Tobias Putrih – Internal Affairs

Genova - 01/10/2021 : 15/01/2022

Mostra personale.

Informazioni

  • Luogo: PINKSUMMER - PALAZZO DUCALE
  • Indirizzo: Piazza Giacomo Matteotti 28r - Genova - Liguria
  • Quando: dal 01/10/2021 - al 15/01/2022
  • Vernissage: 01/10/2021 ore 16
  • Autori: Tobias Putrih
  • Generi: arte contemporanea, personale

Comunicato stampa

Tobias Putrih: Mi sono reso conto che sarebbe stato complicato trasportare le opere in cartone in Italia. Sono davvero troppo fragili senza una cornice… quindi ho deciso di farle incorniciare tutte qui. Ma in particolare vorrei rivedere un poco il progetto della mostra. Ho scavato negli archivi dei giornali sloveni degli anni Cinquanta e raccolto alcune immagini. Soprattutto immagini degli anni 1950-1953, quando alcuni politici in Jugoslavia decisero di rompere i rapporti con la Russia e costruire un proprio sistema ibrido tra socialismo ed economia di mercato, che chiamarono autogestione dei lavoratori. Posso scrivere qualcosa su questo

Il titolo della mostra ora è Internal Affairs. Ma devo pensare ancora bene. La mia opera fluorescente risalente alla fine degli anni Novanta sarà il pezzo centrale della mostra. Nell’ultimo mese ho anche realizzato alcune sculture di legno che la accompagneranno, alle quali sono attaccate delle fotografie (in realtà sono lastre da stampa offset). Le lastre verranno utilizzate per stampare un “libro d’artista” di poche pagine nel formato di un giornale. Le opere in cartone saranno in più, potremmo presentarle fuori mostra. Vi mando le immagini delle opere nei prossimi giorni così possiamo sceglierle insieme. Complessivamente sono nove.

Pinksummer: Hai visto Toward a Concrete Utopia: Architecture in Yugoslavia 1948-1980 al MoMA e Architecture. Sculpture. Remembrance. The Art of Monuments of Yugoslavia 1945-1991 alla Galleria Dessa a Lubiana? Non è forse Tito che decide nel 1948 di rompere i rapporti con la Russia facendo della Jugoslavia la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia leader delle nazioni non allineate? Questo tipo di socialismo jugoslavo ha fatto sì che l’architettura modernista della Jugoslavia diventasse speciale… quando scrivi di utopia, ti riferisci a questo linguaggio astratto peculiare? L’utopia è sempre un’isola? La Jugoslavia ha qualcosa dell’isola di Huxley tra la cultura orientale e occidentale, tra NATO e URSS.

TP: Sì, Tito e gli altri hanno dovuto bloccare i rapporti con i sovietici perché avevano paura di sottrarre tutta la terra ai partigiani che avevano combattuto durante la guerra, e senza la nazionalizzazione della terra il sistema sovietico non era praticabile. Quindi successivamente Kardelj e Kidrič hanno ideato il nuovo programma sociale e economico, in qualche modo sostenuto da ingenti finanziamenti americani. Intanto Tito stava preparando lo strudel alle mele con Sophia Loren.

PS: Il 3 ottobre del 2011 la Corte Costituzionale della Slovenia ha dichiarato incostituzionale la nuova dedica di una strada di Lubiana a Josip Broz Tito, in quanto poteva essere interpretato come un riconoscimento del precedente regime non democratico e in contrasto del rispetto e della dignità umana secondo la nuova costituzione slovena. Il precedente regime e il nome di Tito in qualche modo sono stati consegnati alla storia assieme ai monumenti e alle architetture del periodo precedente presenti in Slovenia. Si trattò della prima decisione di un organo giudiziario di uno stato democratico della ex Jugoslavia sull’opera di Tito. La Jugoslavia socialista rappresentò una sorta di prospera anomalia nella mappa del mondo, scegliendo di sottrarsi alla guerra fredda e indicando una via alternativa, in qualche modo ucronica oltre che utopica ai due blocchi di potere esistenti. Il punto di partenza delle utopie è individuare un male singolo o plurimo colpevole di un assetto sociale negativo contro cui si deve porre un’alternativa e si delinea una nuova identità. La storia della Repubblica Federale Socialista della Jugoslavia costruì la sua primeva prospettiva di felicità attorno alla lotta partigiana antifascista? Fu per questo che la Jugoslavia non fece mai parte del Patto di Varsavia come dei paesi NATO? Seppure la storia sia sempre molto più complessa è possibile che la Jugoslavia di Tito rimase per sempre un paese postbellico che continuò a individuare il male nei fascismi e il bene nella liberazione dai fascismi? Fu un errore non individuare un nuovo vero nemico?

TP: Parlando appunto della cosiddetta “terza via” della Jugoslavia è necessario mettere tutto in prospettiva. Per prima cosa, dopo la guerra Tito si rese conto che non poteva andare avanti con l’idea sovietica di nazionalizzazione della terra. La terra era tutto ciò che era rimasto per i ragazzi e le ragazze che si unirono ai partigiani e combatterono dalla sua parte. La riforma agraria del 1948 fu un bicchiere mezzo pieno, lasciò Stalin arrabbiato perché le direttive sovietiche non furono seguite. Ma, d’altra parte, all’interno delle nuove riforme la questione della proprietà della terra era relativamente minore, considerando che essendo costituita da infiniti piccoli lotti, l’agricoltura diventava semplicemente non praticabile. Quindi si sono dovuti inventare qualcosa di nuovo. E questo “qualcosa di nuovo” è stato un leggero ritorno all’economia di mercato. Si è trattato di un puro esperimento, immaginato dagli intellettuali di destra di Tito, Edvard Kardelj e Milovan Đjilas. Naturalmente gli americani erano deliziati di avere dalla loro parte qualcuno come Tito in grado di colpire Stalin dritto negli occhi, così hanno pompato soldi nell’economia jugoslava e messo Tito sulla copertina delle riviste Times e Life. E, naturalmente, Tito ha giocato da entrambe le parti. Poco dopo la morte di Stalin, Krusciov si rese conto che i sovietici non potevano lasciare scivolare la Jugoslavia nelle mani degli americani, e improvvisamente il paese fu inondato di prestiti americani e sovietici. Questa è stata l’eredità principale di Tito: costruire un paese tra due superpotenze e inventare un sistema economico e sociale intermedio. Avrebbe potuto ottenere ciò se la Jugoslavia non fosse stato un luogo frammentato: religioni, lingue diverse e un’enorme differenza del livello economico tra nord e sud. Ha funzionato fino al 1968 solo perché la maggioranza credeva nell’idea di un futuro migliore. Una contadina poteva improvvisamente andare a scuola e finire l’università. L’espansione economica fino alla metà degli anni Sessanta fu a dir poco sorprendente. Come lo scrittore bosniaco-americano Aleksandar Hemon ha descritto sua madre, lei credeva nell’idea della Jugoslavia, oltre il nazionalismo, oltre l’occidente corrotto e l’oriente autocratico. Sì, Tito fu un dittatore, ma è stato lui a vincere la guerra e a dire di no a Stalin, e inoltre era uno di loro, un fabbro di un piccolo paese al confine sloveno-croato. Le foto di lui che balla con Elizabeth Taylor e prepara lo strudel con Sophia Loren non hanno nuociuto. Era un dittatore affascinante che aveva un lato oscuro, ma alla gente non importava. Quindi la Jugoslavia era qualcosa in cui lei e molte, molte persone realmente credevano. Ma poi arrivò la disillusione del 1968, dove la vecchia guardia non capiva che per tenere a bada il nazionalismo, l’idea del progresso e del costante allineamento economico e sociale era cruciale per l’esistenza del paese. Forse avete ragione sul fatto che la vecchia guardia che ha visto il mondo dalla prospettiva della guerra non l’ha lasciato andare. E da lì in poi è andata in discesa. I genitori di Hemon emigrarono in Canada dopo che si era scatenato l’inferno e la Jugoslavia era andata a pezzi. Si unirono al figlio ribelle, che dopotutto si rese conto che i suoi genitori avevano qualcosa che lui non avrebbe mai avuto – credevano in un’idea che era molto più grande dell’individuo, una convinzione che stavano costruendo una società migliore. Non importa quanto questo possa sembrare fuorviante o ingenuo dal punto di vista di oggi, ma probabilmente era piuttosto speciale.

PS: Internal Affairs è il titolo che hai dato alla tua quarta personale da Pinksummer. Riferito alla “Druga Jugoslavia”, ci ha fatto immediatamente pensare al principio di indeterminazione di Heisemberg e al fatto che è impossibile conoscere i dettagli di un sistema senza perturbarlo. Certe coppie di grandezze fisiche complementari (immagine esterna e realtà interna) non sono misurabili contemporaneamente. In questa mostra hai privilegiato gli strumenti di misurazione per determinare la posizione e la carica elettrica interna alla ex Jugoslavia in quei primi metabolici e ibridissimi anni Cinquanta. Però l’outsider non può essere prodotto dalla struttura dell’utopia, così come lo straniero non è tollerato che per brevi periodi, il tempo necessario perché possa testimoniare nell’altrove le meraviglie dell’utopia a tendenza, nel caso della ex Jugoslavia, più costruttiva che escapista. Ogni prospettiva di felicità dell’utopia, comunque, non si arena sempre sul terreno difficile dell’inclusione sociale?

TP: Il caso jugoslavo è altamente idiosincratico. Nel 1951 alcuni ex partigiani ottennero il compito di attuare il nuovo sistema di autogestione, il prudente ritorno all’economia di mercato. Non c’era un progetto su come farlo, non sapevano cosa aspettarsi o dove li avrebbe portati l’intero esperimento. Per questo tipo di passaggio all’ignoto è necessario un certo consenso all’interno della società, un certo elemento di paura, persino repressione, ma anche una speranza, un’aspettativa di vita migliore e di un futuro più luminoso. Si potrebbe dire che è un’utopia nei termini usati da Édouard Glissant: utopia come un tremore, uno stato di flusso costante. Ma la domanda che questo progetto pone è forse più orientata verso la nostalgia, la nostalgia in senso produttivo di esplorazione dei sentieri e delle potenzialità alternative della modernità.
Svetlana Boym ha descritto a lungo questo riuso “moderno” del passato, a volte tormentato ma poetico, e per nulla scontato. La metafora di Viktor Shklovsky’s per questo tipo di approccio era una mossa del cavaliere degli scacchi, dove la modernità non è mai uno stato di fatto, ma una costante ripetizione di scenari di “e se”. In questo senso un oggetto diventa un indicatore di uno stato conflittuale tra paura e speranza, una linea sottile tra vuoto e appagamento, ma soprattutto un sentimento di appartenenza, di essere parte di un’esperienza comune, di un futuro più luminoso. Quando ero ancora a Lubiana ero vicino ma mai veramente parte della comunità di artisti che occupava l’ex caserma dell’esercito a Metelkova nei primi anni Novanta, dopo la caduta della Jugoslavia. Quindi per il mio progetto “1:1” a Metelkova a Lubiana nel 1999 ho avuto la libertà di porre la medesima domanda che sto facendo ora: un oggetto potrebbe riflettere una tensione “e se”? Nel caso di Metelkova mi sono concentrato su un breve periodo di transizione sociale dei primi anni Novanta, un periodo di speranza e di energia che non era destinato a durare, e infatti in parte era già crollato al momento della mia mostra nel 1999. L’oggetto in mostra era, come dite, uno strumento di misura, un oggetto estraneo che non apparteneva a quel contesto. Faceva parte di un universo “e se” parallelo. Questa mostra è una continuazione dello stesso esperimento, una iterazione che guarda indietro, si focalizza sui primi anni Cinquanta, quando l’energia era simile, forse solo più amplificata, e in entrambi i casi si trattava di un momento di spaccatura che ha prodotto un enorme sforzo collettivo che è al centro del mio interesse. Quindi, se mi chiedete di cosa tratta questa mostra, la mia risposta potrebbe essere: è come ricostruire un momento di appartenenza. In quanto tale, è mascherato da una narrazione, in cui lo spettatore ha la possibilità di avvicinarsi e capire.

PS: Questa nuova società che credette in un futuro migliore e seppe uscire dalla sfera individuale coinvolse anche le donne: le partigiane si erano guadagnate la Repubblica Federale Socialista di Jugoslavia a colpi di fucile insieme agli uomini. La prima costituzione post-bellica della Jugoslavia del 1946 accordava piena cittadinanza alle donne, il diritto di voto, tutele speciali nel processo di educazione. Nel 1962 poco meno della metà dei laureati alla facoltà di architettura di Zagabria erano donne. Branka Tagik Novak progettò le prime cucine prefabbricate, Svetlana Kana Radević collaborò a Tokyo con il metabolista Kishō Kurowawa. Si credeva nella distribuzione egualitaria della ricchezza e l’attenzione per la condizione femminile era implicita. La condizione della Jugoslavia dopo la morte di Tito avvenuta nel 1980 fu, negli anni Ottanta, relativamente serena, negli anni Novanta coloro che intendevano dividere la società secondo criteri etnici e religiosi ebbero la meglio e furono perpetrati crimini efferati, come gli stupri di massa durante le guerre nei Balcani. Non credi che il capitalismo estremo in cui viviamo, in cui la ricchezza è in mano a pochi destinati a essere sempre meno non può che condurre a condizioni divisive, anche di genere, e a una visione tetra del futuro? Non credi che una distribuzione più egualitaria della ricchezza possa essere foriera di visioni più radiose del futuro, al di là di ogni senso di appartenenza a una specifica comunità?

TP: Il fatto è che la Jugoslavia si è sforzata di essere una società egualitaria, ma il problema e una delle cause della sua eventuale caduta è stato proprio il mancato raggiungimento di questo obiettivo. Analogamente all’Italia, il divario di reddito e produttività tra nord e sud era enorme negli anni Cinquanta, e in un paese etnicamente e religiosamente diviso, questo era un problema talmente difficile da risolvere che alla fine ha creato risentimenti da entrambe le parti. Quindi, da una parte si può dire che il sistema ha creato una classe media relativamente egualitaria, ma l’esistenza della classe media era un lavoro in corso, perché l’industrializzazione del paese era molto irregolare.
Guardandola da una prospettiva più ampia, queste aperture, questi stati di “tremito”, sono il più delle volte innescati da un evento traumatico. In Jugoslavia sono stati la Seconda guerra mondiale e poi il crollo del paese nei primi anni Novanta. Non sono sicuro se tali punti di frenata che potrebbero bilanciare la società verso l’egualitarismo possano essere il risultato di una politica o di una volontà politica. Si tratta di una forza molto più cruda, dal basso verso l’alto, necessaria per un tale cambiamento sismico. Forse oggi, durante la spinta del globalismo verso l’uniformità, il compito di un produttore culturale è quello di coltivare uno stato disorientante di diversità, una catena infinita di scenari “e se”, di re-immaginare e ricostruire lo stato di trauma e speranza, di ricordarci che esistono diverse modalità di convivenza, e mantenerci sani.


PRESS RELEASE

October 1st, 2021 – January 15, 2022
Opening: October 1st, 2021 – 4 to 9 pm

Tobias Putrih: I realized it would be too complicated to ship the cardboard works to Italy. They are simply too fragile without a frame… so I decided to frame them all here. But most of all, I would also like to revise the concept of the show a bit. I have been digging through Slovenian newspapers archives from the ‘50s and collecting images. Mostly around 1950-1953 when a couple of politicians in Yugoslavia decided to brake with Russia and build their own hybrid system between socialism and market economy, they called workers’ self-management. I can write a few paragraphs about it. The title of the show right now is Internal Affairs. But I’ll think about it. My fluorescent work from the late ‘90s would be the central piece in the show. During the last month I also made some wooden sculptures that go along with it and have photographs (actually they are offset printing plates) attached to them. The same plates will be used to print v few page “artist book” in a size of a newspaper. The cardboard pieces will come extra - you can show them in the back. I’ll send you images of the works in the next days and you can tell me which ones you want. All together there are nine of them.


Pinksummer: Did you see Toward a Concrete Utopia: Architecture in Yugoslavia 1948-1980 at MoMa and Architecture. Sculpture. Remembrance. The Art of Monuments of Yugoslavia 1945-1991 at Dessa Gallery in Ljubljana? It is Tito who decides in 1948 to brake with Russia making of Yugoslavia, SFRY the leader of not aligned nations, isn’t it? This kind of Yugoslavian Socialism made that modernist architecture in Yugoslavia became so special. When you write about utopia you mean this kind of abstract peculiar language? Utopia is always an island? Yugoslavia has something of Huxley island between the Eastern culture and Western one between NATO and URSS.

TP: Yes, Tito and the rest had to brake from Soviets because they were afraid to take all the land from the partisans who fought during the war and without nationalization of the land Soviet system simply was not viable. So later Kardelj and Kidrič came up with the new social and economic program that was somehow propped up with extensive American funding. Meanwhile Tito was baking apple strudel with Sophia Loren.


PS: On October 3rd, 2011, Slovenian Constitutional Court declared the dedication of Ljubljana’s new road to Josip Broz Tito unconstitutional, because it could be interpreted as a recognition of the previous non-democratic regime and in contrast of the respect and human dignity according to the new Slovenian constitution. It was the first decision made by a judicial body of a democratic state of the former Yugoslavia on Tito’s inheritance. Socialist Yugoslavia represented a sort of prosperous anomaly in the world map, choosing to back out of the Cold War and drawing an alternative path that is somehow uchronic as well as utopian to the two existing power blocs. The starting point of utopias is to identify a single or multiple evil, guilty of a negative social asset against which an alternative was going, outlining a new identity. Did the history of the Federal Socialist Republic of Yugoslavia build its first prospect of happiness around the anti-fascist partisan struggle? Was it for this reason that Yugoslavia was never part of the Warsaw Pact like all the countries of NATO? Although history is always much more complex, is it possible that Tito's Yugoslavia has always remained a post-war country that continued to identify evil in fascisms and good in liberation from fascisms? Was it a mistake not to identify a new true enemy?

TP: As you mention, talking about Yugoslavia’s so called “third way" you have to put everything in perspective. First of all, after the war Tito realized that he simply can’t go forward with Soviet idea of land nationalization. Land was everything what was left to the boys and girls who joined the partizans and fought on his side. So agrarian reform in1948 was a glass half full. It left Stalin angry because the Soviet directives were not followed and as the cap on the land ownership under new reform was relatively small, farming of countless small lots simply became unsustainable. So, they had to invent something new. And this “something new” was a slight turn back towards market economy. It was a pure experiment, imagined by Tito’s right-hand intellectuals Edvard Kardelj and Milovan Đjilas. Of course, Americans were delighted to get on their side someone like Tito able to poke Stalin in his eye, so they pumped money into Yugoslav economy and put Tito on the cover of Times and Life magazine. And of course, Tito played both sides. Soon after Stalin died, Khrushchev realized that Soviets can’t let Yugoslavia slip into American hands and suddenly the country was awash with American and Soviet loans. This was exactly Tito’s main legacy - building a country between two superpowers and inventing in-between economic and social system. He might be able to get it his way if Yugoslavia wasn’t such a fragmented place - different religions, languages and huge difference in economic development between north and south. It worked till 1968, simply because majority believed in the idea of better future. Peasant girl could suddenly go to school and finish university. The economic expansion till mid-sixties was simply amazing. As Bosnian-American writer Aleksandar Hemon described his mother - she believed in the idea of Yugoslavia, beyond nationalism, beyond corrupted West and autocratic East. Yes, Tito was a dictator, but was the one who won the war and said no to Stalin and besides, he was one of them, a locksmith from a small town on Slovenian-Croatian border. The photos of him dancing with Elizabeth Taylor and baking apple strudel with Sophia Loren didn’t hurt. He was a glamorous dictator who had a dark side, but people simply didn’t mind. So, Yugoslavia was something she and many, many people really believed in.
But then came disillusionment of 1968, where the old guard simply didn’t understand that to keep nationalism at bay, the idea of progress and constant economic and social alignment was crucial for the country existence. You are maybe right that the old guard who saw the world from the war’s perspective simply didn’t let it go. And from there on it went downhill. Hemon’s parents emigrated to Canada after the hell broke loose and Yugoslavia fell apart. They joined their rebellious son, who after all realized that his parents had something he will never have - they had a belief in the idea that was much larger than individual, a belief they are building better society. No matter how misguided or naive this sounds from today’s perspective, it was probably quite special.

PS: Internal Affairs is the title you gave to your fourth solo show at Pinksummer. Referring to the "Druga Yugoslavia”, it immediately made us think of Heisemberg's uncertainty principle and the fact that it is impossible to know the details of a system without disturbing it. Certain pairs of complementary physical quantities (external image and internal reality) are not measurable at the same time. In this exhibition you have privileged the measuring instruments to determine the position and the internal electric charge of the former Yugoslavia in those first metabolic and very hybrid 50s. But the outsider cannot be produced by the structure of utopia, just as the foreigner is tolerated only for short periods, the time necessary for them to be able to witness the wonders of the trendy utopia elsewhere, in the case of the former Yugoslavia, more constructive that escapist. Doesn't every perspective of utopia happiness always gets bogged down on the difficult terrain of social inclusion?

TP: Yugoslavian case is highly idiosyncratic. In 1951 couple of former partisans simply got the task to implement the new system of self-management, the cautious turn back to the market economy. There was no blueprint how to do it, they didn’t know what to expect or where the whole experiment is taking them. For this sort of shift into unknown, you need certain consensus within the society, certain element of fear, even repression, but also hope, expectation of better life, and brighter future. You could say it’s a utopia in terms Édouard Glissant used - utopia as trembling, a state of a constant flux. But question developing this project was perhaps more directed towards nostalgia, nostalgia in a productive sense of exploring side alleys and lateral potentialities of modernity. Svetlana Boym described at length this “off-modern” re-use of the past, sometimes tortured but poetic, and by no means straightforward. Viktor Shklovsky’s metaphor for this sort of approach was a knight’s move in chess, where modernity, is never a state of facts, but constant replay of “what if” scenarios. In that sense an object becomes a marker of a conflicted, state between fear and hope, a narrow line between emptiness and fulfillment, but most of all, a feeling of belonging, being part of communal experience, brighter future.
When I was still in Ljubljana, I was close, but never really part of the artists’ community that occupied former army barracks at Metelkova in the early nineties after the fall of Yugoslavia, so for my project “1:1” at Metelkova in Ljubljana in 1999 I had a freedom to ask the same question I’m asking now - could an object reflect such “what if” tension? In the case of Metelkova I was focused on a brief period of social transition of the early nineties, a time of hope and energy, that was never meant to last and in fact it did in part already collapse by the time of my show in 1999. The object in the show was, as you mention, a measuring instrument, a foreign object that didn’t belong there. It was a part to some parallel “what if” universe.
The current show is continuation of the same experiment, in this iteration focused further back, in the early 1950s, when the energy was similar, maybe just more amplified, and in both cases, it was a time of a rift that produced enormous collective effort that’s in the center if my interest. So, if you ask me what this show is about, my answer would be - it’s like reenacting a time of belonging. As such it’s masked as a narrative, where viewer has a chance to approach and understand it.

PS: That new society that believed in a better future and knew how to get out of the individual sphere also involved women, the partisans had earned the Federal Socialist Republic of Yugoslavia with gun shots together with men. The first post-war constitution of Yugoslavia in 1946 granted full citizenship to women, the right to vote, special protections in the education process. In 1962, just under half of the graduates of the Zagreb Faculty of Architecture were women. Branka Tagik Novak designed the first prefabricated kitchens Svetlana Kana Radević collaborated in Tokyo with the metabolist Kishō Kurowawa. It was believed in the egalitarian distribution of wealth and attention to the female condition was implicit. The condition of Yugoslavia after Tito's death in 1980 was relatively peaceful in the 1980s; in the 1990s, those who intended to divide society according to ethnic and religious criteria prevailed and heinous crimes such as mass rapes were perpetrated during the wars in the Balkans. Don't you think that the extreme capitalism in which we live, where wealth is in the hands of a few destined to be less and less can only lead to divisive conditions, including gender, and to a gloomy vision of the future? Don't you think that a more egalitarian distribution of wealth can herald brighter visions of the future, beyond any sense of belonging to a specific community?

TP: The fact is that Yugoslavia strived to be egalitarian society, but the problem and one of the causes for its eventual downfall was exactly the failure to achieve this goal. Similarly to Italy, income and productivity gap between north and south was enormous in the 50s and in an ethnically and religiously diverse country this was a really hard problem to solve that eventually created resentments on both sides. So, on one hand you can say that the system created relatively egalitarian middle class, but the existence of the middle class was a work in progress, because the industrialization of the country was highly uneven.
Looking from a broader perspective, these openings, the states of “trembling” are most of the time triggered by a traumatic event. In Yugoslavia this was a Second World War and later collapse of the country in the early nineties. I’m not sure if such braking points that eventually balance society towards egalitarianism, can be result of a policy or political will. It’s a much rawer, bottom-up force needed for such a seismic shift. Perhaps today during globalism’s push towards uniformity, standardization, and optimization the task of a cultural producer is to nurture a disorienting state of diversity, endless chain of “what if” scenarios, to reimagine and reenact the state of trauma and hope, to remind us on different modes of coexistence and keep us sane.