Santiago Sierra | Megan Volpe
Comunicato stampa
Nel 2023 Santiago Sierra realizza The Maelström a Serrekunda, in Gambia. Un gruppo di giovani appartenenti alla squadra di calcio locale, la Tallinding United, esegue una sequenza di movimenti costruita a partire dalle posture di immobilizzazione imposte dalla polizia durante un arresto: corpi contro il muro, a terra, costretti in posizioni che evocano immediatamente controllo, coercizione e sottomissione. Ripetuti e concatenati, questi gesti perdono progressivamente la loro dimensione individuale per trasformarsi in una coreografia collettiva, quasi astratta. Un vortice (il Maelström) nel quale violenza e ordine, individuo e sistema, vittima e dispositivo di potere sembrano confondersi.
I volti non sono mai visibili. I corpi diventano sagome anonime, elementi di una geometria che si ripete e si moltiplica. È proprio in questa sottrazione dell’identità che l’immagine acquista una dimensione universale: ciò che osserviamo non riguarda più soltanto quei corpi o quel luogo, ma i meccanismi attraverso cui il potere disciplina, separa, contiene e determina la possibilità stessa di muoversi.
Ad accompagnare le immagini ritorna ossessivamente un frammento del controverso discorso pronunciato nel 2022 da Josep Borrell, allora Alto Rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, nel quale l’Europa viene descritta come un “giardino” e gran parte del resto del mondo come una “giungla”. Una metafora che, inserita da Sierra nel contesto africano in cui l’opera è stata realizzata, assume tutta la violenza della separazione tra un dentro e un fuori, tra chi deve essere protetto e chi viene percepito come una minaccia.
The Maelström parla così di migrazione, colonialismo e controllo, ma soprattutto delle strutture politiche, economiche e linguistiche attraverso cui la disuguaglianza viene costruita e infine normalizzata.
A pochi anni dalla sua realizzazione, l’opera sembra aver acquisito un’urgenza ancora maggiore. Viviamo un presente attraversato da guerre, migrazioni forzate, ridefinizioni dei confini e profonde trasformazioni degli equilibri politici e sociali. Allo stesso tempo, siamo quotidianamente esposti a una quantità senza precedenti di immagini di violenza, conflitto e sopraffazione. Una sovraesposizione che porta con sé un rischio: quello dell’assuefazione.
Sierra interviene proprio su questa possibilità. Sottrae il gesto della coercizione alla velocità con cui siamo abituati a consumare le immagini e lo trasforma in una sequenza reiterata, insistente, difficile da eludere. Il vortice evocato dal titolo diventa allora anche una possibile immagine del nostro presente: un movimento continuo nel quale corpi, immagini, parole e sistemi si sovrappongono, chiedendoci di osservare più a lungo e di interrogarne le relazioni.
Megan Volpe - Hikikomori
Cosa accade quando lo schermo diventa la nostra principale finestra sul mondo, fino a trasformarsi nella nostra unica luce? Hikikomori nasce da un’esperienza personale di Megan Volpe e si inserisce all’interno della sua ricerca artistica sulla salute mentale e i pensieri che precedono, e spesso condizionano, la nostra percezione della realtà. A causa di una serie di esperienze intense, l’artista per circa quattro anni si è abbandonata ad un isolamento progressivo, in cui l’ansia sociale e dolori hanno ristretto lo spazio della quotidianità fino a far coincidere il mondo esterno quasi interamente con quello osservato attraverso uno schermo. Una dimensione vissuta non necessariamente in modo negativo, ma una condizione intima e di conforto in cui Megan Volpe ha studiato ed è cresciuta. La sua esperienza diventa dunque il punto di partenza per interrogare una condizione più ampia e contemporanea.
Il titolo riprende il termine giapponese hikikomori, letteralmente “stare in disparte”, utilizzato per descrivere il progressivo ritrarsi dal mondo esterno e la costruzione, fisica e mentale, di uno spazio nel quale protezione e isolamento finiscono per confondersi. Individuato inizialmente in Giappone, il fenomeno è oggi osservato in numerosi altri Paesi. In Italia si contano circa 54.000 studenti tra i 15 e i 19 anni in una condizione compatibile con il ritiro sociale, con altri 67.000 considerati ad alto rischio.*
L’installazione non cerca di descrivere una patologia, ma di restituire un rischio in forme meno evidenti, che appartiene sempre più al nostro quotidiano: la progressiva sostituzione dell’esperienza diretta con una realtà mediata dalla tecnologia e dagli schermi. Una condizione paradossale, nella quale alla possibilità di essere permanentemente connessi corrisponde una crescente capacità di sottrarsi al contatto con ciò che ci circonda.
L’ambiente assume così una dimensione onirica, sospesa tra uno spazio reale e la proiezione di uno spazio interiore. Una trama di tubi bianchi invade l’architettura, attraversandola e avvolgendola in forme organiche e labirintiche. Le loro ramificazioni richiamano quelle del cervello, trasformando la stanza in una sorta di paesaggio mentale nel quale lo spettatore è incoraggiato fisicamente a entrare.
*dati raccolti tramite una ricerca del CNR e del Gruppo Abele nel 2023.
Al centro quattro materassi invitano lo spettatore ad immergersi e vivere l’esperienza in cui ciò che può essere rifugio è anche limite. Lo schermo, unico punto di riferimento dell’installazione, è una fonte luminosa, priva di immagini. Una luce artificiale, che si sostituisce al sole. Non più una luce naturale, capace di scandire il trascorrere delle ore e regolare i ritmi del corpo, ma una luce fissa, immutabile, che non permette più di distinguere il giorno dalla notte. Lo schermo diventa così contemporaneamente finestra e barriera, connessione e separazione.
Accompagnati da una traccia audio liminale, lenta e sospesa composta da sussurri, echi e frammenti di pensiero che affiorano e scompaiono, si confonde progressivamente ciò che proviene dall’esterno con ciò che sembra emergere dalla mente.
Tutto in Hikikomori sembra così esistere in uno stato intermedio: tra veglia e sogno, interno ed esterno, protezione e costrizione, solitudine e connessione.
L’opera si presenta dunque come una riflessione critica sul consumo sempre più esteso, continuo e spesso poco consapevole della tecnologia nella vita quotidiana. Telefoni, computer e dispositivi digitali accompagnano ormai ogni momento della giornata, modificando progressivamente il nostro modo di comunicare, percepire il tempo, costruire relazioni e abitare la solitudine. Megan Volpe non nega le possibilità offerte dalla tecnologia, ma invita a osservare ciò che accade quando la mediazione dello schermo smette di essere uno strumento e diventa l’ambiente stesso attraverso cui facciamo esperienza della realtà.
La mostra è realizzata con il patrocinio della Associazione Hikikomori Italia.
Megan Volpe
Megan Volpe è un'artista multimediale e regista la cui pratica indaga l'identità attraverso una lente metacognitiva, utilizzando i nuovi media come strumento di indagine psicologica.
Radicata in un approccio decostruttivo alla propria formazione nella regia cinematografica, Volpe costruisce narrazioni simboliche che si materializzano attraverso videoarte, intelligenza artificiale, paesaggi sonori immersivi e installazioni site-specific.
Il suo lavoro nasce da un rapporto precoce con l'arte intesa come pratica terapeutica e generativa sul piano emotivo. Frammentando e analizzando la propria esperienza personale, Volpe fa emergere schemi psicologici che vengono poi trasposti in una dimensione sociale e collettiva più ampia.
Il suo linguaggio artistico attinge al grottesco, combinando palette cromatiche morbide con personaggi ambigui, inquadrature geometriche con montaggi discontinui, spazi liminali con paesaggi psicologici. Questi elementi confluiscono in "stanze mentali": ambienti in cui si dispiegano processi psichici e neurologici.
La pratica di Volpe è, in ultima analisi, una ricerca di significato: un confronto terapeutico con i nuovi media e un processo di riconnessione con il sé.