Antonello Tolve ripercorre la storia di Giorgio Caproni, poeta e maestro di scuola elementare. Che ha saputo dare un nuovo significato alla didattica.

Dall’anno scorso, e precisamente da quando alla prova scritta di italiano (“Maturità” 2017) è stata proposta, come traccia, una poesia di Giorgio Caproni, l’interesse su questa grande voce del Novecento – ma bisognava davvero aspettare che i Versicoli (quasi) ecologici tratti dalla raccolta postuma Res Amissa (1991) facessero da detonatore per riaccendere i riflettori su Caproni? – ha riaperto un dossier legato non solo alla poesia contemporanea, ma anche agli interessi di “quell’uomo così nobile e profondo, così severo e gentile”. Le parole sono di Maurizio Cucchi, che lo ricorda nel 2001 ad appena undici anni dalla scomparsa.
La vita di Caproni è stata una corsa frenata sui sentieri della poesia e della didattica. Accanto alla poesia (i primi componimenti risalgono a Come un’allegoria, e dunque al triennio 1932-1935) e alla traduzione, Caproni infatti è anche maestro di scuola, alle elementari (“Andrò a scuola anche quando sarò al cimitero, senza avere ancora finito le elementari”) dove sperimenta metodi didattici personali, assolutamente innovativi per l’epoca.
Insegnare per lui è, sin dall’anno scolastico 1935/36, quando sostituisce a Rovegno (nella Val Trebbiana), appena 23enne, un vecchio e amato maestro, “un po’ come dirigere un’orchestra” di bambini dai quali si può soltanto imparare: “Allora e dopo, con i ragazzi non ho mai avuto problemi: bastava mi sedessi in mezzo a loro e li guardassi negli occhi. Forse mi piaceva perché insegnare era un po’ come dirigere un’orchestra”.

IL RICORDO DI CERAMI

Il suo impegno pedagogico sorprende perché pone luce, sin dai primi registri scolastici, su un maestro (“feci il maestro elementare per caso”) attento ad annotare i comportamenti dei propri scolari, a riflettere sulla burocrazia, a interrogarsi sui metodi didattici da adottare.
Definito da Paolo Mauriil maestro dei ragazzi poveri”: del resto, “da socialista qual era”, annota Mauri, “era attratto soprattutto dal riscatto dei più disagiati e in questo ricorda un po’ l’esperienza lontana di Giovanni Cena e del gruppo di intellettuali che si era impegnato all’inizio del secolo a costruire e far funzionare le scuole elementari nell’Agro romano”, Giorgio Caproni è un bambino tra i bambini che usa insoliti e curiosi metodi d’insegnamento e di verifica legati alla partecipazione attiva dello studente, a un’orizzontalità didattica che salta ogni rigidità cattedratica per creare familiarità, complicità, condivisione.
I bambini entravano in classe e si trovavano già seduto in cattedra un Caproni teso e preoccupato che subito chiedeva aiuto. Diceva: ‘Ragazzi, sono rovinato! Oggi dobbiamo studiare le campagne di Napoleone e non mi sono preparato abbastanza. Se lo sa il direttore scolastico mi licenzia. Come si fa?’. I bambini, impietositi dal furbo maestro, lo tranquillizzavano e gli rispondevano: ‘Non preoccuparti, maestro, ti aiutiamo noi a studiare Napoleone. Ti leggiamo il capitolo a voce alta così se entra il direttore vede che tu sei preparato e non ti licenzia’. Un’altra volta i bambini, entrando in classe, lo vedono tutto indaffarato e preoccupato mentre misura con il metro i lati della lavagna. ‘Lasciatemi in pace, bambini, perché ho un diavolo per capello, […] il direttore vuole sapere qual è la superficie della nostra lavagna e non mi ricordo come si fa a calcolarla’. […] Qualcuno grida ‘Base per altezza!’ e Caproni chiede: ‘Perché?’. Quel perché crea lo scompiglio tra i bambini.  […]. Ne venne fuori una bella discussione…”. In questo ricordo di Vincenzo Cerami, suo allievo, pubblicato sul quotidiano La Repubblica nel 2000, è possibile percepire un metodo coinvolgente, una strategia didattica unica, vincente e accattivante, che forse oggi dovrebbe far riflettere maggiormente sugli statuti della formazione e della buona scuola.

Giorgio Caproni con una delle sue classi
Giorgio Caproni con una delle sue classi

LE PAROLE DI CAPRONI

Quando vinsi il premio Viareggio nel 1959, la Rai ha trasmesso alcuni miei versi”, annota Caproni su un registro di classe della scuola Pascoli di Roma. “Sorpresa degli scolari, già colpiti dall’intervista di un quarto d’ora alla Tv, dove sono state lette alcune poesie mie, da me commentate, tratte da ‘Il seme del piangere’. Potenza della radio e della Tv!, esclamo ironicamente. Ma ho subito smontato i miei piccoli… ammiratori. ‘Sono il vostro maestro, e voletemi bene come tale. Il resto è letteratura’”.

Antonello Tolve

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #42

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Antonello Tolve
Antonello Tolve (Melfi, 1977) è titolare di Pedagogia e Didattica dell’Arte all’Accademia Albertina di Torino. Ph.D in Metodi e metodologie della ricerca archeologica e storico artistica (Università di Salerno), è stato visiting professor in diverse università come la Mimar Sinan Güzel Sanatlar Üniversitesi, la Beǐjin̄g Yuy̌ań Daxué, l’Universitatea de Arta si Design de Cluj-Napoca e la Universidad Central de Venezuela. Critico d’arte e curatore, è stato commissario in diverse giurie internazionali. Tra i suoi libri si ricordano “Gillo Dorfles. Arte e critica d’arte nel secondo Novecento” (La Città del Sole, 2011), “ABOrigine. L’arte della critica d’arte” (PostmediaBooks, 2012), “Ubiquità. Arte e critica d’arte nell’epoca del policentrismo planetario” (Quodlibet, 2013), “La linea socratica dell’arte contemporanea. Antropologia Pedagogia Creatività” (Quodlibet, 2016), “Istruzione e catastrofe. pedagogia e didattica dell’arte nell’epoca dell’analfabetismo strumentale” (Kappabit, 2019), “Me, myself and I. Arte e vetrinizzazione sociale ovvero il mondo magico del selfie” (Castelvecchi, 2019), “Atmosfera. Atteggiamenti climatici nell’arte d’oggi” (Mimesis, 2019). Ha curato con Stefania Zuliani il volume di Filiberto Menna, “Cronache dagli anni settanta. Arte e critica d'arte 1970-1980” (Quodlibet, 2017) e, con S. Brunetti, “Il sistema degli artisti. Collezione, conservazione, cura e didattica nella pratica artistica contemporanea” (Mimesis, 2019). Dal 2018 e Direttore della sede romana della Fondazione Filiberto e Bianca Menna e dal 2014 è curatore della Gaba.Mc – Galleria dell’Accademia di Belle Arti di Macerata.