L’Esame di Stato in presenza rischia di trasformarsi in un incubo. Parla un’artista e docente

Si sta facendo strada l’ipotesi di sostenere l’Esame di Stato in presenza, ma siamo sicuri che, stanti le norme di distanziamento sociale, quello che dovrebbe essere un ricordo indelebile non si trasformi in un incubo? Le riflessioni di Monica Biancardi, videoartista e docente.

Ecco come Monica Biancardi immagina la Maturità 2020
Ecco come Monica Biancardi immagina la Maturità 2020

Da giorni rifletto su come potrebbe essere l’esame di maturità in presenza. L’ipotesi mi è talmente chiara che non posso che rifiutarla, perché mi figuro una scena che non riesco a condividere. L’attività quotidiana del mio lavoro, sia da artista che da docente, consiste nel produrre e dispensare immagini attraverso la pratica artistica e i suoi innumerevoli mezzi, fissandole su vari supporti per renderle fisiche. Sono tante le tipologie d’immagini: fisse, in movimento, a colori, bi o tridimensionali, riflesse, ecc., ma, in questo articolo, quella su cui v’invito a riflettere è l’immagine del ricordo.
Chi di noi non ricorda nitidamente il colloquio sostenuto all’Esame di Stato? L’immagine fissata è indelebile, forse anche più forte della discussione sostenuta alla tesi di laurea.
Quest’immagine la si vuole ripetere a tutti i costi anche quest’anno, segnato dolorosamente da un avvenimento unico nella storia dell’umanità dove la realtà, è proprio il caso di dire, ha superato l’immaginazione.
Se a partire da queste prime aperture si superasse la fase di prova, riuscendo a garantire poi la massima prudenza attraverso adeguate misure precauzionali, il rituale dell’Esame di Stato comunque non potrebbe essere salvato “in presenza”, come sostiene il fisico-scrittore Paolo Giordano. Al contrario, lo si ammazzerebbe una volta per tutte.
Perché? Perché il candidato, in mascherina e guanti, a sua volta di fronte a degli adulti in mascherina e guanti (molti già minacciano di presentarsi in visiera di plexiglass e vestiti in tuta), e a una distanza di sicurezza di circa 2 metri (fra i docenti) e, stando alle ultime notizie, a una distanza di 5 metri da chi deve sostenere l’esame, traduce un’immagine che è quella di 6 docenti, più il presidente di commissione 7, allineati su circa 14 metri, al cui centro vi sarebbe chi deve sostenere l’esame. Il che significherebbe che i docenti collocati alle due estremità distanzierebbero circa 8 metri dal soggetto in questione. E ancora più distante (dove?) ci sarebbe anche l’unico testimone ammesso a partecipare alla seduta.
Provate a immaginare il caldo che c’è nelle aule o nelle palestre a metà giugno, e cosa provocherebbe a tutti i malcapitati bardati in quel modo, in particolare a colei o a colui che deve sostenere il colloquio. E poi una volta terminato: la stretta di mano con i guanti di lattice la si dà o no? (auguriamoci che quelli di colore nero vengano vietati per l’occasione!)
Mentre i genitori e gli amici, anch’essi in veste da chirurghi, faranno probabilmente il tifo a un’adeguata distanza gli uni dagli altri, con mazzi di fiori e dolci da consumare rigorosamente all’interno del proprio nucleo famigliare. Addio agli scambi e agli abbracci.

L’ESAME DI STATO COME UN INCUBO

La fotografia che si realizzerebbe di questo rito di passaggio, più che da un romanzo di Dick, sembra uscire da un fumetto di Bilal: un esercito di chirurghi che, per forza maggiore, a voce sostenuta, interrogano la persona che dev’essere esaminata, alla quale è concesso abbassare la mascherina per pronunciarsi, anche se, in preda a possibile e comprensibile ansia, le verrà chiesto di “alzare la voce”.
Non è sano restituire un simile ricordo ai ragazzi, e non lo è neanche per gli insegnanti che li hanno accompagnati durante questi anni. Questo non è un rito di passaggio, è un incubo.
Al di là dei tanti problemi (primo su tutti la rigorosa sanificazione, poi l’età media dei docenti coinvolti, molti dei quali affetti da varie patologie, il pendolarismo e vari protocolli di sicurezza), non ritengo opportuno restituire ai nostri ragazzi un simile ricordo. E a coloro che trovano l’esame online “meno importante” rispondo che si sbagliano.
Durante questi mesi di video-lezioni si sono svolti regolarmente i programmi, con un riscontro da parte degli studenti superiore alle aspettative, anche perché si tratta del loro momento di socialità quotidiana, dove incontrano chi li ascolta con molta attenzione.
Pur convinti e ripetendo in continuazione che questo modo di fare lezione non è normalità, docenti e studenti hanno profuso in questo periodo lo stesso impegno di sempre e, azzarderei, persino in misura maggiore. Pertanto il lavoro svolto dovrebbe essere preso in grande considerazione, così come prenderemo “sul serio” gli esaminati, dando loro il giusto valore, sia dal vivo che online.
La maggior parte dei cittadini italiani s’interessa alla scuola solo durante gli anni in cui i figli la frequentano. Oppure in una situazione eccezionale come queste, che è un errore. La maggior parte dei cittadini italiani non sanno che cosa è stato provocato da (nell’ordine): l’accorpamento, la mutazione  delle discipline, l’ASL  che ha cambiato acronimo in  PCTO  e tanto altro.  E invece della Scuola se ne dovrebbe parlare sempre perché è l’ossatura di un Paese e, di conseguenza, la sua futura economia.
Infine mi permetto un consiglio: per ogni occasione occorre rispettare un’adeguata immagine, soprattutto se si svolgono determinate mansioni, come quella di stare alla guida di un Paese. In questo momento, più che mai, se non si è capaci di presentarsi in pubblico truccati a dovere, sarebbe giusto farsi consigliare da esperti della comunicazione.

‒ Monica Biancardi

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Monica Biancardi
Monica Biancardi (Napoli 1972) si laurea in scenografia con una tesi sperimentale sulla fotografia di teatro. Inizia a lavorare per importanti registi (svolgendo parallelamente l’attività di docente) realizzando al tempo stesso personali ricerche. La prima Credere, vent’anni di sguardi bianco/nero al sud Italia, viene in parte acquistata assieme ad altri diversi lavori, dalla Bibliothèque Nationale de France, e nel 2014 invitata nel programma ufficiale del Mois de la Photo di Parigi. Prima mostra pubblica è Ritratti, inaugurata a Napoli nel 2003 per poi proseguire in giro per l’Europa vincendo vari premi, tanto che Achille Bonito Oliva la invita a progettare un’intera cella all’interno della Certosa di Padula, durante la rassegna “Le Opere e i giorni”. Nel 2018, in occasione della mostra Ritratti presso il Museo di Roma in Trastevere, esce il volume manodopera per la casa editrice Contrasto. “Dolore”, parte del progetto artistico Aldilà, è acquisito dalla nuova Metropolitana di Napoli e installato nella fermata Lala. Nel 2006 espone a Castel Sant’Elmo di Napoli Mutamenti, dedica al padre (cat. Electa). Sensibile al tema dell’integrazione culturale, per l’Al Quds University di Gerusalemme, Monica espone il lavoro svolto per anni in Palestina (cat. Al Quds University) e poi in forma multimediale al MAV di Ercolano Tra le immagini. Nel 2009 realizza su invito della Soprintendenza di Napoli una grande mostra dal titolo Orientamenti al Museo di Capodimonte di Napoli (cat. Shin Art). Nell’ottobre 2012 il MART la invita ad esporre il progetto Habitus. Nel 2015 vince il Premio DolomitiArteContemporanee. Nel 2017 pubblica per la casa editrice Damiani RiMembra, progetto durato più di sette anni a cui collabora il poeta Gabriele Frasca. Il lavoro viene esposto al Museo Nitsch di Napoli, all’I.I.C. a Parigi durante Paris-Photo, al Museo di Santa Maria della Scala a Siena ed è scelto per rappresentare La Biennale de la Photographie Italienne al festival de Aubagne nel 2018. A marzo 2019 inaugura il progetto Punti di Vista presso Shazar Gallery di Napoli. Uno dei polittici viene acquisito dal MADRE di Napoli. Le sue opere sono presenti in molte collezioni private di arte contemporanea.