Renato Barilli – Le mie tre maniere

Bologna - 11/02/2021 : 18/03/2021

Questa mostra è la quarta realizzata a Bologna.

Informazioni

  • Luogo: CENTRO STUDI DIDATTICA DELL'ARTE
  • Indirizzo: Via Cartoleria, 9 - Bologna - Emilia-Romagna
  • Quando: dal 11/02/2021 - al 18/03/2021
  • Vernissage: 11/02/2021 no
  • Autori: Renato Barilli
  • Generi: arte contemporanea, personale
  • Orari: su appuntamento

Comunicato stampa

È con grande ammirazione e stupore che il Centro di Didattica delle Arti, sede storica dell'Istituto Statale
d'Arte di Bologna e ora centro espositivo e succursale del liceo artistico Francesco Arcangeli, apre le sue sale
per esporre le opere di Renato Barilli.
Renato Barilli: critico letterario, critico d'arte, docente di fenomenologia degli stili e ora, come in un ritorno
alle origini, artista


Punto di riferimento per generazioni di studenti, artisti e grande coordinatore e regista delle attività
culturali del panorama italiano dagli anni ‘60 fino ad oggi, Barilli si è nuovamente messo in discussione e
presenta le sue opere ancora una volta a Bologna, con la stessa determinazione e lucidità di analisi estetica
di quando giovane studente, frequentante prima la scuola d'arte e poi l'Accademia alla fine degli anni ’50,
aveva esposto nel 1962.
Da critico e teorico dell’arte, in un gioco si specchiature alternate, prima artista poi critico d’arte, ora
nuovamente artista, non ha appeso il ‘pennello’ ma, per rinnovare la sua dedizione di una vita all’arte come
testimone attivo, ha ripreso tempere, carte e riflessioni attive nel fare arte con una prassi e non una teoria.
Lui che da docente di fenomenologia degli stili e come curatore di tante mostre ha saputo essere punto di
riferimento per artisti, critici ed il grande pubblico dell’arte contemporanea, con coraggio ed energia
rinnovata si espone e ripropone una sua riflessione sulla figura: esplorando, prima con la fotografia poi con
il colore, gli esponenti del mondo di cultura che ha vissuto da protagonista e gli affetti che lo hanno
circondato in questi decenni. Li rivive con l’occhio estetico e mediato della sua cultura visiva, rendendoci
consapevoli e complici di questa nuova avventura che gioca su ruoli capovolti.
Guardando le 80 tempere esposte, alle quali si è dedicato dal 2012 ad oggi, si incontrano gli affetti della sua
quotidianità e gli amici ma soprattutto artisti, galleristi, colleghi, studenti poi divenuti critici, entrando nel
suo mondo.
Il colore, la figurazione contaminata e deformata, libera dalla linea, con echi di espressionismo, rivive sulla
carta, con una tavolozza fredda sempre coerente, i bianchi, i grigi, i rosa, i neri polverosi, dai toni ribassati e
in cui il tocco veloce esprime gli echi di una cultura visiva complessa e rivissuta e diventa la lente, il medium
con cui far rivivere le sue frequentazioni.
Quale miglior sede, un liceo artistico, per far sì che le nuove generazioni di giovani studenti conoscano e
dialoghino, partendo dalle sue opere, con un testimone della cultura artistica contemporanea che tanto ha
operato nella nostra città? Un ritorno alle origini …un ricordo dello studente Renato Barilli che ritorna, da
artista, nei luoghi della sua formazione.
Il Dirigente scolastico
Prof.ssa Maria Grazia Diana
RENATO BARILLI
Le mie tre maniere
Un noto proverbio dice che l’appetito viene mangiando. È il mio caso. Dopo una timida e insicura
riapparizione sulla scena della pittura avvenuta nello scorso 2012, dopo mezzo secolo di astinenza, non
essendo stato accolto a fischi e a cenni di totale disapprovazione, mi sento indotto a recuperare anche
alcune fasi passate di una mia lunga fatica, forse anch’esse meritevoli di riapparire. E ci sarebbe addirittura
una fase zero, o un pre-maniera, dato che ho cominciato a disegnare e dipingere quando ero appena un
ragazzino dodicenne, manifestando un certo talento, così da indurre i miei genitori a farmi dare lezioni da
un pittore allora abbastanza affermato, Arnaldo Gentili, il quale confermò le mie buone attitudini e pose i
miei genitori di fronte a un quesito allarmante, se erano disposti ad avviarmi proprio alla carriera del
pittore. Loro preferivano una via più sicura attraverso un tradizionale curriculum ginnasio-liceo classicouniversità
fino alla laurea, ma io ero già entrato nel mio drammatico dissidio su quale delle due fonti
abbeverarmi. Ci fu anche una soluzione di compromesso, in quanto Gentili, docente all’Istituto d’arte,
consigliò i miei di farmi frequentare almeno i corsi serali che questa scuola aveva in una sede separata, il
magnifico edificio rinascimentale di via D’Azeglio. Palazzo Bevilacqua. E dunque, benché non abbia mai
messo piede allora in questi magnifici spazi che ora ospitano la mia presente mostra, ne sono stato un
allievo seppure in sede “distaccata”. Gentili era coetaneo e compagno di studi di Morandi, e senza dubbio
esisteva nella tradizione artistica un insegnamento che imponeva di procedere a squadrare i temi, a
ingabbiarli in un reticolo di tracciati lineari, il che valeva per il paesaggio prima di tutto. Io andavo quasi
ogni giorno sul motivo, a disegnare le sagome delle colline bolognese con profili sintetici al massimo. Come
dire che stendevo tanti inconsapevoli “Morandi”, poi magari acquerellandoli a domicilio. In beve ne
accumulai centinaia di fogli, che finirono in soffitta. Più tardi, preso da uno scrupolo filologico, volli proprio
andare a constatare quella mia primissima maniera “alla Morandi”, ma ebbi l’amara sorpresa di accorgermi
che mia madre, presa da impulso liberatorio, aveva fatto portar via tutti quegli ingombri, da lei ritenuti privi
di valore. E così la folla dei miei disegnini finì sui banchi di rigattieri e in mercatini delle pulci. Quando io me
ne accorsi, tentati di riparare avvicinando i compratori e riacquistano le mie cose pagando tra le 5.000 e
10.000 lire ciascuna di esse. Possiedo ancora un raro florilegio di quel recupero fortunoso.
Prima maniera
Ma poi si cresce, e all’approssimarsi dell’età adulta ho mangiato la foglia, ho addentato i primi frutti
dell’informazione, nella lunga strada che mi avrebbe portato a essere critico e storico dell’arte. La prima
tappa sulla via di fare i conti con l’arte che conta, in regola con i dettami del tempo, fu la stagione del
postcubismo, che proprio a Bologna era illuminata dai due Sergi, Romiti e Vacchi. Ebbene, ci siamo, posso
iniziare questa mia cronaca in forma diretta. Nei primi Cinquanta fui suggestionato proprio dalla pittura ben
calibrata, in punta di pennello, tracciata da Romiti, ne accolsi anche l’invito a misurarsi con un panorama
domestico di oggetti casalinghi. Anzi, mantenni fede al mio impegno diretto sulla realtà, e quindi abbozzai
pentole, bottiglie, fornelli a gas in maniera più esplicita, se si vuole più rozza, di quanto non sortisse dallo
squisito magistero di Romiti. Quanto al gigantismo con cui Vacchi eseguiva più o meno lo stesso spartito,
questo non mi è mai appartenuto, né allora né in seguito. Nello stesso tempo seguivo ancora il magistero
tradizionale di Gentili, il quale prescriveva che il buon pittore, dopo aver fatto le sue prime prove coi mezzi
“leggeri” dell’acquerello e della tempera, dovesse affrontare la prova più ardua e difficile dell’olio.
Così feci anch’io, acquistando delle tele montate su telaio e stendendo su di esse degli strati di colore a olio,
a toppe scucite, come per una veste di Arlecchino. Devo anche continuare a dipanare il mio cammino
sempre doppio. Finite le scuole medie, mi ero iscritto all’Università, addirittura a ingegneria, con un
sotterraneo progetto di passare poi ad architettura, che allora esisteva solo a Firenze. Ma poi, anche a
seguito di una malattia, decisi di scivolare nella soluzione “debole” e allora ritenuta disdicevole per un
maschio di frequentare Lettere, dove infatti mi sono laureato.
Ma nello stesso tempo, per non smentire il mio percorso diarchico, mi iscrivevo pure all’Accademia di belle
arti, che mi divenne fondamentale per usufruire di una borsa di studio presso l’illustre Collegio Venturoli,
dove mi venne affidato uno stanzone a pianterreno. I sei dipinti che documentano ora questa mia “prima
maniera” sono finiti proprio nelle collezioni del Venturoli, anche se sicuramente eseguiti tra le mie mura
domestiche, ma forse ancora una volta il praticismo di mia madre mi aveva obbligato a trasferire queste
tele alquanto ingombranti nell’ampio spazio appena acquisito.
Seconda maniera
Frattanto andava crescendo la mia diffidenza per la pittura a olio, fino a decidermi ad abbandonarla del
tutto, riprendendo soprattutto la tempera, il cui uso avevo acquisito alla perfezione alla scuola di Gentili.
Devo anche dire che in un primo tempo lo praticavo “all’antica”, cioè acquistavo in mesticheria le polveri,
impastandole con l’acqua e poi spruzzandole con un fissatore, altrimenti si sarebbero scrostate. Poi a un
certo punto sono passato alle tempere in tubetto, da cui non mi sono più separato, e infatti anche tutta
l’attuale produzione è condotta con quei vermi multicolori che escono schiacciando le pance dei tubetti. E
andava sviluppandosi anche l’informazione del critico-storico in erba, del resto in piena solidarietà col
pittore, in quegli anni più che mai presente. Seguivo cioè l’andamento degli stili, il loro succedersi. Il
postcubismo era stato scavalcato dall’arrivo dell’Informale, di cui Bologna è stata sede prematura e
particolarmente avanzata, grazie all’insegnamento di Francesco Arcangeli. Anche se il suo Ultimo
naturalismo risentiva ancora un po’ troppo dell’impostazione che aveva ricevuto dal suo maestro Roberto
Longhi. Ma noi allora, alla metà dei Cinquanta, facemmo il salto diretto fino alla fonte. Ricordo che ci
riunivamo (tra gli altri, Alfonso Frasnedi, Mario Nanni, Concetto Pozzati) a leggere religiosamente una
versione italiana dell’Art autre di Michel Tapié, venendo subito a contatto, attraverso le sue parole, con i
grandi esponenti di quella congiuntura, come in primo luogo i francesi Jean Fautrier e Jean Dubuffet. Io ne
approfittai su entrambi i fronti della mia attività.
Come critico, subito assunto dal quel mirabile pescatore di talenti che è stato Luciano Anceschi, fin dal
primo numero del “Verri”, autunno 1956, ebbi modo di recensire quella Biennale di Venezia, esordendo
con una trionfale dichiarazione inneggiante a un ritorno delle “forme aperte”. Però in proposito devo
accennare a una curiosa divergenza interna alle mie stesse opzioni. Infatti, dopo l’iniziale dichiarazione a
favore dell’“aperto”, era logico che nei numeri successivi del “Verri” ne esaminassi da vicino i vari
protagonisti, mi capitò quindi di testimoniarvi tutta la mia ammirazione per Dubuffet. Ci fu un riscontro
miracoloso, l’astro francese, allora tra i numeri uno della scena internazionale, mi mandò una lettera di
plauso invitandomi ad andare a trovarlo.
Da lì nacque un’amicizia durata per tutta la vita restante del maestro francese, di cui divenni tra i
commentatori ufficiali, con una sua pur difficile e sospettosa autorizzazione che non mi venne mai meno.
Ma in quanto pittore in proprio seguivo piuttosto l’esempio proveniente da Jean Fautrier, con cui ebbi solo
un unico rapporto, molto saltuario. Il mercante che allora lo gestiva, l’armeno Tarica, mi condusse nella sua
abitazione nei sobborghi di Parigi, dove però Fautrier mi guardò con indifferenza e sospetto, non ci fu
insomma con lui nessun feeling. Ma viceversa nella mia pittura, dato che rimanevo fedele ai temi domestici,
e in particolare a un letto-divano in cui allora a casa mia dormivo, lo riducevo a un ammasso di materia,
proprio al modo dei Corps d’Otage, o come quelle specie di tartine di Camembert, per dirla con Arcangeli,
che uscivano dall’officina del Francese. D’altra parte, la nostra generazione dei nati attorno al ’30 non
poteva rimanere soggiogata a lungo nelle spire dell’Informale, non potevamo non accogliere il ritorno in
forze dell’industrialismo dei primi Sessanta, con l’invasione di oggetti artificiali.
E dunque i miei giacigli, trattati come nuclei quasi di esseri biologici, mettevano fuori spore, risultavano
sensibili a un principium individuationis, andavano verso le prime produzioni di Oldenburg, di cui non avevo
affatto notizia, ma anche lui, in quegli stessi primi Sessanta, si andava distaccando da una modellazione
plastica post-informale procedendo verso una tornitura di oggetti domestici meglio definiti. Quell’intera
produzione, ovviamente a tempera in tubetto, la eseguii tra gli ultimi tempi in cui godevo della borsa di
studio al Venturoli e uno stanzone di fortuna che in alternativa mi ero procurato in affitto, osando poi
esporre il tutto in una mostra nel ’62 al Circolo di cultura, sede ottimale a quei tempi, gestita dalla Lega
delle Cooperative, provvista anche di una galleria dove Arcangeli esponeva i rappresentanti del suo Ultimo
naturalismo. Come si sa, egli amava molto disporre i quadri nelle mostre, ritenendosi dotato di un
eccellente gusto spaziale, come infatti era davvero, e dunque ebbi lui come benevolo allestitore delle
tempere conclusive di quella mia seconda maniera, consistenti in una serie di divani concentrati, ma nello
stesso tempo pronti a dimenarsi, ad articolarsi nello spazio come animali usciti dal letargo. Ricordo una
efficace battuta di Giorgio Ruggeri, allora critico ufficiale del “Resto del Carlino”, che commentava così:
“Barilli lancia nello spazio i suoi divani. Non tutti entrano in orbita”. Lascio al pubblico attuale il diritto di
giudicare, su una campionatura di otto di quei dipinti, stesi a tempera su carta volgare da imballo, quindi
incollati su pesanti fogli di faesite. Ovviamente, se ero stato ben lieto di accettare Arcangeli nel ruolo di
eccellente allestitore delle mie opere, mi scrissi da me la presentazione, come sarebbe avvenuto in tutte le
occasioni posteriori.
Terza maniera
E ora eccomi a dare conto di quanto ho compiuto a partire dal mio pensionamento come docente
universitario, quando cioè la forza dei tempi ha chiuso d’ufficio una delle mangiatoie a cui questo asino di
Buridano si era nutrito a lungo, anche se non ho certo rinunciato a continuare ad emettere i miei responsi
critici, seppure in sedi sempre più private. Forse non è stato improprio che ricordassi sopra anche la mia
maniera zero, infatti in questa ripresa ho fatto un passo indietro molto lungo, saltando a pie’ pari le fasi
postcubista e informale, una cui ripresa oggi sarebbe priva di senso, rilanciando piuttosto quell’attività
candida e innocente del ragazzino in balia a regole tradizionali. L’unica novità è che in tutti questi anni non
sono più andato “sul motivo”, dato che la fotografia ha sostituito perfettamente una simile scomoda
necessità, E ne viene anche un alibi teorico, visto che la fotografia di recente ha ripreso tutto il suo primato,
il lungo combattimento per un’immagine pare essersi risolto a suo favore, Ma la vecchia rivale, è mia
sensazione, e regola di condotta, può recuperare terreno con colpi di coda. Il trattamento fotografico, non
importa se ora affidato ai pixel elettronici, pialla cose e persone, le sottopone a una resa neutra,
indifferenziata, fin troppo omogenea. mentre la vecchia pittura può ridare loro un po’ di sostanza, di
materia, di fisicità, questo forse l’unico diritto cui un pittore oggi si può appellare. Si aggiunga anche, non
già un ricorso all’ancora di salvataggio della “citazione” cui tuttavia nella mia veste di teorico non ho
mancato di avvalermi. Parlerei piuttosto di una sorta di passerella finale, in cui tutti gli stili del realismo
tornano in scena, senza ricalchi troppo puntuali. Infatti mi diverto a sentire i commenti a questa mia parata
di fantasmi, chi ci trova del postimpressionismo, chi dell’espressionismo, del fauvismo e così via. Vi si
agitano i fantasmi di De Pisis, o della Scuola romana, magari entrando in gara con gli esiti perfetti di Alex
Katz e di David Hockney, si licet parva componere magnis, Si potrebbe anche dire che è una risciacquatura
del passato, dove tutto fa brodo, quello che conta è “prendere il topo”, afferrare cioè da vicino il fantasma
sfuggente della realtà.
Questa terza maniera, sovrabbondante, è suddivisa a sua volta in tre sottosezioni, un mini-olimpo, serie di
ritratti di persone del mondo dell’arte; un piccolo omaggio alla mia famiglia, infine una rassegna di temi tra
interni ed esterni. Preciso anche che questa è la terza volta che mi presento al pubblico bolognese. La
prima, di esordio, è stata alla Galleria Stefano Forni di Piazza Cavour, 2014, subito seguita da un’altra in
territorio vicino, alla Galleria Dislocata di Vignola, 2015: poi all’Autostazione, 2017, quindi ancora al Teatro
del Navile, 2018. Seguo il criterio di non tornare a esporre quanto era già comparso nelle mostre
precedenti, con la sola eccezione riguardante la mostra al Navile, data la limitata apertura al pubblico in
quell’occasione, consentita solo in concomitanza con gli spettacoli serali eseguiti in quella sede. Gli amici
bolognesi che non si vedono riapparire mi perdonino.
Questa mostra è la quarta realizzata a Bologna. La prima è stata fatta alla Galleria Stefano Forni nel 2014, la seconda
all’Autostazione nel 2017, la terza al Teatro del Navile nel 2018. Ripresento, accanto a tutte le nuove, solo le opere che
erano in quest’ultima in quanto la visita era limitata solo alle ore serali di spettacolo, quindi con scarsa benché
autorevole esposizione.