Tra le mura del Bigorio

Rancate - 17/04/2015 : 13/09/2015

La mostra, curata da Edoardo Agustoni e Ivano Proserpi, presenta in alcune sale della Pinacoteca Züst una selezione di dieci dipinti provenienti dalla quadreria cappuccina, la quale consta di una settantina di tele risalenti perlopiù ad un periodo che va dal tardo Rinascimento all’Ottocento e buona parte delle quali non ancora sottoposte a studi e commenti critici.

Informazioni

  • Luogo: PINACOTECA CANTONALE GIOVANNI ZUST
  • Indirizzo: Via Pinacoteca Züst - Rancate - Ticino
  • Quando: dal 17/04/2015 - al 13/09/2015
  • Vernissage: 17/04/2015 ore 11
  • Curatori: Edoardo Agustoni, Ivano Proserpi
  • Generi: arte antica
  • Orari: Da aprile a giugno: da martedì a domenica 9-12 / 14-17. Luglio e agosto: da martedì a domenica 14-18. Settembre: da martedì a venerdì: 9-12 / 14-18 sabato, domenica e festivi: 10-12 / 14-18 Chiuso: il lunedì. Aperto: tutti i festivi.
  • Biglietti: Intero: CHF 10.-/€ 9 Ridotto (pensionati, studenti, gruppi): CHF 8.-/€ 7,20 Ingresso gratuito per le scuole ticinesi. Visite guidate su prenotazione, anche fuori orario.
  • Uffici stampa: STUDIO ESSECI

Comunicato stampa

LA MOSTRA – In occasione dei 480 anni di fondazione del Convento cappuccino di Santa Maria Assunta, l’unico di questo ordine a essere ancora attivo nel Sottoceneri, l’Associazione Amici del Bigorio, costituitasi nel 2011, ha deciso di proporre extra-muros alcune tele settecentesche particolarmente significative, in parte ancora inedite, quale saggio dei beni culturali che vi si custodiscono, con l’intenzione di estendere la loro conoscenza e fruizione ad un pubblico più vasto


La mostra, curata da Edoardo Agustoni e Ivano Proserpi, presenta quindi in alcune sale della Pinacoteca Züst una selezione di dieci dipinti provenienti dalla quadreria cappuccina, la quale consta di una settantina di tele risalenti perlopiù ad un periodo che va dal tardo Rinascimento all’Ottocento e buona parte delle quali non ancora sottoposte a studi e commenti critici.
L’esposizione è quindi accompagnata da un catalogo con un saggio di presentazione della storia del convento e della formazione della sua quadreria, con particolare riferimento ai dipinti selezionati, contestualizzati nell’operato dei singoli artisti, di Edoardo Agustoni e Ivano Proserpi. Le schede delle opere esposte sono curate da Edoardo Villata.


IL CONVENTO – La struttura monastica è la prima sede in Svizzera dei frati cappuccini, la cui intensa attività spirituale e assistenziale è attestata sul nostro territorio dall’apertura nei decenni successivi di altri importanti complessi conventuali a Mendrisio, Lugano, Locarno e Faido, oltre all’Ospizio del San Gottardo.
Il Convento del Bigorio, in splendida posizione isolata tra selve castanili alle pendici dell’omonimo monte, possiede una ricca collezione di oggetti mobili, testimoni diretti sia di una fede viva e partecipe, sia di un’alta qualità artistica e artigianale. Questo importante patrimonio artistico, che è andato ad accrescersi nel corso dei secoli, è conservato all’interno della chiesa dell’Assunta – su tutti si veda la pregevole pala d’altare rinascimentale con la Madonna col Bambino – e nel relativo museo inaugurato nel 1996 e allestito dall’architetto Raffaele Cavadini, come pure tra le mura del convento e della cappella, quest’ultima progettata nel 1966-‘67 dagli architetti Tita Carloni e Mario Botta.
Tele, pale d’altare, statue lignee policrome, paliotti, preziosi oggetti liturgici (calici, pissidi, aspersori, turiboli, candelabri…) in argento, oro e pietre preziose, realizzati tra il XVI e il XIX secolo, costituiscono il ricco arredo legato alla sfera religiosa e quotidiana dei cappuccini.


IL PERCORSO ESPOSITIVO – Oggetto di puntuali ricerche critiche da parte di Edoardo Villata, che ne cura le schede in catalogo, i dieci dipinti su tela – di cui quattro appartengono verosimilmente alla quadreria storica del Bigorio, mentre sei sono entrati a far parte del patrimonio artistico del convento solamente in anni recenti – costituiscono una valida testimonianza di un periodo significativo della cultura pittorica lombarda e ticinese.
Gli autori dei dipinti esposti vanno ricercati tra i protagonisti più significativi della pittura lombarda della prima metà del Settecento, testimonianza dei legami culturali e artistici che il convento intratteneva con Milano e con la provincia: da Giuseppe Antonio Petrini di Carona e la sua cerchia a Pietro Antonio Magatti di Varese, da Giuseppe Antonio Felice Orelli di Locarno al milanese Federico Ferrario.
Tra i dipinti più interessanti spicca sicuramente il nucleo delle cinque tele assegnate a Giuseppe Antonio Petrini (1677-1755/’59) e alla sua cerchia. Attorno al 1710 dovrebbe risalire il San Giacomo Maggiore (cat. 1), opera “di qualità eccellente, non presenta alcun problema circa l’autografia, trattandosi palesemente di una splendida realizzazione del Petrini, ricca di umori, movimento, dettagli raffinati” (E. Villata). La Madonna del rosario (o della cintura) (cat. 2) nella sua essenzialità è un’opera di straordinaria bellezza e sobrietà e risulta tipica della produzione petriniana: panneggi taglienti, cielo corrusco, forte chiaroscuro sugli incarnati e assenza di elementi di ambientazione. Della fine degli anni Trenta o poco oltre è l’intenso e espressivo Profeta Isaia (cat. 3) , forse da identificare nell’opera già nella quadreria storica della famiglia Riva di Lugano, mentre agli inizi del quinto decennio dovrebbe risalire la Crocefissione (cat. 4), da ricondurre al prototipo conservato al Museo d’Arte di Lugano, dove però alla base della croce vi è pure la Vergine. Alla cerchia del Petrini è invece da ricondurre la probabile figura di un Profeta (cat. 5).
Il pittore varesino Pietro Antonio Magatti (1691-1767), figura di spicco della pittura lombarda tra il secondo e il sesto decennio del Settecento – in particolare della cosiddetta tendenza barocchetta - e sovente vagliato criticamente proprio in parallelo al pittore Giuseppe Antonio Petrini, è l’autore a cui viene attribuito il dipinto di formato ovale raffigurante San Giovanni Nepomuceno (cat. 6). Quest’opera è ricondotta ai primi momenti della sua attività artistica dopo gli anni formativi in ambito bolognese, ossia poco prima del 1720. Il dipinto appare ancora legato ad un’impostazione accademica, con una composizione su di una struttura a diagonali, memore di soluzioni già adottate dal suo maestro Gian Gioseffo Dal Sole.
Tra le opere che con ogni probabilità appartengono alla quadreria storica del convento del Bigorio troviamo due splendide e delicate telette raffiguranti Gesù Bambino dormiente sulla croce e San Giovannino Battista (cat. 7-8), il cui piccolo formato fa pensare alla meditazione privata dei cappuccini. Assegnate al locarnese Giovanni Antonio Felice Orelli (1706-1776 ca.), vengono inserite cronologicamente nel quinto decennio del Settecento, ossia prima del suo trasferimento a Bergamo, allorquando la sua paletta cromatica si amplia sensibilmente e le composizioni aeree si aprono maggiormente a suggestioni tiepolesche.
Le due tele della stessa dimensione raffiguranti San Giuseppe col Bambino Gesù e Sant’Anna, San Gioacchino e la Vergine bambina (cat. 9-10), sono ricondotte alla mano del pittore milanese Federico Ferrario (1714?-1802). Appartenenti alla prima fase della sua attività finora nota, in esse si possono già riconoscere le peculiarità stilistiche della sua pittura, ossia le ritmate composizioni di diversi personaggi assemblati in spazi compressi, le figure gesticolanti con gli arti quasi “a compasso” che costruiscono delle forme triangolari, una stesura del colore sciolta con accostamenti di tonalità rosate e rosse accanto ai verdi delicati e agli azzurri, i chiaroscuri accentuati, come pure i panneggi ampi e dalle pieghe fortemente segnate.






STORIA DEL CONVENTO DEL BIGORIO: ALCUNI MOMENTI SIGNIFICATIVI

XI secolo Da un documento cartaceo si apprende dell’esistenza di una primitiva cappella dedicata alla Vergine.
XIII secolo Un’ “ecclesia sancte marie” è segnalata “in plebe creviasca loco albigorio”.
1535 Fondazione al Bigorio del primo convento cappuccino in Svizzera da parte dei frati Pacifico Carli di Lugano e Ludovico Filicaia di Firenze.
1567 Visita dei messi di San Carlo Borromeo, i quali indicano per la prima volta la presenza di “una ancona lignea piccola, bella e ottimamente dipinta con l’immagine della beata Vergine”, ossia la piccola preziosa pala con la Madonna col Bambino dell’attuale altare maggiore.
1577 Consacrazione della chiesa da parte di San Carlo Borromeo, il quale la trova “riedificata di recente e ampliata”.
1658 La struttura conventuale viene consolidata e si “fece il refettorio, il luogo della caneva tutto di nuovo, e di sopra il refettorio fece alcune celle”.
1760-67
Riedificazione del nuovo complesso conventuale da parte dell’architetto Giuseppe Salvatore Caresana di Cureglia, che nelle grandi linee corrisponde all’aspetto attuale. Le pareti della chiesa sono dipinte con quadrature dal pittore Orlando Orlandi di Treviglio, mentre gli altari e le relative balaustre in legno di noce e radica, nonché alcune cornici di dipinti, sono opera dei falegnami cappuccini di Cerro sul lago Maggiore.
Fine XVIII secolo Costruzione delle edicole della Via Crucis.
1892 Ampliamento del coro della chiesa.
1966
Inizio dei lavori di rinnovamento e di restauro dell’edificio conventuale da parte dell’architetto Sandro Taminelli, al quale succedono gli architetti Tita Carloni e Mario Botta. A Botta spetta in particolare l’impronta principale della nuova cappella ricavata nel piano seminterrato del convento.
1987
La notte tra il 6 e il 7 febbraio un grave incendio devasta il tetto della chiesa e la parte superiore del convento.
1994-95
L’architetto Raffaele Cavadini ricava da due locali che affiancano il coro uno spazio museale dove sono raccolti dipinti, statue lignee, crocefissi, arredi liturgici, documenti, oggetti relativi alla preghiera e alle attività artigianali svolte in convento.


LA QUADRERIA DEL CONVENTO – L’aspetto attuale della quadreria del Bigorio, che come detto è composta di una settantina di dipinti, rispecchia solo in parte la ricchezza dell’antica collezione, testimoniata dalle fonti documentarie ed in particolare dall’Inventario del convento dei padri Cappuccini del Bigorio, stilato il 28 ottobre 1841, da cui risultavano circa duecento pezzi.
Tenendo in considerazione anche altre strutture cappuccine, non solo del territorio cantonale – dove prima delle soppressioni ottocentesche i conventi erano sei (Mendrisio, Lugano, Bigorio, Faido, Locarno e l’Ospizio del San Gottardo), a cui si aggiungevano sedici strutture di altri ordini – ma anche dell’area nord italiana, l’insieme dei dipinti appartenenti all’antica quadreria del Bigorio risulta articolato e coerente con i principali dettami della spiritualità di ambito francescano. Fra le tematiche ricorrenti troviamo innanzitutto la figura di Cristo declinata nelle scene della Passione, sia a livello pittorico che scultoreo; anche la Vergine – in particolare l’Immacolata – occupa uno spazio privilegiato nelle meditazioni spirituali con ben sette esemplari; al fondatore dell’ordine (san Francesco) si riserva una puntuale attenzione come pure a sant’Antonio da Padova e alla schiera di santi cappuccini, alcuni dei quali beatificati nel XVIII secolo, fra cui spiccano Felice da Cantalice, Fedele da Sigmaringen, Lorenzo da Brindisi, Bernardo da Offida e Serafino da Montegranaro. Una grande pala raffigurante Cristo con la croce, la Madonna e cinque santi francescani presente in chiesa sembra riassumere in un’unica immagine i capisaldi della fede cappuccina.
L’analisi della quadreria storica del convento capriaschese conferma inoltre quanto già rilevato per altri complessi cappuccini, ossia dopo un inizio dedicato a una vita eremitica, che riduceva i beni materiali al minimo indispensabile per la sopravvivenza e il culto, a partire dal XVII secolo e soprattutto dal secolo successivo, i frati organizzarono la propria vita in direzione più conventuale, dimostrandosi attenti ai bisogni della realtà regionale e pronti a ricevere in cambio aiuti anche finanziari sotto forma di questua, obolo, lasciti, che permisero loro di innalzare l’attuale edificio tra il 1760 ed il 1767 e di arricchire i suoi spazi con affreschi, tele, statue e suppellettili sacre, parti dei quali furono verosimilmente donati da benefattori luganesi.
Negli ultimi decenni una ventina di tele e sculture sono entrate a far parte della collezione di opere d’arte del Bigorio grazie alle scelte operate da Fra Roberto, nel solco della tradizione iconografica e devozionale cappuccina, privilegiando da una parte dei dipinti che raffigurano i protagonisti dell’ordine o dei personaggi affini, dall’altra degli artisti perlopiù del Sei e Settecento legati al territorio ticinese, lombardo e più in generale nord italiano.
Fra i nomi presenti nella quadreria - che per il momento è stata solo parzialmente oggetto di approfondimenti critici - oltre a quelli esposti in mostra figurano Paolo Piazza, Gerolamo Ciocca, Camillo Procaccini, Domenico Caresana, Giulio Cesare Procaccini, Andrea Carreca, Federico Bianchi, Simone Brentana e una copia di Francesco Solimena.