Peter Belyi – The Silences of the Apocalypse
La Fondazione Culturale San Fedele presenta la mostra 153 Peter Belyi. I silenzi dell’Apocalisse, personale dell’artista russo di rilievo internazionale.
Comunicato stampa
La Fondazione Culturale San Fedele presenta la mostra 153 Peter Belyi. I silenzi dell’Apocalisse, personale dell’artista russo di rilievo internazionale, vincitore di numerosi premi tra cui l’Innovation Prize nel 2014, per la mostra Signal, e il Sergey Kuryokhin Award nel 2010 per il miglior progetto di arte visiva.
Proiettandoci in un tempo post-apocalittico, Peter Belyi ci conduce in un paesaggio simbolico fatto di rovine e di memorie perdute. Una decina le opere in mostra: dalla grande scultura Silence, realizzata con legni spezzati che si trasformano in stelle “esplosive”, dove la supremazia del visivo emerge sul contenuto, all’installazione Dialect, collocata nella cripta della chiesa di San Fedele, in cui le righe di una scrittura misteriosa - dalle lingue arcaiche dimenticate al chiodo marchiato di Günther Uecker – sono realizzate con chiodi raccolti dall’artista, alcuni estratti da assi nelle baracche del gulag di Perm, altri trovati in un palazzo abbandonato di San Pietroburgo. Altre opere disegnano gli spazi espositivi come Obscure light, parole luminose indecifrabili, Pause, una lama di sega appesa a un sottile filo metallico che sparge vernice tutto intorno, Lament un’imponente fontana funebre, una scultura del lutto, Return to painting, un riferimento all’arte classica, una nuvola in cemento i cui raggi luminosi sono fili di ferro. Si prosegue con la grande serie di carte Romantic apocalypse, monotipi realizzati con inchiostro da stampa nero, un'astrazione estetica dove s’intravedono alcune tracce: la fotografia di un paesaggio scattata da un drone, il lampo di un attacco missilistico, il fumo di case in fiamme, i resti di un aereo precipitato.
Nella ricerca artistica di Peter Belyi, ogni frammento sembra custodire l’eco di un mondo passato che risuona però nel presente, evocando tragedie senza volto, violenze consumate, dolori di un’umanità schiacciata da ideologie ormai crollate. Eppure, non si evidenzia nessun racconto compiuto: la storia resta frammentaria, sospesa tra le pieghe del tempo. Ci chiediamo: da dove provengono questi materiali, muti ma impregnati del dolore della storia? Sono i segni di una catastrofe dimenticata, o, più sottilmente, messaggeri di un futuro che ci attende, imminente e incerto? Belyi ci immerge in un abisso, in un silenzio che ci pone al cuore stesso del senso del nostro essere nel mondo. Un monito rivolto oggi ai potenti del nostro tempo?
Peter Belyi è nato nel 1971 a San Pietroburgo (Leningrado). Da diversi anni, l'artista porta avanti un progetto da lui intitolato "modellazione commemorativa", termine coniato in Unione Sovietica negli anni '20 per indicare un'architettura utopica proiettata nel futuro. Nella sua produzione artistica i termini e i significati di questa forma di modellazione storica sono ribaltati, e il concetto assume il significato di una reinterpretazione della storia che diventa decostruzione della stessa. Ad esempio, l'architettura di fabbriche e ospedali, tipici della Russia degli anni '70, è adottata e rappresentata sotto forma di mausolei, ricavati da cartongesso in avanzato stato di distruzione, proprio come se queste costruzioni architettoniche incompiute fossero state bombardate. Diventando esempi emblematici di un'ideologia che è caduta in rovina. I progetti più recenti di Belyi sembrano confrontarsi più direttamente con i materiali utilizzati. Egli cerca ispirazione nel materiale stesso o in un dialogo del tutto personale tra sé e il materiale scelto. Peter Belyi è anche noto come fondatore del progetto di ricerca artistica indipendente LUDA Gallery (uno spazio gestito da artisti, attivo dal 2008). Vive e lavora a San Pietroburgo.