Simon Benetton – Segni di fuoco

Mantova - 21/04/2012 : 23/05/2012

L’artista trevigiano, che sarà presente alla vernice, per la mostra mantovana intitolata “Segni di fuoco”, ha deciso di esporre diciotto opere comprendenti una piastra in acciaio, tre tecniche miste e tredici sculture di recente produzione.

Informazioni

  • Luogo: GALLERIA ARIANNA SARTORI - VIA NIEVO
  • Indirizzo: Via Ippolito Nievo 10 - Mantova - Lombardia
  • Quando: dal 21/04/2012 - al 23/05/2012
  • Vernissage: 21/04/2012 ore 17.30
  • Autori: Simon Benetton
  • Generi: arte contemporanea, personale
  • Orari: 10.00-12.30 / 16.00-19.30. Chiuso festivi

Comunicato stampa

Simon Benetton è nato il 24 ottobre 1933 a Treviso, dove tuttora abita e lavora, nel suo Studio-Laboratorio. Fin da giovanissimo il ferro ha rappresentato per lui un mondo infinito. Ha frequentato i corsi liberi dell'Accademia delle Belle Arti di Venezia, per poi avventurarsi in una solitaria, liberissima ricerca individuale.
Diversi sono i periodi della sua formazione: dal figurativo alla vibrazione plastica nello spazio, dal modulo come simbolo dell'impulso alla dinamica spaziale, dalla piastra alla macrostruttura come elemento ed espressione della volontà e della conquista dell'uomo moderno

Infatti negli ultimi suoi studi la scultura ha preso nuova dimensione, proiettandosi nello spazio urbano come espressione di libertà e di progresso fino ad arrivare al connubio tra ferro e cristallo. Le sue opere sono state esposte in mostre temporanee, collettive e personali, organizzate in spazi pubblici a cura di Enti e Città italiane e straniere (Germania, Francia, Inghilterra, Spagna, Finlandia, Stati Uniti, Brasile, Cina, Austria, Giappone, Polonia, Cekoslovacchia, Belgio).
Numerose sue opere sono permanentemente esposte in prestigiose collezioni, musei pubblici e privati, in luoghi pubblici sempre accessibili, piazze e giardini di molte città: 1993 sculture “Icaro”, città di Bonn; “Molteplicità”, Industrie Muller, Bunde (Germania); 1995, Toronto (Canada) Istituto di Cultura Associazione Veneta, “Volontà di credere. Monumento a Giovanni Caboto”. 1998 mo-numento al lavoro “Armonie”, Francavilla Fontana (Br). 2002 “Fonte di Armonia” Stadio ECOPA, Aino, Parco Sport, Ogasayama, Città di Fukuroi, Campionati mondiali di calcio in Giappone. Per il Comune di Cesena, “La grande foglia”. Per la Banca Popolare di San Felice sul Panaro (Mo), “Determinazione”. Per Polesine Innovazione, Taglio di Po (Ro), esegue “Oasi del tempo”.
Nel 2011 gli viene dedicato un Palazzo, Centro Storico, Valdobbiadene, palazzo “Simon Benetton” con relativa antologica nella Associazione culturale “Papa Benedetto XI”.
Per il suo lavoro hanno scritto critici e storici dell'arte del calibro di Umbro Apollonio, Mirella Bandini, Dino Buzzati, Enrico Crispolti, Raffaele De Grada, Floriano De Santi, Marco Goldin, Luigi Lambertini, Carlo Levi, Giuseppe Marchiori, Aldo Passoni, Carlo Sala, Marco Valsecchi, Marcello Venturoli.

II movimento "arabescato" nella scultura di Simon Benetton
…Benetton è tra i pochissimi scultori italiani contemporanei che mostra la capacità di organizzare una composizione grande, nitida e compiuta anche nella visione lontana, come il frontone di Olimpia. Quel che è poeticamente un insuccesso per Melotti, le cui rare opere monumentali diventano sommarie e pur grandiosamente monodiche se non si va ai dettagli, è un successo per l'innata visione architettonica di Benetton, che resta rilevante ed emotiva anche nella veduta a distanza.
Verticalità e orizzontalità, inoltre, si accompagnano in alcune opere recenti all'altra misura del rapporto tra forma e spazio, del rapporto ossia possessivo di volumi che rinserrino e attanaglino l’horror vacui. È il caso di sculture come La grande foglia del 2002, La porta del sole del 2003-2004 e La fonte di luce del 2005, ma anche di quelle che Benetton realizza con l'acciaio e con il cristallo (pensiamo in particolare a due opere del 2008, Luce dell'ideale e Grembo di luce). Egli usa il concetto della geometria come un controllo mentale sulle forme, ma nel valore che imprime alle li-nee curve condensa l'energia potenziale che il vuoto fa esplodere con una naturale forza di opposizione. Il limite, il passo, tra le due entità e l'invalicabile mistero sulla soglia, sul Chòra del quale ogni opera di Benetton si arresta, quasi - ci ricorda Heidegger - "a custodia della sua verità". Ma nel Pilastro universale del 2009 la scultura non ha mai un limite chiuso e neppure un univoco punto di vista: si apre a diverse, coerenti e in armonica progressione, viste e riconoscimenti. È attraverso l'hairetikos plotiniano, cioè "colui che sceglie", che la materia si rende autosufficiente, si muove come prendendo coscienza del proprio essere physis, natura: si stria come le erbe, si gonfia come le nubi, s'arrotonda come i cespugli. Per raggiungere questo risultato Benetton è obbligato a una determinazione plastica rigorosa e nello stesso tempo aperta ad espansioni percettive fino al limite di un nuovo razionalizzato barocchismo, ed insieme ad una rinuncia quasi assoluta d'ogni ridondanza, allusione, ombreggiatura compiaciuta.…
Floriano De Santi

Le sculture di Simon Benetton…
…C’è, innanzitutto, questa capacità dell'acciaio di levitare e farsi leggero, trasparente come un'ala o una vela agitata al vento, sottile e ag-grovigliato in una spirale come una molla pronta a scattare verso l'infinito. C'è, poi, la capacità della forma di trascendersi senza mai tradire se stessa, di scivolare verso l’indistinto o uscirne senza perdere niente della struttura originaria. Più che di scultura si dovrebbe parlare di “segno plastico”, di una straordinaria e misteriosa orditura grafica che si staglia nello spazio per farsi architettura dell’immaginario. In questo senso, le forme sono cariche di significati e rimandi simbolici, echi e sussurri che raccontano storie perdute e lontane, in cui possiamo agevolmente riconoscere le tracce dell'ancestralità.
Nel perfetto rapporto che si instaura tra la scultura e la realtà circostante, naturale o urbana che sia, si può cogliere lo sguardo dell'artista, pronto ad insinuarsi attraverso una trama di tagli per rallentare, scomponendola nell'illusione, l'andatura di un passante, oppure già incuneato in una morbida piegatura per lusingare lo slancio di un campanile. Lo sguardo dell'artista è anche l'abbraccio orizzontale di una piazza o la perfetta verticalità di una piramide che rivaleggia con le architetture intorno. L'immensità è, allora, un cerchio imperfetto che non si chiude per fuggire in un'altra direzione.
Il fatto è che Benetton riesce a rivelare le possibilità nascoste di ogni forma. E la forma perde immediatamente la sua staticità e la sua corposità per introdurci in una dimensione entro cui parlano il mito e la metafora. Il groviglio silenzioso e pianificato della metamorfosi è anche il labirinto che risuona delle urla del minotauro, i “filosofi” che si disputano a scacchiera sono cinque variazioni di una stessa figura e nella loro ieratica compostezza rimandano al Rinascimento. Ecco, allora, che il miracoloso e segreto equilibrio che regola le cose e gli eventi, diviene visibile nel sogno di un'immagine che resta fortemente allusiva, sospesa tra fisicità ed astrazione. È come se l'artista andasse diritto al cuore della materia, per saggiarne i battiti e il respiro fino a coglierne la duttilità e le possibilità originarie. Una sbarra pesante si svolge e si piega come un nastro di seta, oppure si torce e si allarga, si gonfia e si segmenta, secondo un’interiore e composita varietà ritmica. Conta, perciò, il continuo intersecarsi di forme e strutture diverse, in un coinvolgimento totale della materia che offre tutta la sua flessibilità.…
Sergio Garbato

Leggi ritmiche dell’alternanza
Artista singolare e solitario, Simon Benetton lavora a una scultura che si cala nel paesaggio e s’insinua nella struttura urbana come complemento estetico. Le sue opere si inseriscono dinamicamente nello spazio creando armonie rispondenti a una prospettiva spi-rituale: l’immanenza che si pone al suolo si coniuga con una lenta trascendenza verso l’alto; sculture che si rivolgono al cielo pur tendendo sul piano a una propria infinitezza.
Si tratta di una realtà che guarda all’invisibile, che rimanda alla dualità tra immanenza e trascendenza, dove la ragione si coniuga all’emozione. È quindi una ricerca che rimanda continuamente alla parzialità del conoscibile, all’affermazione di valori che sublimano le strutture plastiche taglienti, traducendosi in una leggerezza che tende all’utopia della trasparenza. In ciascuna delle sue costruzioni, ferro e acciaio rigenerano e rinnovano un patto tra energia e vaghezza, fra levità apparente e spessore sostanziale.
Entrare nelle sue sculture, partecipando al loro moto ascensionale, è come aggirarsi in un mondo mutevole e popolato di presenze infere, sconcertanti, preponderanti, ma morbidamente espressive. Così, una materia antica e ardua che, per sua natura, evoca inevi-tabilmente la durezza del maglio, la brutalità del martello, e la voracità della fiamma, si tramuta in volatilità, in freschezza aerea. Simon Benetton si rivolge alla forza espressiva del ferro, e intorno alla sua tridimensionalità conduce questo sapiente gioco su lame metalliche che sviluppa secondo le leggi ritmiche dell’alternanza fra pieni e vuoti, con tagli e fenditure.
Piegando il ferro come un maestro antico, concilia la sua freddezza primordiale con il calore fervido dell’ispirazione, forgiandolo nella forma e nel significato. Pur nella continuità della tradizione, il suo lavoro svela una lontana ascendenza cubista e futurista, e comunque una colta tendenza a guardare con attenzione alle avanguardie storiche.
Benetton non opera però con la volontà di chiudersi nella sperimentazione, ma con l’idealità di liberare, attraverso la poesia, una ricerca formale coerente, con la capacità di riportare a un equilibrio sapiente le linee di energia che incidono lo spazio di una narrazione astratta. Una spinta istintuale alla base del suo mondo creativo realizza una serie di forme ritmiche e lineari puntate verso l’alto, che assumono indubbie valenze iconiche e persino significati sacrali. I lavori di Benetton sono realizzati come parabole aperte, con tensioni e limpide contorsioni, materializzazioni arcane al di fuori del tempo e della storia. Aperture e rotture, animazioni perfettibili, partono da uno stilema immediatamente intelleggibile, non distolto da un sogno utopico o un’ideologia, perché gli è sufficiente realizzare l’ineluttabilità del proprio soggettivismo e la sintesi spaziale di una riflessione poetica.…
Paolo Levi

Si è accennato alla monumentalità che la scultura di Simon Benetton possiede, qualsiasi sia la dimensione di ciascuna opera.
Il senso del "fare in grande" è una peculiarità dello scultore, e non soltanto. Molte delle opere di Simon Benetton, infatti, sono state progettate "in grande" ed eseguite per una collocazione all'interno di un tessuto urbano, altre ancora sono diventate ambiente esse stesse, dei precisi punti di riferimento e dei percorsi abilitati. Il rapporto, quindi, con il fruitore, non è più soltanto di carattere con-cettuale o mentale, bensì diventa fisico a 360° coinvolgendolo direttamente. La scala dei rapporti e delle dimensioni, attraverso questa proiezione al di là dei limiti consueti ha provocato un nuovo tipo di dialettica che da fisica diventa nuovamente mentale. Collocate in spazi pubblici, queste sculture costituiscono ben precisi traguardi tra il viandante e l'ambiente circostante. Svettando imperiose, si aprono contro il cielo oppure disegnano le loro ombre nelle facciate, antiche o moderne che siano. La realtà non è più la stessa di prima; qualcosa di inconsueto per non dire fantastico è avvenuto. La fantasia é stata nuovamente provocata. Le strutture a ventaglio o in prevalenza triangolari, con le più diverse curvature od impennate si pongono e stanno quali punti di riferimento di un preciso percorso reale e oncettuale.
Luigi Lambertini

Profezie in forma di fuoco ferro e cristallo.
…Nervesa, nella sua storia, ha proposto all’attenzione dell’arte e del pensiero europeo artisti e pensatori illustri: come Gaetano Zompini, dalla grafica gentile, cronista dei Mestieri per via nella Venezia settecentesca avviata a una fine ingloriosa. E un paio di secoli prima, Monsignor Giovanni Della Casa che dall’Abbazia sul Montello ha insegnato alla nobiltà del continente le buone maniere come esercizio di virtù, scrivendo tra quelle mura ospitali, ombreggiate di querce, il suo Manuale di castigatezza nell’agire e nel parlare, definito Galateo.
Si sarebbero intesi con Simon Benetton, queste due personalità dell’arte e della scrittura, con lui condividendo, quell’istintiva capacità di legarsi all’ambiente avvertendone i fremiti sociali, nello spirito del tempo. Un’opportunità che si rinnova, nello spazio straziato da quella che fu chiamata, non per niente, Grande Guerra, prima europea e poi mondiale, che ha sconvolto fin le viscere di un paesaggio già arcadico, distruggendone i monumenti più rappresentativi e stravolgendo la naturale dolcezza dei luoghi. Arrivando a imporre la modifica del nome della cittadina, a monito perpetuo dello scontro sanguinoso che Gabriele D’Annunzio volle fissare come Battaglia del Solstizio.
Il colto operare di Simon Benetton non s’arresta alle meditazioni davanti alla fiamma viva nel suo laboratorio, dove ragiona con ferro, fuoco e cristallo. L’intelligenza e la fatica che poi profonde nel dar forma alle idee che emergono si estendono fino alla scelta consapevole dei luoghi dove collocare i suoi documenti scultorei. Ovunque, in Italia o nei continenti di là degli oceani. Sempre con precisi intenti evocativi. In mezzo a una piazza o alle radici di un grattacielo. A Singapore come a Toronto, a Basilea come a Città del Messico. In un giardino o in uno slargo di quartiere.
Chi si sofferma davanti ai suoi lavori deve avere la pazienza di lasciare che affiori allo sguardo l’aura che li circonda, che irradia dal terreno e dalla memoria. Visibile e invisibile congiunti in quel sentimento d’attesa che è altro nome per indicare il futuro.
Gli artisti, più che gli scienziati, possiedono quel tanto di capacità profetica che ci può fare avvertiti degli eventi da noi oscuramente percepiti. E di questo dobbiamo essere loro grati. Quanto ad accettarne le indicazioni espresse nelle opere spetta a ciascuna donna e uomo di scegliere responsabilmente se dare loro ascolto, decidendo di inoltrarsi sul sentiero dell’amore per la bellezza, lucente come l’acciaio e fresco come il cristallo, oppure di voltare con indifferenza le spalle al mondo dell’arte e lasciarsi andare a fondo nell’abisso della non conoscenza e del colpevole fatalismo.
Ulderico Bernardi

Con i propri mezzi, che nel caso di Benetton sono ormai da moltissimo tempo quelli di ritmiche trame d'una grafia spaziale configurata appunto tagliando e flettendo il metallo bruto, la scultura vie ne cioè a insinuarsi fra le possibili componenti segniche dell'immaginario collettivo ambientale attuale, attraverso una pronunciata presenza semiologicamente attiva quale ulteriore virtualità soprattutto nel contesto spaziale urbano.
Enrico Crispolti