Nordine Sajot – Can I tell you?
Mostra personale Can I tell you? di Nordine Sajot, a cura di Michela Becchis.
Comunicato stampa
Cosa vuole raccontare Nordine Sajot? Una narrazione lunga, articolata come un grande pop up, fatta di tanti pezzi di una storia che cercano di tessersi insieme e sporgere al contempo e per cui è bene cominciare dal senso di una parola che viene costruita con cura lungo tutta la mostra.
Partiamo quindi da Consumare parola che può vantarsi di derivare da ben due verbi latini, consumere e consummare. Il primo ha il significato etimologico di ‘prendere interamente’, e quindi ‘togliere del tutto’; il secondo, quello di ‘sommare definitivamente’. È dentro questi due significati che l’artista ci apre la porta di questo lavoro, è in questa sommatoria difficile da tenere insieme, perché a pensarci bene ‘togliere del tutto’ e ‘sommare definitivamente’ appaiono inconciliabili eppure la vita del Grande Consumatore, di quella parte di mondo che vive per consumare, si svolge in questo controsenso che solo all’apparenza non sembra disorientare. Più si consuma e più si produce uno sterminato resto, consumare diventa una patologia del sistema che elimina qualcosa spesso indispensabile e aggiunge un residuo tanto più dannoso quanto più difficilmente eliminabile. Dentro il grande accumulo di merci commestibili in cui ci conduce Nordine attraverso la messa in gioco del suo stesso corpo, si compie il paradosso anche etimologico di un consumare che si accresce a dismisura e che produce una costante superfetazione, un’aggiunta superflua e dannosa, un pleonasmo della ragione.
L’artista trasforma in visibile ciò che Sayak Valencia scrive in Capitalismo Gore «Una dimensione contraddittoria e sistematicamente fuori controllo del progetto neoliberista. L’identità iperconsumista e la sua controparte: la sempre più esigua popolazione dotata del potere d’acquisto sufficiente a soddisfare il desiderio di consumo».
Il consumo diventa una sorta di forma di lavoro imprenditoriale per esseri precari, che attraverso la capitalizzazione di un eccessivo quantitativo di cibi da consumare ottengono un altrettanto precario status che appare come la parodia della serenità, l’antidoto falso al disagio. Perché le nostre solitudini, le nostre scatole trasparenti, hanno molto a che fare con le merci e con il denaro, e spesso compriamo per poca necessità, per nutrirci troppo, per una finzione di benessere, altre volte entriamo in una corsia piena di merci super colorate per sentirci meno soli.
Quella scatola trasparente da cui il corpo essenziale dell’artista ci guarda, è l’osservazione dell’interdipendenza tra l’uomo e lo spazio del consumo che occupa: se il supermercato deve adattarsi alla realtà umana non possiamo però credere che si limiti a rispecchiarla; il supermercato influenza non solo le nostre scelte in quanto consumatori ma anche i nostri pensieri, suscitando desideri e manipolando il nostro inconscio collettivo. L’ “hyper-mercato” diventa nel lungo racconto visivo di Nordine un luogo delimitato, protetto e minaccioso al tempo stesso perché separato dalla realtà e legato a un’abbondanza che è mistificazione seppur suadente. Lo sguardo si muove come nel palazzo della filastrocca francese di Dame Tartine dove tutto è commestibile compreso il castello della signora, il dolce palazzo della felicità.
Nordine costruisce un vero e proprio panorama sul tipo di quelli che stupivano le folle nell’800, una replica verosimile della realtà capace di trasformarsi in intrattenimento, ma nel suo caso l’intrattenimento è costruito per offrire all’osservazione del mondo luminosi dettagli. L’artista coglie degli oggetti, dei comportamenti, e li strappa dal buio della nostra abituale noncuranza, dall’invisibilità; racconta oggetti che stanno costantemente sotto ai nostri occhi, ma che non siamo soliti vedere neanche quando li usiamo per celebrare il rito del consumo. Quelle posate, la forchetta in particolare, che cominciarono la loro storia sotto lo sguardo fortemente stigmatizzante della morale ecclesiastica sono ormai come ruote di un ingranaggio che, sapientemente oliato, funziona senza che ci si ponga mente e affinché rientrino nella percezione cosciente e collettiva l’artista li fotografa e li costruisce quasi in un’operazione di scomparsa cromatica o mutamento di ruolo in grado di generare un’inquietudine. L’inquietudine che si prova nel non saper gestire la percezione della nostra distratta dismisura.
Nordine crea un rapporto tra dismisura ed essenziale. Perché a fronte della dismisura pone la negazione dell’essenziale alla sopravvivenza, la richiesta inevasa che trasforma il bisogno vero in trascurabile resto. A questa cancellazione dell’umano che ha bisogno Nordine risponde con una laica metamorfosi che pure al sacro si appella. Quella richiesta necessaria e inevasa diventa ex voto.
Cosa sono quegli arti che chiedono? Sono un elemento del sacro oppure sono anch’essi ingranaggi di un perverso sistema economico? E se fossero entrambi nella loro mostruosa metamorfosi in droni e ordigni?
La domanda che ci si pone osservandoli non può che turbare. Normalmente l’ex voto rappresenta la manifestazione finale di un complesso e lungo processo. Anche se nella grande maggioranza dei casi i particolari di questo processo ci sfuggono completamente, l'itinerario che porta all'offerta votiva parte dall'evento drammatico, comunque traumatico, passa per la richiesta di intervento extraumano, continua attraverso l’auspicato esaudimento, si esaurisce con l'esposizione dell'oggetto che si offre. Tra chi chiede e chi dà si instaura un rapporto personale che viene confermato al momento di ringraziare per quanto si è ottenuto.
Lucidi e riflettenti, di foglie secche, di carta spessa questi ex voto sono la fine di un percorso che non intende rappresentare intere vite, ma fatti che nelle vite irrompono così violentemente da spezzare il tempo e per cui non rimane che l’appello al divino. Ma quei fatti non si svolgono più dentro il percorso di un’esistenza che può essere riparata e risarcita da una divinità che la Storia interrompe, quell’itinerario ora si svolge dentro il caravanserraglio delle merci.
Se Ernesto De Martino in Fenomenologia religiosa e storicismo assoluto scriveva «La 'destorificazione' religiosa dell'evento sottrae questi momenti alla iniziativa umana e li risolve nell'iterazione dell'identico, onde si compie la cancellazione o il mascheramento della storia angosciante», gli ex-voto di Nordine non sono testimoni che le leggi della natura e la quotidianità fondono dentro a un meccanismo in cui la divinità o chi per lei è stata espulsa. L’(extra)umano che a essa si è sostituito è un’enorme macchina sorda con le sembianze terribili di un magazzino luminosissimo, in cui i beni e la vita si sottraggono solo ai fondamentali bisogni. Le mani protese di Gaza affamata e straziata narrano l’orrore di migliaia di creature colpite in quanto soggetti della Storia, ulteriormente oltraggiati proprio perché espulsi da quel cammino che se non passa dal riconoscimento viene interrotto, strappato. Ed è tale la brutalità che anche il dialogo con il divino non-storico non può avviarsi. Si rimane tutti dentro un artificio che è temporale, non storico. E così gli ex-voto di Nordine, umani o meccanici, mostrano non un omaggio collettivo a una richiesta conclusasi al meglio, ma si fanno sineddoche di una muta e tragica negazione.
E allora quel cartiglio che si snoda in mostra mantiene intatto il senso che aveva nell’arte medievale, perché se lì permetteva a chi guardava di comprendere immediatamente il contesto teologico o narrativo dell'immagine, fungeva da ponte tra le figure e i testi sacri, arricchendo il significato narrativo e simbolico dell'opera, qui il suo essere ben simile ad un eliminacode ci restituisce un senso e un ruolo a cui sottrarsi diventa ben difficile. Perché noi siamo “HERE”, con un dovere umano che ci conduce ben oltre.
Michela Becchis