Quartetto d’estate

Torino - 02/07/2013 : 21/09/2013

Quattro voci si muovono in contrappunto e soffiano nell’aria brividi, rimandi sottili della psiche, scosse della mente, anche a insaputa l’una dell’altra. Certo, anche qui, all’enigma della bellezza non è estraneo il senso del dolore, quel male di vivere che strappa noi a noi. E mentre strappa: sospinge.

Informazioni

  • Luogo: WEBER & WEBER ARTE MODERNA E CONTEMPORANEA
  • Indirizzo: Via San Tommaso 7 - Torino - Piemonte
  • Quando: dal 02/07/2013 - al 21/09/2013
  • Vernissage: 02/07/2013 ore 18-22
  • Generi: arte contemporanea, collettiva
  • Orari: da martedi a sabato, ore 15,30 - 19,30 chiusura estiva agosto

Comunicato stampa

Quattro voci si muovono in contrappunto e soffiano nell’aria brividi, rimandi sottili della psiche, scosse della mente, anche a insaputa l’una dell’altra.
Certo, anche qui, all’enigma della bellezza non è estraneo il senso del dolore, quel male di vivere che strappa noi a noi. E mentre strappa: sospinge. All’orizzonte, ecco l’idea della frontiera, visibile o invisibile. Sempresiamo di fronte a noi.
E questi che vediamo sono luoghi di frontiera. Penso alle “giungle” di Revillard, dove a fronteggiarsi sono i destini stessi degli uomini. Ma penso anche alle atmosfere più scavate dall’interno, quelle proposte dagli altri componenti il QUARTETTO D’ESTATE


Ognuno di loro richiama a suo modo un luogo interiore di frontiera. Là, dove tutti noi siamo stati, siamo già stati, anche se non sappiamo precisamente dire dove.
Evidente, tutto ciò, in Romieu, dove si avverte un prima e un dopo, una memoria di sé lacerata, dolente, scheggiata.
Frontiera assoluta, severa, è quella che innerva i lavori di Kusterle e di Mingozzi. Entrambi, in modo diverso, muovono da una sensibilità che diffida del valore delle percezioni e delle apparenze. Entrambi speculativi.
Volti e corpi ricostruiti per essere nuovamente velati e dissolti. Un movimento di oscurità, come quando si cambia la scena e la maschera a teatro.
Il grigio ostinato diventa male dell’anima, segno di frontiera tra l’io e l’altro. Mentre l’altro, inatteso, sembra
sprofondare in una sua fissità silenziosa, a salvaguardia del segreto di ogni volto.
Tutte queste presenze ci avvertono che niente è come appare, che Dèi obliqui si annidano ovunque. Alla fine, comunque, ricorda T. S. Eliot nei suoi Four Quartets
arriveremo dove eravamo partiti conosceremo il posto per la prima volta.


DARIO CAPELLO