Vis-à-vis #6 – Chiara Coccorese / Alexander Hahn

Milano - 19/09/2014 : 31/10/2014

Mostra doppia personale di Chiara Coccorese, dal titolo Chiave di Sol e di Alexander Hahn, dal titolo Luminous Point.

Informazioni

  • Luogo: WHITELABS
  • Indirizzo: Via Gerolamo Tiraboschi 2 - Milano - Lombardia
  • Quando: dal 19/09/2014 - al 31/10/2014
  • Vernissage: 19/09/2014 ore 18-22 ore 19.00 introduzione alla mostra dei curatori
  • Autori: Chiara Coccorese, Alexander Hahn
  • Curatori: Nicola Davide Angerame, Viana Conti
  • Generi: arte contemporanea, doppia personale
  • Orari: da martedì a venerdì, ore 15.00 | 19.00 sabato su appuntamento

Comunicato stampa

Chiara Coccorese – Chiave di Sol
Soglie di Viana Conti
La chiave, con la sua potenzialità di apertura, chiusura, lettura, soluzione interpretativa, scioglimento di un arcano, è una figura centrale dell’opera di Chiara Coccorese (Napoli1982), un’opera che si struttura intorno ad uno scenario allegorico, ad una molteplicità di segni, immagini e oggetti simbolici, ad un percorso iniziatico di conoscenza

Il titolo, con acronimo, Chiave di S.O.L., infatti è riferibile, nell’iter di meditazione gnostica, all’acquisizione di consapevolezza da parte di un Soggetto che viva, in un tempo presente, la sua condizione di Oggetto attivo nel Luogo primario del suo risveglio spirituale, del suo oltrepassamento dell’ego. Le seducenti ed enigmatiche rappresentazioni di Chiara Coccorese, colorate o nelle sfumature seppia o bianco e nero, attraversate da luci e ombre, sono leggibili come stanze di affioramenti mnestici, di ricordi infantili, di visioni ipnagogiche, di premonizioni del Caso o del Destino. I suoi viaggi silenziosi, verso Archetipi di ascendenza junghiana, si intessono di risalimenti al mito, a forme rituali o liturgie sacrali, a rielaborazioni mistiche, a scenari metaforici di ordine scenografico, letterario, teatrale, onirico, in cui protagonista è costantemente l’inconscio ed il cui destinatario è fatalmente l’osservatore. Non mancano riferimenti all’arte divinatoria attraverso le carte napoletane, francesi, i tarocchi, i dadi o attraverso segni o figurazioni simboliche rinvianti a felicità o afflizione, fortuna o malasorte, sortilegi, ma anche a fertilità, gravidanza, nascita, buoni affari, successo, energia, armonia.
La sua formazione d’artista, sull’area della pittura, del restauro e della scenografia, ha come esito un’opera in cui l’esperienza pittorica, connessa alla percezione fisica dei materiali un tempo utilizzati (cera d'api, carta, tela, plastilina, colori ad olio) si trascrive nel linguaggio della fotografia digitale senza perdere effetti sensoriali di spessore sinestetico. Chiara Coccorese crea il mondo che intende fotografare ricostruendo, come l’artista statunitense James Casebere (Lansing, Michigan 1953), inventore della fotografia allestita (realizza, dal 1992, modellini, tra gli altri, di luoghi e spazi dell’internamento e dell’isolamento, come prigioni, corridoi e sottopassaggi stradali) set virtuali nella bidimensione fotografica digitale o plastici nella realizzazione tridimensionale, ricorrendo, sovente, ad arredi in miniatura e a figure modellate nella plastilina. Altre cose che si sanno di lei. L’opera Chiave di S.O.L. è stata segnalata tra i finalisti del Premio Cairo, con l’opera La stanza dell'acqua è finalista del concorso Smartup Optima, con la giuria composta dalla curatrice del premio Alessandra Troncone, insieme a Giacomo Guidi (direttore della galleria Giacomo Guidi), Olga Scotto di Vettimo (critica d’arte), Massimiliano Tonelli (direttore di Artribune), Bianco-Valente (artisti), Antonio Pirpan (direttore Comunicazione Optima Italia), Fabrizio Cappella (partner Arakne Communication). L’artista viene ancora selezionata, con Gian Luca Capozzi, per una mostra alla Sala Dogana-Giovani idee in transito in Palazzo Ducale a Genova. Lo scrittore inglese Jonathan Coe, autore nel 2012 del libro, collana Feltrinelli kids, Lo Specchio dei Desideri/The Broken Mirror, trova nelle tavole ideate da questa artista napoletana una tipologia di illustrazione che conferisce al suo testo un elemento di indecidibilità, rispetto all’ambiente in cui si svolge il racconto, delineando una terra di mezzo tra la cultura anglosassone e la cultura mediterranea. Nel mondo artistico di Chiara Coccorese entra anche la maschera partenopea di Pulcinella. Nella photopaint digitale del Circo, giostra della vita, il suo cappello a pan di zucchero diventa un innaffiatoio bianco capovolto, la tradizionale mascherina nera diventa un paio di inquietanti occhiali scuri. Nelle atmosfere carnascialesche, con accenni noir, nella rammemorazione onirica di giochi dell’infanzia, l’artista non cessa di interfacciare le soglie tra realtà e finzione, tra persone reali e figure immaginarie. La dimensione instabile, oscillante tra macro e microcosmo, disseminata di nonsense e assurdo, rinviante anche al Lewis Carroll di Alice nel paese delle meraviglie e di Dietro lo specchio, produce tensione e inquietudine, particolarmente quando la scena si sposta nell’ambiente familiare della quotidianità. Il circo, dal tendone rosa, la claustrofobica piscina dove affiorano enigmaticamente, come la parte emersa di un iceberg, le gambe di un’adolescente, attorniate da alcune carte da gioco galleggianti; le mini stanze arredate di cubi iperdimensionati o disposti a croce, misteriosamente abitate, sono anticamere che preludono all’entrata o all’uscita dall’inconscio, dal sogno. La letteratura sfuma nell’universo filmico di Federico Fellini o di Tim Burton, in quello artistico, che investe un ampio arco temporale, ora di un Pop Surrealism, in cui emergono riferimenti a scenari ludici, visionari, spettrali, magici, ora di un Horror Vacui rinviante al clima fiammingo, disseminato di orripilanti dettagli, dei grandi maestri Bosch e Bruegel, brulicante di mostri, di motivi alchemici e astrologici, di un’animalità indecente. In questo scambio tra quotidiano e immaginifico, si intersecano fotografia e pittura, scenografia e scultura. Le ermetiche mise en scène di Chiara Coccorese sono tavole uniche, composizioni a sé stanti, sia narrativamente che stilisticamente, proprio perché costruite come rebus, come campi oracolari, il cui comune denominatore è il percorso di riflessione dell’artista, alimentato dal suo fantasmagorico immaginario.

Dichiarazione di Poetica di Chiara Coccorese
Da circa un anno, qualcosa è cambiato nel mio modo di far arte. La dimensione onirica mi appartiene da sempre, ora però in modo diverso. La mia ricerca, di segno interiore, si connota di un “carattere miracoloso”, il mio punto di vista si ribalta “su di un altro piano”, immergendosi in una realtà sconosciuta . Da molto tempo ho la percezione concreta che l’essere umano, immerso nei ritmi della società consumistica contemporanea, si sia trasformato in una macchina, guidato da influenze esteriori, incapace di “scegliere” ed estraneo a se stesso. Questo vale anche per l’arte. È terribilmente difficile parlarne, è volatile e sottile, concettualmente inafferrabile come una bolla di sapone. Però non posso sottrarmi: è importante per la comprensione del mio lavoro. Spesso nel campo artistico si cerca l’autoaffermazione, la formalizzazione delle proprie idee e la concretizzazione delle proprie capacità creative. L’arte, io ritengo, non deve seguire stili e mode, ma inseguire la dimensione del “miracolo, far vibrare l’anima. Senza questa vibrazione, le cosiddette “opere d’arte”, altro non sono che materia inerte. Di questo afflato trascendente l’artista è il tramite, la “mano”, il grado zero. “L’arte, la poesia, il pensiero, sono meccanismi mentali. Gli uomini sono macchine e che altro ci si può aspettare da loro se non azioni meccaniche. […] È possibile smettere di essere una macchina ma, per questo, è necessario prima di tutto conoscere la macchina. Una macchina, una vera macchina, non conosce se stessa e non può conoscersi. Quando una macchina conosce se stessa, da quell’istante ha cessato di essere una macchina” (P.D. Ouspensky, Frammenti di un insegnamento sconosciuto). Ed è per questo che la mia ricerca si è spostata verso un’analisi il più possibile scientifica ed oggettiva della mia macchina, il mio corpo, la mia personalità, o, per meglio dire, le mie identità, presunti difetti e presunte virtù, il mio io immerso nel grande “giocattolo meccanico” del mondo. Così è nato il tendone di “Chiave di SOL”: una presa di coscienza del mio io pluralizzato, la consapevolezza della finzione che sta dietro alla mia apparente libertà: fin quando non sarò consapevole delle “forze” che guidano le mie azioni, delle tante personalità che agiscono dentro di me, e del grande meccanismo nel quale sono immersa, non sarò mai realmente libera. Da qui parte un’indagine analitica che prende forma negli altri lavori della serie, simili a tante finestre socchiuse sul mio studio e sul mio percorso, che diventano stanze metafisiche, ambienti surreali e onirici: scenari dell’io e dell’essere. La ricerca del miracoloso deve cominciare per forza dalla materia, perché è l’unica cosa che conosciamo; ma conoscerla non basta, va compresa e sublimata. In questo momento del mio percorso, l’arte è il ponte che mi separa da una verità ancora sconosciuta, sospesa tra la materia e lo spirito.

Riferimenti letterari Il LibroRosso, Carl Gustav Jung
Frammenti di un insegnamento sconosciuto, Peter D. Ouspensky
Trattato di psicologia rivoluzionaria, Samael Aun Weor
Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino, Carlo Collodi

Nota biocritica - Chiara Coccorese
Chiara Coccorese (Napoli, 2 Agosto 1982) si è diplomata all’Accademia di Belle Arti di Napoli nel 2005 ed ha conseguito il Master in Fotografia Professionale. La sua ricerca artistica si orienta verso la creazione di immagini surreali ed oniriche, attraverso un uso combinato di fotografia, scenografia in miniatura, pittura ed elaborazione digitale. Il risultato è un lavoro dove verità e virtualità si confondono e si compenetrano attraverso i confini resi sfumati e pittorici. Nel 2012 Chiara Coccorese ha realizzato le illustrazioni del libro di Jonathan Coe Lo specchio dei desideri, edito in Italia da Feltrinelli e pubblicato in Francia (Gallimard), Grecia (Polis), Brasile (Record) e Olanda (Cargo), mentre nel 2013 è finalista del Premio Cairo. I suoi lavori sono stati esposti in numerose mostre e musei in Italia e all’estero, tra cui presso: Museo della Permanente (MI); Palazzo Ducale (GE); Museo MADRE, (NA) ; Pristine Gallery, (Monterrey, MESSICO) ; Galleria Dino Morra, (NA); PAN, (NA); “The Others”, (TO); MiArt2010, (MI); Galleria Fondaco, FotoGrafia Festival (ROMA); WhiteLabs Gallery,(MI); Galleria Paolo Erbetta, FG; Cell63 ArtGallery, (BERLINO); Art Raw gallery, (NY).

Alexander Hahn – Luminous Point
Appartamento come Deposito di memorie di Viana Conti
Il linguaggio digitale di Alexander Hahn esprime lucidamente, nel panorama internazionale dell’estetica contemporanea, il punto di sutura tra la ricerca artistica e quella scientifica, azzardando, attraverso spaesamenti temporali e spaziali, ipotesi, apparentemente fantascientifiche, che al contrario non cessano di innervare i loro terminali nel tessuto della mente, della psiche e del sistema neuronale dell’uomo, estendendone le capacità cognitive e avviando un processo di trasformazione e di reazione del corpo stesso, come non ha mancato di anticipare il massmediologo Derrick De Kerckhove. Elaboratore attivo di dati e immagini, che l’ubiquità spaziale e temporale delle Reti gli propone senza soluzione di continuità, Hahn raccoglie la sfida di confrontare i termini di rappresentazione oggettiva del reale con quelli di una rappresentazione suggestiva del virtuale. Ibridando radicalmente paesaggi, figure, eventi, colti in tempo reale, con immagini, suoni, film, estratti dal flusso dei silenziosi canali elettronici, Hahn perviene paradossalmente alla creazione di un linguaggio di pura innovazione estetica, linguistica ed epistemologica. Se i percorsi dello sguardo, la saturazione dei colori, l’individuazione dei punti luce, nelle sue simulazioni 3D, rinviano concettualmente a quelli dei dipinti di Jan Vermeer (Delft 1632-1675) e di Caspar David Friedrich (Greifswald 1774 - Dresda 1840), gli effetti di suspense sia sonora che visiva non possono non rinviare, per certi versi, a registi come Alfred Hitchcock, Stanley Kubrick, Ridley Scott. L’installazione interattiva Luminous Point (2006), selezionata dalla Fondazione Bogliasco in collaborazione con la Confederazione Svizzera - Consolato generale di Svizzera a Genova e con la Pro Helvetia - Fondazione svizzera per la Cultura, programmata nell’ambito del Festival della Scienza 2008 e ospitata, da Sandra Solimano, negli spazi del Museo d’Arte Contemporanea di Villa Croce, riflette ampiamente, insieme a una sequenza di stampe digitali, questa sua modalità di creazione ed espressione. La sfida percettiva verso lo spettatore comincia già a partire dalle prescrizioni impartite professionalmente dall’artista sulle dimensioni ottimali dello schermo (4 metri x 3) e della sala (6 m x 4 x 3) in cui avrà luogo la proiezione virtuale, pur sapendo che Luminous Point, l’avvolgente tour all’interno dell’appartamento di Hahn in Ludlow Street a New York, è pura simulazione, accadendo nello spazio immateriale e interattivo di un computer, scorrendo lungo filamenti di interconnessione digitale. Questo è sufficiente per dire che quel luogo non esiste? Certamente no. Esiste l’appartamento reale come ne esiste la simulazione virtuale: si tratta di due diverse realtà che si interfacciano, con l’esito che si può percepire, come minimo a livello visivo e sonoro. A partire da uno spioncino, in una porta chiusa, si inizia la perlustrazione interattiva, invitati ad entrare in casa per scoprire, tramite un telecomando virtuale, non senza meraviglia, soffitti affrescati, architetture firmate, arredi d’epoca, ma, all’improvviso, anche un lavandino bianco infestato da mosche, un ventilatore immobile, tra crepitii, scricchiolii, rumori sinistri di una porta che si chiude, di un interruttore che accende la luce, di un giornale sfogliato durante un viaggio in aeroplano. Presenze incongrue come tracce organiche di animali o insetti avvisano che i virus della vita reale hanno già fatto razza con i virus, non meno insidiosi, del mondo digitale. Lo spazio si apre e si avvolge a spirale intorno al visitatore, mentre un punto luce lo guida lungo le scale, tra corridoi labirintici, all’interno di una pupilla senza fondo che introduce a una serra con piante verdi. Di soglia in soglia, accompagnati verso l’altrove dalla presenza aerodinamica dello storico dirigibile Hindenburg (della Zeppelin), precipitato nella catastrofe di Lake Hurst del 1937, di colore azzurro, negli interni, argentato, in volo su aree metropolitane, infine bruno e fiammeggiante (come un grande sigaro che, incendiatosi, esplode) si arriva, attraverso diaframmi di un possibile obiettivo fotografico, all’aperto: su una terrazza la pioggia, il vento, i tuoni, trasmettono sensazioni fisiche, mentre, all’interno, le pareti viola, l’imbottitura verde smeraldo di una sedia, un fascio di luce che investe l’occhio dell’artista, riportano alla condizione ipnagogica di un film transizionale.
L’artista svizzero è consapevole che, se da una parte i mezzi di comunicazione elettronica possono alterare la percezione della realtà, dall’altra, operando su un versante tanto tecnologicamente raffinato da sfiorare la sfera del magico e dell’onirico, possono restituire allo sguardo anestetizzato della massa, che resta una grande consumatrice passiva della Società dello spettacolo, nuove potenzialità di lettura critica, creativa, comunicativa, percettiva, alimentando visioni, costellazioni di senso, scenari, provocazioni, fortemente impressivi sull’immaginario collettivo profondo. Risvegliando dal loro sonno virtuale, sia digitale che analogico, metafore, simboli, archetipi, scenari ordinari e straordinari, Alexander Hahn fa interagire, anche a livello subliminale, le sfere della natura e dell’artificio al punto da creare un’unica realtà, in grado di stimolare e alimentare simultaneamente i versanti dell’arte, del pensiero, della fisica, della chimica, della robotica, della coscienza artificiale, della psicologia, della poesia e, non ultimo, del gioco.

Note dell’artista sull’opera Luminous Point
Le 14 stampe sono state fatte nel 2008 nel contesto del mio lavoro interattivo Luminous Point: un viaggio immersivo nel modello 3D del mio appartamento in Ludlow Street, a New York. Le stanze virtuali corrispondono all’architettura reale del luogo, mentre la superficie degli interni è composta da immagini prelevate dagli scatti fatti durante i miei viaggi. Ripopolato di eventi storici del mondo, dell'arte, della scienza, e della mia biografia, questo minuscolo appartamento, nel Lower East Side, diventa un palazzo di memorie, potenzialmente infinito. Il pavimento del Kunstmuseum di Solothurn si tramuta in quello della cucina, l’affresco sul soffitto del Kunstmuseum di St. Gallen si trasforma nella decorazione della vasca da bagno. Un mosaico murale Assiro del Pergamon Museum di Berlino e un’alcova ripresa da The Cloisters, la branca medievale del Metropolitan Museum of Art, si materializzano visionariamente e simultaneamente nell’appartamento virtuale. Il caso vuole che The Cloisters si configuri già come una scenografia. Frammenti di architettura romanica e artefatti storici miscelati, di provenienza europea, concorrono nel dare forma, a New York, ad un contesto Medioevale pseudo-autentico. Uno dei fili conduttori è la storia del dirigibile a partire dalla sua concezione come kit di montaggio, sulla tavola di cucina, di un modello di volo libero a fronte di un ventilatore, canale aerodinamico casalingo (ispirato da una foto della rivista di divulgazione scientifica anni Trenta “SAPERE”, trovata nel 1990 in un mercato delle pulci a Roma), fino allo schianto dello zeppelin nella rimessa in scena della catastrofe di Lake hurst, con tanto di esplosione e incendio sul pavimento di una stanza interna (rimappata con la decorazione in mosaico della pavimentazione dei Portici di Via XX Settembre a Genova.

Alcuni riferimenti scientifici e letterari alle stampe digitali e alla videoinstallazione interattiva Luminous Point:
Charles H. Hinton, A New Era of Thought (1888) - Speculations on the Fourth Dimension
Henry Cavendish, Henry Cavendish's gravity experiment (1798) using a torsion balance to measure the value of Newton’s constant
Giulio Camillo, Il Teatro della Memoria, 1530
Gottfried Benn, Urgesicht, 1961
Adolfo Bioy Casares, The Invention of Morel, 1940
Raymond Roussel, Locus Solus, 1914
Altre fonti includono i testi del 2008 di Viana Conti per la mostra al Museo d’Arte Contemporanea di Villa Croce, a Genova, in collaborazione con la Bogliasco Foundation, con la Confederazione Svizzera-Consolato generale di Svizzera a Genova e con la Pro Helvetia-Fondazione svizzera per la Cultura, tramite l’indimenticabile figura di Heidi Saxer, in occasione del Festival della Scienza di Genova, e il saggio di Sabine Rusterholz per il catalogo Werke 1976-2006, in occasione delle mostre al Kunstmuseum Solothurn e al Museum der Moderne Salzburg.

Nota biocritica - Alexander Hahn
Alexander HAHN, nato nel 1954 a Rapperswil, Svizzera, Cantone di San Gallo, vive e opera, dopo Zurigo, stabilmente a New York, città dove si è trasferito nel 1980. Nel 1981-82 ha frequentato The Whitney Museum Independent Study Program a New York. Ulteriori soggiorni di ricerca nelle città di Roma, Berlino, Varsavia, Bogliasco-Genova. Tra il 1972 e il 1979 realizza performance, installazioni, S8, Video. I primi lavori con il computer risalgono al 1983. L’anno 1990 segna il punto di svolta da una modalità di produzione ibrida analogico/digitale a una puramente digitale. Scienza, tecnologia e filosofia investono gli aspetti della vita, del pensiero, dell’estetica contemporanea: Hahn ne analizza i punti di contatto, le contaminazioni, le forme di espressione visibili e non-visibili, gli effetti sulla sensorialità, sulla trasformazione dell’immaginario e del linguaggio conscio e inconscio. La sua opera è l’esito di una prima fase in cui gli stimoli, sorta di input luminosi, ricevuti dall’esterno, sprofondano nel buio dell’interiorità, da cui, in una seconda fase, riemergono trasformati in una dimensione spazio-temporale, filtrata dalla memoria, dall’emozione, dall’attività onirica. Musei internazionali si sono interessati alla sua opera, ripetutamente premiata da Borse di Studio della Confederazione Elvetica, dal Media Production Grant New York State Council on the Arts, dal Deutscher Akademischer Austauschdienst e, tra gli altri riconoscimenti, ha ottenuto una fellowship presso la Fondazione Bogliasco. Praticando l’artificio ottico, altamente seduttivo, dell’anamorfosi, le sue immagini realizzano l’assunto di fare interagire il visibile del fenomeno con l’invisibile dell’attività mentale. (Viana Conti)