Rudy Cremonini – La vita la vediamo a memoria

Bologna - 22/01/2012 : 28/02/2012

L'intervento che l'artista bolognese Rudy Cremonini realizza all'interno della stanza “aperta sul nulla” non vuole essere il tentativo di dare un volto alla rovina, di spettacolarizzare l'orrore, quanto invece di mostrare la “riduzione degli uomini ad esseri assolutamente superflui” (H. Arendt).

Informazioni

  • Luogo: MUSEO EBRAICO
  • Indirizzo: Via Valdonica 1/5 - Bologna - Emilia-Romagna
  • Quando: dal 22/01/2012 - al 28/02/2012
  • Vernissage: 22/01/2012 ore 11.30
  • Autori: Rudy Cremonini
  • Curatori: Luigi Meneghelli
  • Generi: arte contemporanea, personale
  • Orari: domenica-giovedì 10-18 | venerdì 10-16 (sabato e festività ebraiche chiuso)
  • Biglietti: ingresso libero
  • Email: veronalive@gmail.com

Comunicato stampa

Paul Celan, scrivendo di Auschwitz e dei campi di sterminio nazisti, ha parlato di tombe “scavate nell'aria” per uomini che altri uomini avevano bruciato, ridotto in fumo. Forse è per questo che il Museo Ebraico di Bologna dedica alla memoria della Shoah una stanza angusta che sembra avvolta da una caligine di tenebra: poco più di un antro illuminato da una luce fioca e con i nomi dei deportati stampato sul pavimento

L'obiettivo è quello di porci immediatamente nel cuore del problema, di farci sentire tutta l'inquietudine che questo “fossile di spazio” custodisce, un po' come Ground Zero: una sorta di vuoto al centro della città, nel suo cuore, un pezzo mancante nel corpo della sua storia. Del resto, la Shoah non è solo una vicenda di crimini: è un evento metafisico, un male assoluto, un inferno nel quale non si finisce mai di morire. E, infatti, mentre nelle immagini tradizionali dell'inferno, i dannati mantengono la loro identità, nell'inferno dei lager era proprio l'identità a venire annientata, l'unicità della persona a venire eliminata. Ebbene, l'intervento che l'artista bolognese Rudy Cremonini realizza all'interno della stanza “aperta sul nulla” non vuole essere il tentativo di dare un volto alla rovina, di spettacolarizzare l'orrore, quanto invece di mostrare la “riduzione degli uomini ad esseri assolutamente superflui” (H. Arendt). Egli impiega delle vecchie valigie di cartone su cui dipinge una galleria di ritratti sfuggenti, smarriti, quasi consumati dalla stessa pittura che li elabora. Sono sguardi senza individualità, senza riconoscibilità: larve d'essere, che traducono l'irruzione dell'inaudito nella loro vita. Cremonini evita il rischio di cadere nella retorica o nella ritualità del ricordo: ad importargli è che il senso di cancellazione rimanga vivo, che la memoria conservi la sua ferita, che la “liturgia dell'orrore” parli al futuro.