Oppy De Bernardo – In direzione ostinata e contraria

Informazioni Evento

Luogo
SURPLACE ART SPACE
via San Pedrino 4, Varese, Italia
(Clicca qui per la mappa)
Date
Dal al

su appuntamento

Vernissage
27/09/2026

ore 17

Artisti
Oppy De Bernardo
Generi
arte contemporanea, personale

Il lavoro di Oppy De Bernardo che Surplace presenta risente della sua forte predisposizione e sensibilità verso le dinamiche delle interazioni sociali e politiche, in particolare quelle che riguardano le relazioni tra le persone, con tematiche socio-culturali, affettive e partecipative.

Comunicato stampa

Il lavoro di Oppy De Bernardo che Surplace presenta risente della sua forte predisposizione e sensibilità verso le dinamiche delle interazioni sociali e politiche, in particolare quelle che riguardano le relazioni tra le persone, con tematiche socio-culturali, affettive e partecipative. In un periodo storico disagiato e rapito dall’insensibilità come quello odierno, il suo lavoro si apre, anche con opere all’apparenza distaccate e leggere, a sottolineare e promuovere efficientemente idee di riscatto e giustizia. Questo anche con le grandi installazioni che lo contraddistinguono, ad esempio “Apolide” del 2018, oltre 6000 salvagente da spiaggia collocati nella Piazza Grande di Locarno, un luogo diventato per alcune ore un ludico e festoso pavimento da attraversare spostando cose, che richiamavano però i naufragi, le operazioni di salvataggio, le discriminazioni… Il suo lavoro si sviluppa con l’indagine attorno ai processi comunicativi, indaga i limiti percettivi della realtà ordinaria attraverso l’attuazione di cortocircuiti relazionali attivati con l’ausilio di oggetti di uso comune, e le dinamiche partecipative della collettività, per far emergere le contraddizioni del vivere.

«Viviamo nell’epoca della distrazione permanente», mi scrive. I social media, il nostro nuovo inferno, agiscono come veri e propri filtri distorti che rielaborano la realtà in continuazione. È una preoccupazione condivisa. Sono la luce smorzata della quotidianità. Come Chomsky sottolinea, «la massa non sa cosa sta succedendo nel mondo. E non sa neanche di non saperlo». Un punto di partenza per le riflessioni di De Bernardo. La folla di Le Bon potrebbe essere un altro spunto e punto di vista per leggere il suo lavoro. Nella folla, la capacità critica lascia spazio a una forza irrazionale, sparisce nell’insieme, diventa impulso e quindi la massa è facilmente influenzabile. Sappiamo ormai, per tristi vicende storiche reiterate, che un leader, grazie a parole semplici e soprattutto ripetitive, può raggiungere l’inconscio collettivo, quello più primitivo, quello privo di senso critico e di visione d’insieme, e quindi manipolare a suo scopo e uso la percezione della realtà. La massa è debole e vulnerabile, basta passarle quello che vuole. “Psicologia delle folle” è stato scritto nel 1895 e, a quanto pare, è ancora molto attuale. Panem et circenses si è sempre detto… Il pubblico del gioco del calcio è forse l’esempio più evidente ed è il focus del lavoro “In direzione ostinata e contraria”.

In uno stadio, per novanta minuti, si è quasi comandati, le persone si dimenticano del fuori e si consegnano volontariamente al principio della massa. La folla ha un volto collettivo inquietante. Entri nel gruppo con forti emozioni e partecipazione e qualcosa succede in te. Jung lo chiamava abbassamento del livello mentale; in qualche modo regrediamo, si tocca un archetipo che muove l’individuo. Il popolo contento è occupato e soggiogato dall’arena, in cui il senso è sempre quello di creare negli spettatori il divertimento, sollecitare continue emozioni, evitare assolutamente la noia, generare curiosità, meraviglia e stupore, per fargli sospendere il giudizio e la percezione del tempo quotidiano, offrendo per questo un contatto diretto con la bellezza del gesto atletico, con la disfida, con la gara, per applaudire la fantasia veicolata dai piedi e dalla gestione funambolica del pallone, dalla potenza dei tiri, dalla precisione dei passaggi e dalla retorica del goal. In mezzo i falli, i 45 minuti per tempo, il recupero, la VAR, i cartellini iconici del giallo e del rosso, e le mani, da tenere ben lontane dalla palla, a meno che tu non sia il portiere. L’emozione dello spettatore sugli spalti o a bordo campo. Certo… si scopre l’acqua calda. Il gioco di squadra favorisce l’interazione tra i bambini e anche negli adulti aiuta lo sviluppo e il consolidamento delle abilità sociali e comunicative. Giocando si sperimenta il confronto, il dialogo e le proprie capacità verbali e simboliche, si costruiscono versioni condivise della realtà, si lavora con le regole. Ma il calcio, quello fuori dai campetti sfatti e improvvisati di periferia e degli oratori (rimando qui brevemente a un bel libro scritto da Stefano Benni, “La compagnia dei celestini”, del 1992, da riprendere come spunto immaginifico. È il racconto di una favola picaresca e stralunata, incentrata su una leggendaria partita di calcio…) non è più un semplice gioco da tempo; è mestiere, è lavoro, è tempo di finzione, di denaro, di simulazione. Quindi intrattenere, distrarre, polarizzare, accentrare l’attenzione. Dietro lo spettacolo, una sorta di grande fratello che decide le cose per noi. Ma, come sottolinea De Bernardo, la parte più inquietante non è lo spettacolo in sé. È la folla. È la facilità e la velocità con cui l’individuo smette di essere individuo e diventa pubblico. Guarda perché anche gli altri guardano. Esulta, gioisce, odia perché si sente parte di un gruppo di parte, prende partito attraverso la condivisione di una passione. Una passione teleguidata. Si pratica una decisa irreggimentazione delle persone, sempre più convinte a guardare nella stessa direzione, ad esaltarsi per le stesse cose, anche a indignarsi per le stesse cose. Il lavoro che Oppy presenta cerca di raccontare qualcosa di più grande del giuoco del calcio, partendo da un pallone, che manca. C’è un omino che è girato, che si è girato… Non ci si accorge immediatamente. È la premessa.
Il calcio si destruttura e cambia postazione. è segno, è surrogato, simulato. Diventa calcio balilla, o calcetto. È un gioco che simula una partita di calcio, in cui i giocatori manovrano, su un tavolo da gioco apposito, costituito da un piano che rifà il campo di calcio, inscatolato da sponde laterali, con le famose stecche da far girare e le sagome geometriche di piccoli calciatori, appunto detti omini. Durante il gioco, all’interno la pallina schizza e rimbalza, è veloce, è seguita attentamente dallo sguardo dei giocatori, due o quattro, la si muove a volte da tocchi delicati, per i passaggi tra un omino e l’altro, altre da tiri più o meno violenti. Basta non frullare. A volte schizza fuori e viene sparata verso il soffitto. L’obiettivo è sempre metterla in buca, in porta. In una versione del lavoro, gli omini nella “traduzione" di De Bernardo sono l’immagine degli omini-uomini, quindi sono schiacciati dalla prospettiva aerea dell’immagine, non hanno spessore. È una bella metafora, perché dell’umano si tratta, quello che lui ci indica, un umano senza destino individuale, schiacciato a funzione di marionetta, mero ingranaggio, in cui il tempo è quello della presenza anonima, un tempo sospeso e diviso in due da un intervallo, il tempo della distrazione di massa. Nell’opera presentata, gli omini, che sembrano attraversare il tempo come portatori di una memoria del gioco, tolti dalle stecche, sono impacchettati in un quadro, inquadrati in una fila rigorosa a formare un rettangolo. Sono tutti disposti in un verso e quindi guardano verso lo spettatore, uno solo è rovesciato e mostra la schiena, guarda verso l’interno, verso il prato, idealmente guarda altrove. È uno scarto e una scelta decisiva e Oppy lo considera uno sguardo rivolto verso il pensiero riflettente, una posizione che fa pensare. Contraria, controvento. È l’indicazione di provarci, di essere diversi, di non fare folla, di avere il coraggio di smettere di guardare dove guardano tutti. C’è una folla anonima, importante, una grande massa, che applaude il “circo”; il suo suggerimento è quello di voltarsi perché spesso il vero spettacolo è fuori dall’inquadratura, fuori dal campo. La mostra è completata da un altro lavoro, un ingrandimento dell’omino solitario, una sorta di sua proiezione dettagliata e presentificata, e il rapporto si fa più uno ad uno, c’è il senso di un confronto diretto, con la cosa, con la sua immagine e la nostra presenza di pubblico lì di fronte.

Nel 1991, presso la Galleria d’Arte Moderna di Bologna, Maurizio Cattelan aveva presentato “Stadium”. Un lungo calcetto balilla di ben sei metri, che presentava due squadre complete, per un totale di 22 giocatori. Un team era composto da migranti, era la A. C. Forniture Sud. Faceva riferimento allo sfruttamento del lavoro sotto qualificato. Un’opera-gioco, partecipativa, che puntava il dito (qualche anno più tardi Cattelan lo ha puntato contro il potere della finanza) contro il clima xenofobo di quegli anni, cosa che non è cambiata ma peggiorata… in un Paese che ha fatto del calcio una sorta di religione sociale, anche se sono tre lustri che la sua nazionale non partecipa a gare di livello mondiale. È la bellezza alterna e ostentata del giuoco del calcio. Dal 1863, il calcio significa, secondo molti esperti, armonia e ricerca di belle giocate, manifestarsi di poderosi atti atletici, organizzazione di sofisticati schemi, ma serve andare anche oltre, oltre il risultato, oltre l’1 X 2. Il calcetto di Oppy ha smontato tutto.

Luca Scarabelli

Oppy De Bernardo (Locarno 1970). Dopo gli iniziali studi in Restauro e Pittura all’Accademia Aldo Galli di Como, si trasferisce a Brera per seguire i corsi d’Arte Contemporanea curati da Alberto Garutti.

Tra le mostre si segnalano: 2022; “Souvenir” Casa degli artisti, Milano. 2019; “Panopticon” Piazza Manzoni, Lugano. 2018; “Apolide” Piazza Grande Locarno. 2017; “Padiglione”, Jetzt Kunst N5, Berna. 2015; “Voglio vedere le mie montagne” Museo MAGA, Gallarate. 2014; “subjective Maps /disappearances”, National Gallery of Iceland, Reykjavik; 2012; Scacciapensieri, Ala Est, Museo Cantonale, Lugano (CH). 2012; “C’est la nuit qu’il est beau de croire à la lumière”, Fort Militaire de Chillon, Montreux. 2012; “La terra vista dal mare”, Museo di Villa Croce, Genova. 2012; Tu con quest’acque a rinfrescarlo impara, Antico Monastero delle Agostiniane, Monte Carasso (CH). 2012; L’ospite (e l’intruso), Risse, Varese. Charly goes Art, Zentrum Karl der Grosse, Zürich(CH). 2010; “Little Constellation”, DOCVA, Milano. 2011; Frohe ussicht, Samstagern(CH). 2011; “Fuoriclasse”, Galleria d’Arte Moderna, Milano. Nel 2008 è tra gli artisti selezionati per la XIV Edizione del Corso Superiore di Arti Visive della Fondazione Antonio Ratti di Como e vincitore nello stesso anno, del Premio Epson FAR (Fabbrica del Vapore, Milano).