trasformarli in cittadini. Sono persone che, per qualunque ragione, hanno affrontato il pericolo di morire pur di migliorare le loro condizioni

O qualcuno vorrebbe sostenere che, nelle condizioni in cui versa il nostro Paese, non ci siano aree che potrebbero beneficiare di un maggior numero di lavoratori?
Definiamo i percorsi di crescita professionali e lasciamo che siano le loro motivazioni personali a trasformarli in cittadini. Sono persone che, per qualunque ragione, hanno affrontato il pericolo di morire pur di migliorare le loro condizioni.
Forniamo poi, ovviamente, le stesse condizioni anche agli italiani: corsi gratuiti online di inglese e/o di francese, medesime condizioni contrattuali e medesimi obiettivi di risultato. Perché non è di “accoglienza” che si parla, ma di percorsi di crescita professionale e territoriale. Che i protagonisti di questi percorsi siano nati in Italia o negli Stati Uniti (anche gli USA sono uno Stato extra-comunitario), importa meno.

Stefano Monti

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Stefano Monti
Stefano Monti, partner Monti&Taft, insegna Management delle Organizzazioni Culturali alla Pontificia Università Gregoriana. Con Monti&Taft è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisory, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale.

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