14 artisti e curatori riflettono sulla Strage di Ustica 40 anni dopo su invito di Giovanni Gaggia

Giovanni Gaggia, artista e promotore dell’artist run project Casa Sponge, invita 14 artisti e curatori a riflettere sulle parole chiave Tempo e Giustizia in relazione alla strage di Ustica, alla vigilia del quarantesimo anniversario.

Mi sono ritrovato 10 anni fa ad iniziare un cammino intorno alla strage di Ustica. Disegni, ricami, performance, video, installazioni audio, varie città, Palermo, Bologna ed infine Ancona. Molto di ciò è confluito nella pubblicazione INVENTARIUM, a cura di Serena Ribaudo con poesie di Davide Quadrio, edita da Maretti editore nel 2016 e in un dibattito aperto sul palco di Demanio Marittimo.Km-278 a Marzocca di Senigallia nel 2017. 27 giugno 1980 – 27 giugno 2020, sono trascorsi quarant’anni dalla strage di Ustica. È di pochi mesi fa la pubblicazione della sentenza della corte di appello di Roma che condanna i Ministeri dei Trasporti e della Difesa al risarcimento di 330 milioni di euro agli eredi del titolare della compagnia ITAVIA. Analizziamo i termini Tempo e Giustizia in relazione a questa tragica vicenda, inoltre, se lo è stato, che valore ha l’aver affidato la memoria all’arte? La parola a 14 artisti e curatori.

Giovanni Gaggia

1. ADALBERTO ABBATE, ARTISTA

Adalberto Abbate, ritratto

Lo stato delle cose non fa pensare a una volontà politica mirata a far emergere elementi di verità. Le verità oggi sono tante e contorte e i danni subiti non sono stati ancora sanati. La sensibilità del popolo si è così tanto edulcorata e narcotizzata, pressata dalla necessità di sopravvivere ai danni dell’esistenza, da anestetizzarsi di fronte alle stragi di mafia o di stato, alle tensioni internazionali o alla minaccia ai diritti civili, in bilico su un baratro che interessa a pochi. La stessa giustizia si va modificando nei pesi e nelle misure, a gradimento di una maggioranza distratta e disinteressata. Il sistema culturale e di informazione ha dato poco interesse al valore di giustizia… un valore ingombrante e scomodo che si scontra con la brama di arricchimento, fama e potere. La memoria riferita a temi quali la giustizia raramente è affidata all’arte. Sono pochi gli uomini che hanno saputo o potuto puntellare un terreno così franante quale è la memoria di un popolo… terreno a volte circondato da muri di gomma resistenti come fortezze. Uno stato di indifferenza che odio e che fa soffrire… lo stato fangoso in cui ci troviamo immersi fino al collo.

2. ELENA BELLANTONI, ARTISTA

Elena Bellantoni

Il 27 giugno 1980: la torre di controllo dell’aereoporto Roma – Ciampino perde il contatto con il volo di linea Itavia IH870 in volo da Bologna a Palermo Punta Raisi poi Falcone Borsellino. Avevo 5 anni nel 1980 e quel muro di gomma ancora rimbalza, come per Ustica, così per Bologna stesso anno appena due mesi dopo: sabato 2 agosto 1980, Stazione Centrale. L’opera che unisce metaforicamente queste due stragi degli anni di piombo è l’installazione di Christian Boltanski concepita proprio per il museo della Memoria di Ustica. Nove grandi casse nere, disposte intorno ai resti riassemblati del DC9, contengono decine di oggetti personali appartenuti alle vittime e resi così invisibili agli occhi dei visitatori. L’arte ha il “privilegio” di manifestare in piena libertà, attraverso lo strumento espressivo, il proprio punto di vista e creare nuovi paradigmi per costruire un discorso non solo di riflessione ma di critica dei contesti in cui si muove. Inoltre lo spettatore può essere coinvolto direttamente nella memoria degli avvenimenti divenendo protagonista nella ricostruzione della verità.

3. CHRISTIAN CALIANDRO, CURATORE

Christian Caliandro

Credo che l’arte debba e possa avere una dimensione civile e civica, relativa alla trasmissione della memoria – e anche alla sua discussione critica. In particolare in un Paese come l’Italia, che ha un rapporto così complesso e problematico con la storia, con il proprio passato recente e lontano (un rapporto molto spesso basato sulla rimozione), è ancora più necessario che l’arte si faccia carico di questo compito, evitando allo stesso tempo per quanto possibile ogni tentazione o caduta retorica. Nel caso di eventi come la strage di Ustica, la strage di Bologna, o di periodi come gli “anni di piombo” (e in generale per ciò che riguarda gli ultimi quaranta-cinquant’anni), spesso la storiografia ufficiale fatica a fornire narrazioni condivise, e di ampio respiro: gli oggetti artistici e culturali (opere visive, film, romanzi, dischi) hanno la possibilità concreta di supplire a questa assenza, a questa mancanza, a questa carenza. L’immaginario artistico svolge un ruolo fondamentale e imprescindibile in questo senso, se consideriamo come tu suggerisci i termini e i concetti di “tempo” e di “giustizia”, perché fornisce alla comunità opere a cui agganciare la memoria: solo l’immaginario infatti rende ‘memorabile’ la memoria, per così dire, sottraendo gli eventi all’oblìo.

4. FRANCESCO CASCINO, CURATORE

Francesco Cascino

La memoria e l’arte sono inscindibili, non può esistere l’una senza l’altra. Non solo perché la forma ferma un momento denso di emozioni e fatti tangibili e non, ma perché la mente ragiona per immagini e per immagini richiama memoria alla propria coscienza. Dunque affidare la memoria di un fatto tragico e misterioso all’arte è il minimo che un artista possa fare; l’arte porta luce su misteri della vita che altrimenti resterebbero dogmi indiscutibili, desideri, curiosità morbose, stravolte appunto dal morbo e dal passare del tempo.  Infine, ma non per ultimo, i fatti di Ustica riguardano tutti noi, e non per mere appartenenze patriottiche ma perché sono la rappresentazione esatta di come il concetto di patria venga usato e manipolato a piacimento proprio da quel potere che cerca di imporlo quando gli fa comodo. Ustica raccontata con l’arte diventa invece patrimonio dell’umanità, come la vita stessa che dentro i confini angusti del segreto, semplicemente muore.

5. MAURIZIO COCCIA, CURATORE

Maurizio Coccia (Ph. Nea Lindgrén)

Ogni evento che ricade nella sfera pubblica diventa un deposito di relazioni sociali. Il racconto della sua cronaca si basa su tre binomi: tempo/spazio, testimonianza/interpretazione, giustizia/legge. Il primo è anche la polarità millenaria dell’arte. Si risolve nella durata: della produzione, della fruizione, della storia. Nel secondo, presunzione di oggettività e discrezionalità si confondono nel ricordo e nella sua restituzione. Il terzo, più che una coppia è un’antinomia morale, incomprensibile e, spesso, inaccettabile. Quando parliamo di “arte”, senza saperlo facciamo riferimento a un sistema coordinato di valori, norme, credenze, simboli. Si tratta di un repertorio eterogeneo, ma coerente, di vettori energetici, che confluiscono nella pratica artistica. L’artista è il mediatore relazionale (empirico) di una realtà simbolizzata. Si stacca dalla contingenza. Si allontana dalla cronaca. La rappresentazione della memoria personale, quindi, aspirando all’oggettivazione, non ha più bisogno di un riconoscimento morale, ma arriva alla Storia, variabile ideologica tra verità e fallimento.

6. CRISTIANA COLLI, CURATRICE

Cristiana Colli

Avevo 16 anni nel 1980, quando la bellezza torrida e avvolgente dell’estate emiliana si mescolava al trauma delle due stragi – prima Ustica poi la Stazione di Bologna. Altre vibrazioni dal sottosuolo sociale dopo il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro. C’è un filo dello sgomento che segna le coscienze di una generazione, orienta e definisce il senso dello Stato. Ustica è tante cose, Ustica è l’arte che non consola ma accompagna l’elaborazione e l’affermazione della coscienza di luogo – non quello fisico dello spazio conosciuto piuttosto quello mentale e morale della comunità degli uomini. Daria Bonfietti ha scelto la sacralità del gesto per connettere la religione civile delle Istituzioni con la dimensione poetica e spirituale della grande arte; ha accettato e condiviso il corpo a corpo con il reperto divenuto enzima di cittadinanza evoluta ed emancipata; ha mostrato i tratti dolenti della cura che non cede al pianto e si fa progetto per la comunità. L’intervento di Giovanni Gaggia al Porto di Ancona è una cucitura ultima e commovente, un ricamo gentile al risarcimento impossibile per la famiglia Davanzali. Non ci sono che vittime.

7. MARIO CONSIGLIO, ARTISTA

Mario Consiglio

Non può esistere arte senza un pensiero politico. L’artista è politico solo per il fatto che fa arte. L’artista sogna la propria indipendenza sin dall’infanzia, non vuole appartenere al sistema e trova ingiusto lo sfruttamento della persona con il lavoro, è anarchico ed ha una profonda sensibilità riguardo il sociale. Se non si hanno queste caratteristiche difficilmente si è artisti. Da bambino decisi di diventare pittore guardando le facce tristi dei lavoratori quando la mattina presto mi accompagnavano a scuola. Pensavo che non volevo per nessun motivo essere come loro, ero molto piccolo ma avevo già consapevolezza di cosa fossero felicità e tristezza. Di conseguenza sono diventato un combattente e difensore dei diritti umani. Le ingiustizie del mondo alimentano la mia disapprovazione che trasformo in immagini. Memoria storica e contemporanea sono le basi per fare arte oggi, senza di questo non c’è niente. Le ultime tendenze dimostrano un forte rifiuto estetico, il gesto diventa vandalico, il messaggio è antagonista.

8. ROCCO DUBBINI, ARTISTA

Rocco Dubbini

Si, certamente… “le cose rimaste in sospeso”, che realizzai proprio per riscattare quelle tragedie civili che non avevano trovato né soluzione né giustizia nella storia, nasce dall’immaginario di un bambino che ha vissuto i fasti della famiglia Davanzali il porto di Ancona dove era ormeggiata la flotta. Un ricordo che diluito nella memoria é poi diventato l’opera di me artista. Il lavoro che rappresenta questo momento della mia vita, è il video del dc9 dell’ITAVIA ricostruito che viaggia all’infinito tra le nuvole e gravita ingannevolmente in un monitor di piccole dimensioni. Sospeso in modo illusorio attraverso un espediente fisico e quindi fluttuante come l’aereo. L’arte ha quindi una funzione fondamentale, quella di rappresentare la realtà senza necessariamente essere mimetica, creando connessioni, innescando emozioni, ed in questo caso puntando un faro attraverso il tempo che faccia luce sulla giustizia.

9. ALDO GRASSINI, CURATORE

Aldo Grassini (Museo Omero), Luna Simoncini

La giustizia non è mai troppo tarda, ma una giustizia tarda può produrre ingiustizia. La sua causa più iniqua e insopportabile del ritardo è l’inganno quando proviene proprio dagli organi dello Stato. Ustica è stata un’azione di guerra. Il depistaggio ne è la prova lampante. Ma la guerra è la più ingiusta di tutte le ingiustizie perché non vince chi ha ragione, ma chi ha la forza e non sono colpiti i colpevoli, ma i più deboli.
E l’arte? Che c’entra l’arte?
L’arte è comunicazione; agisce sull’opinione pubblica, sulla politica, sulle istituzioni. Tutti i dittatori cercano di usare l’arte per imbrigliare le coscienze, ma l’arte, quando è libera, è sempre rivoluzionaria. L’arte fa pensare, mette in gioco le emozioni, illumina i valori. Non si è mai vista una grande ingiustizia che l’espressione artistica non abbia bollato col marchio dell’infamia. Così l’arte talvolta può fiaccare l’ingiustizia più che una battaglia perduta.

10. PAOLA NICITA, CURATRICE

Paola Nicita

Il Tempo e la Giustizia- e comprensibilmente me li proponi scritti con la lettera maiuscola- divengono qui quasi raffigurazioni di divinità, enti a noi estranei e sconosciuti. Eppure il tempo e la giustizia dovrebbero essere governati da noi, diretti, indirizzati nel segno dell’etica che fa dell’uomo l’artefice della società in cui vive. Invece no. Invece questi due termini sono ricorrenti nelle narrazioni legate alle mancanze. Agli impedimenti. Alle sottrazioni illecite. Ai segni di una violenza concreta o impalpabile, ma non per questo meno feroce. Ed è qui che può entrar in scena il ruolo della memoria affidata all’arte; e penso anche al lavoro realizzato da Christian Boltanski ed esposto a Bologna: la pietosa cucitura dei frammenti del velivolo esploso, rintracciati e ricomposti essi stessi come metafora iconografica di corpi mai trovati di una verità non trovata. Una riflessione sulla pietas, con il grembo frammentato, che non riesce più ad accogliere i suoi figli. […] L’arte che è capace di essere memento rinnova il linguaggio, e soprattutto rende vivo il suo ruolo di punto di riferimento: è l’unica capace di trasformare il tempo, per condurlo verso la direzione della “giustizia giusta”: quella che Aristotele definiva “epicheìa”, cioè una vera e propria virtù morale dell’uomo, non una mera interpretazione della legge.
(estratto dalla risposta dal titolo “Guarda, cos’è?)                                                               

11. FILIPPO RINIOLO, ARTISTA

Filippo Riniolo

Un sepolcro blu si è inghiottito il corpo e ce lo restituisce solo dopo 11 anni. Alla sua emersione il relitto sembra quasi tradirci: la verità non c’è. Una resurrezione che tarda ad arrivare. Una promessa che ci tiene in tensione continua e ci sfianca, che viene perennemente delusa.  Il problema per noi umani non è la morte. Per risorgere è necessaria la verità, mancata a questa triste pagina italiana. A tutti è promessa la morte: è il limite della vita, la circoscrive e la abbraccia. Ma questa stretta dovrebbe avere un perché. Il protagonista è il corpo: trasfigurato dal senso nuovo, scoperto e sepolto in un museo come se fosse in un sarcofago. Permette alla storia di rimare in vita ad eternum. Più torbido del mare è stato lo Stato. Più profondo, più inaccessibile, ha negato ai vivi la verità. Pugni, pugni, pugni, fino a rompersi le nocche, alle porte di chi deve darci la verità. Lesina misericordia per codardia, nascondendosi dietro a incarichi e divise. Nell’attesa di un senso e di una resurrezione completa.

12. GIUSEPPE STAMPONE, ARTISTA

Giuseppe Stampone

Ustica una responsabilità Etica più che estetica …..
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13. COSIMO TERLIZZI, ARTISTA

Cosimo Terlizzi, Portrait of William Ranieri, 2020

Affidare l’eredità dei disastri agli artisti. Lasciare a loro risolvere in modo estetico i vuoti delle sciagure. Così come quei brutti edifici abbandonati dalle industrie che vengono riempiti e sublimati dalle operazioni poetiche. Non vengono abbattuti, ma addirittura esaltati. La strage di Ustica, diventa soggetto iconografico, uno dei tanti, su un’ingiustizia. Se la Giustizia non riesce a risarcire la memoria, subentra l’Arte come una banca morale. Consola la memoria infatti e il senso di vendetta. Sembrerebbe anche quello un modo per risarcire le vittime. Il luogo dove si espone il cadavere dell’Itavia è religioso, e lo si vive raccolti nel mistero della fede. Poi il Tempo è risolutivo, ma le vittime restano, e loro malgrado sono diventate martiri di un tradimento di stato.

14. STEFANO VERRI, CURATORE

Stefano Verri

L’arte è di per sé generatrice di memoria e uno straordinario collettore di immaginari ed emozioni che vengono consegnati all’eternità. Quando è veramente libera questa diventa la voce di ciò che fatica ad essere espresso, uno specchio lucido di una realtà troppo spesso scomoda. Così l’arte che si interessa dei drammi civili tiene viva la memoria dei fatti lì analizza secondo prospettive diverse da quelle della legge ma con lo stesso incessante intento di giustizia. Affidare la memoria all’arte non significa necessariamente raccontare un fatto, significa tenerlo vivo attraverso i pensieri, le emozioni, le sofferenze, di chi lo ha vissuto. Significa, in estrema sintesi, avere rispetto della memoria.

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