Piero Guccione – Maestro del sublime e del quotidiano

London - 04/07/2013 : 15/07/2013

Fuori dal mondo, in uno studio silenzioso nella lontana Sicilia meridionale, Guccione passa mesi, a volte anni, su una singola immagine, rielaborando ossessivamente le sottigliezze precise dei suoi toni, fino a quando sente che ha catturato l'essenza delle aride colline e del luccicante Mediterraneo che compongono i confini del mondo che ha scelto

Informazioni

Comunicato stampa

Piero Guccione: Maestro del sublime e del quotidiano
Michael Peppiatt

Per l'ultimo mezzo secolo Piero Guccione è stato una leggenda in Italia, enormemente esposto e generosamente lodato dagli scrittori più importanti del paese ma raramente sentito (evita risolutamente ogni intervista) e quasi mai visto pubblicamente. Fuori dal mondo, in uno studio silenzioso nella lontana Sicilia meridionale, Guccione passa mesi, a volte anni, su una singola immagine, rielaborando ossessivamente le sottigliezze precise dei suoi toni, fino a quando sente che ha catturato l'essenza delle aride colline e del luccicante Mediterraneo che compongono i confini del mondo che ha scelto

Solo allora Guccione permetterà a quell’opera di raggiungere le altre pazientemente assemblate per una delle sue mostre a Roma, Parigi, New York e ora, finalmente, Londra.
Nato in Sicilia nel 1935, Guccione ha vissuto la sua giovinezza a Roma, dove ha studiato, e più tardi insegnato presso l'Accademia di Belle Arti. La sua opera, come la descrive lui, ha tracciato un arco che va dalla pittura altamente gestuale dei suoi vent'anni alla scrupolosa, poetica ri-creazione della realtà che ha segnato la sua maturità di artista. Quest'ultima evoluzione, infatti, si è dimostrata così esigente che la vita in città per lui era diventata un ostacolo. Alla fine degli anni ‘70, con lo stesso entusiasmo e sollievo che aveva sentito lasciandola da giovane, Guccione torna in Sicilia alla ricerca dello spazio e della luce, come del tempo e della libertà, necessari per esaltare al meglio la sua precisa visione.
Appena fuori Scicli, la città sulla costa sud-orientale dell'isola dove è cresciuto, Guccione ha trovato una casa di campagna elegantemente austera. Lì, con la sua compagna, la pittrice Sonia Alvarez, si è stabilito in una vita totalmente guidata dalle esigenze della sua arte. Per isolarsi, l'artista, non avrebbe potuto fare una scelta migliore. La casa e lo studio sono circondati da un giardino recintato dietro il quale dei campi delimitati da muretti terminano bruscamente su un orizzonte di mare e di cielo. Questi due immensi elementi, infinitamente cangianti e per loro natura indefinibili, sono esattamente ciò che Guccione anela definire in pittura.
“Questo è probabilmente il motivo per cui impiego tanto tempo su un quadro”, ammette l'artista un po’ tristemente. “Il mare non è mai lo stesso da un istante all’altro. Lo guardo tutto il tempo. Quando sto dipingendo, tutti i tipi di angoli e i mutevoli momenti di luce entrano in gioco. Dopo mesi di ricerca - dipingere, ridipingere, a volte ricominciare tutto daccapo - inizio a pensare che magari ho colto qualcosa della realtà interiore del soggetto. Per me, un dipinto è finito solamente quando sono convinto che non c'è piu niente da aggiungere o togliere”.
Ogni cambiamento infinitesimale di colore che Guccione porta a uno dei suoi dipinti, paesaggi o cieli notturni, richiede una delicata revisione dell'armonia soprattuto tonale dell'immagine. Cambiare una nota lo obbliga a cambiare tutto. Questa ricerca esasperante è intrapresa con grazia e buon umore dall’artista di cui le buone maniere smentiscono la volontà di ferro che impone un’applicazione così inflessibile. “Ho bisogno di rimanere anni su un soggetto per trovare il suo significato profondo”, dice. “Per la mia mente, è quando s’incontrano il reale e l'ideale che si ottiene un’immagine convincente”.
Quando il maestro siciliano osserva dalla finestra il mare e il cielo che mutano incessantemente, in realtà guarda dritto verso il Nord Africa. Dopo una lunga siccità, con i bovini magri che si accalcano nell’ombra sotto gli alberi dei carrubi, questa costa polverosa trasmette veramente il senso di essere l'ultimo avamposto dell'Europa. Vedere qualcosa prima fisicamente e poi ricreato sulle tele di Guccione, rende acutamente consapevoli della trasformazione prodotta dalle incessanti incursioni dell'artista sulla realtà. Una maggiore intensità, una presenza più forte, più atemporale, si rivelano: questo è il mare, la riva e il cielo notturno che nel corso dei secoli hanno conosciuto sia invasori normanni che marinai greci.
Ma la pittura di Guccione è anche un'arte creata e nutrita di arte. Per quanto la sua visione sembra avvicinarsi alla realtà topografica, essa attinge costantemente a una cultura visiva altamente informata. “Non c'è limite al numero di artisti che ammiro”, Guccione dice, “ma Cézanne è il punto di riferimento più essenziale. C'è anche Munch, che in un certo modo rappresenta per me l'altro 'volto' di Cézanne”. L'influenza di Caspar David Friedrich è stata direttamente riconosciuta in una serie di pastelli dedicata a temi presi in prestito dal grande Romantico tedesco. Tra i pittori contemporanei Guccione parla con maggiore entusiasmo dell'ultimo Lucian Freud.
“Il mare occupa uno spazio, il vento crea uno spazio”, continua l’artista. “Quello che mi interessa è cercare di dare forma durevole a questi spazi, per ricrearli con la propria struttura interiore“. Le composizioni intricate che derivano da questa ambizione sono costruite in una massa di schizzi e note che l'artista fa quando passeggia lungo la spiaggia o quando cerca un soggetto dalla sua finestra. A poco a poco tutti i dettagli estranei, tutto ciò che è aneddoto, vengono esclusi, lasciando un unico tema principale, trasmesso con un sentimento magico verso la grandezza del mondo naturale. 'Guccione non dipinge ciò che vede', ha suggerito una volta lo scrittore Alberto Moravia, 'ma quello che vuole vedere'.
Qualcosa, certamente, che Piero Guccione ha osservato, con grande tristezza e rabbia, è il massiccio deterioramento della campagna siciliana, la sua severa bellezza sfregiata dai nuovi edifici abusivi, a basso costo, e dalle discariche di rifiuti semi-industriali. Un senso di abbandono pesa sull'isola, e partecipa alla malinconia trasmessa da molti paesaggi di Guccione. “Ho spesso la sensazione che abbiamo rovinato le cose senza poterle mai più riparare”, dice l'artista. In alcuni quadri di paesaggi locali Guccione ha inserito pezzi di plastica nera tra i colori. “E' una sorta di realismo”, osserva ironicamente. “Ci sono masse di questa plastica nera per tutta la campagna. Sono diventate, letteralmente, parte del paesaggio”.
Periodicamente, per sfuggire al lungo lavoro che ogni nuova pittura ad olio gli impone, Guccione si concentra sul pastello. Il cambiamento del mezzo lo libera, e la naturalezza con cui lo impiega gli consente di catturare un lato più istantaneo della realtà - il volto infinitamente mutevole della natura - che lo ossessiona. Così può muoversi liberamente dal tema ossessivo del mare e del cielo, verso la cattura di rondini nel loro volo estivo o la brillantezza fissata nelle stelle di notte. Anche l'auto di Guccione, fedele compagna nella sua ricerca di soggetti nuovi e inaspettati, viene celebrata in questi studi spontanei, scatenando il romanticismo friedrichiano della scena con la sua brutale solidità metallica.
Prima o poi, nonostante il seducente, morbido e granuloso tocco del pastello, Guccione tornerà a usare l’olio, una volta accumulato nuove riserve di resistenza e aver tracciato un nuovo attacco ai suoi temi preferiti.
“Mi piacerebbe riprodurre il modo in cui l'orizzonte taglia il mare come un rasoio”, osserva il pittore, mentre passa davanti a una finestra. “Penso che ci proverò non appena trovo il coraggio...”. Una nuova serie, una nuova lotta, sta per iniziare. Ma dove un artista minore potrebbe perdere se stesso in pura astrazione poetica, Piero Guccione vuole trasmettere le precise emozioni del suo occhio: quello che rimane di decenni spesi a fissare le variazioni minime nelle onde e nelle nuvole, mescolate con i ricordi di infanzia e le prime aspirazioni verso l'infinito. Questo è quello che ho trovato, sia all'interno che al di fuori di me, l'artista sembra dire, quando svela una suggestiva immagine dopo l'altra davanti a noi. Ma per quanto alta la sua visione si eleva, ne facciamo parte anche noi perché rimane radicata nella realtà che riconosciamo e condividiamo.

We are delighted to announce the first solo exhibition of the Italian master Piero Guccione. Under the curation on the British Art Historian and Critic Michael Peppiatt, the exhibition will be inaugurated on July 4. There will be some 20 works tracing the artistic journey of Piero Guccione, from the historic graphics of the 60s to his latest pastels.

“For the last half-century Piero Guccione has been a legend in Italy, prominently exhibited and lavishly praised by the country's leading writers but rarely heard (he resolutely avoids interviews) and almost never publicly seen. Cut off from the world in a silent studio in distant southern Sicily, Guccione spends months, sometimes years, on a single image, obsessively reworking the precise subtleties of its tones until he feels it has captured the essence of the arid hills and glittering Mediterranean that make up the boundaries of his chosen world. Only then will he allow it to join the works patiently assembled for one of his exhibitions in Rome, Paris, New York – and now, at last, London”.

“Periodically, to escape the long-term labour that each new oil painting imposes, Guccione concentrates on pastel. The change of medium frees him and, since he masters it so naturally, allows him to catch a more instantaneous side of the reality - the infinitely changing face of nature - that obsesses him. Thus he can move freely from the obsessive theme of sea and sky to catching swallows in their mad summer flight or the fixed brilliance of stars at night. Even Guccione’s car, faithful companion on his restless search for new and unexpected subjects, is celebrated in these spontaneous studies, off-setting the Friedrich-like romanticism of the scene with its brute metallic solidity“.
Michael Peppiatt