No war
Un dialogo serrato attorno ai temi della presenza, della vulnerabilità e della trasformazione.
Comunicato stampa
NO WAR
Mostra collettiva con
Liu Bolin
Gehard Demetz
Vito Difilippo
Dal 14 marzo al 30 Aprile 2026
Galleria Vento Blu
Via Conversano 14
Polignano a Mare
La Galleria Vento Blu è lieta di presentare NO WAR, mostra collettiva che inaugura il 14 marzo 2026 alle 19.30 negli spazi di Via Conversano 14 a Polignano a Mare, riunendo le opere di Liu Bolin, Gehard Demetz e Vito Difilippo in un dialogo serrato attorno ai temi della presenza, della vulnerabilità e della trasformazione.
Il titolo della mostra si configura come dichiarazione critica, come presa di posizione che attraversa il presente interrogando il conflitto nelle sue molteplici declinazioni. La guerra evocata, sistemica e simbolica, si manifesta nell’annullamento dell’identità, nella tensione tra individuo e struttura sociale, nel rapporto instabile tra natura e artificio, tra infanzia e perdita.
In un tempo segnato dalla sovrapproduzione delle immagini e dalla saturazione dello sguardo, NO WAR sceglie di rallentare e di scavare, costruendo uno spazio espositivo concepito come dispositivo critico con artisti che, mediante il loro mezzo espressivo, attivano un campo di forze in cui linguaggi e sensibilità differenti si confrontano e si rispecchiano.
Le quattro opere di Liu Bolin in mostra testimoniano la centralità del corpo come luogo di resistenza. Attraverso la pratica della mimetizzazione, l’artista trasforma la sparizione in gesto politico: il corpo, dipinto fino a confondersi con lo sfondo urbano o simbolico, diviene superficie di denuncia e atto di disobbedienza silenziosa. Le immagini fotografiche, esito di performance lente e meticolose, condensano pittura, azione e spazio in un’unica stratificazione visiva, invitando lo spettatore a un esercizio di attenzione e consapevolezza. La dissoluzione dell’individuo non si traduce in annientamento, ma in trasformazione; l’artista si fa paesaggio, merce, archivio, attivando una riflessione radicale sull’identità contemporanea.
Accanto alla strategia della sottrazione messa in atto da Bolin, la ricerca di Vito Difilippo introduce una dimensione di espansione materica. Le sue tele, caratterizzate da stratificazioni dense e da cromie complesse, trattengono l’energia primaria del paesaggio pugliese, emancipandosi dalla rappresentazione per farsi vibrazione pura. La pittura si configura come materia viva, attraversata da forme organiche che evocano un paesaggio interiore radicato nella Murgia e nel mare e proiettato in una dimensione universale.
La riflessione sulla materia trova ulteriore sviluppo nelle sculture in pietra appartenenti alla serie dei “Sassi”, opere in cui l'elemento primario e stabile per eccellenza viene incrinato, contaminato e ferito, generando cortocircuiti visivi e concettuali. La crepa diventa luogo generativo, metafora di una condizione esistenziale in cui fragilità e forza coesistono. La contaminazione tra naturale e artificiale si configura come cifra strutturale della ricerca di Difilippo, restituendo un’estetica della coesistenza e della tensione fertile.
Il percorso espositivo si completa con le nuove sculture lignee di Gehard Demetz, che introducono una dimensione raccolta e perturbante. Le sue figure, sospese in una condizione liminale, emergono come presenze trattenute, colte in un momento di silenziosa intensità. L’infanzia, tema ricorrente nella sua ricerca, è privata di ogni componente nostalgica per diventare soglia, stato di passaggio in cui identità e fragilità si intrecciano.
Il legno, con le sue venature e cicatrici naturali, conserva la memoria del tempo e dialoga con la superficie levigata della scultura, generando un equilibrio sottile tra controllo e imprevedibilità. In questa tensione trattenuta si manifesta la capacità dell’artista di rendere visibile ciò che normalmente resta sotto la superficie.
NO WAR si configura così come un attraversamento progressivo di stati: dall’invisibilità alla saturazione, dal silenzio all’urgenza, dalla superficie alla profondità. Tre linguaggi, tre geografie e tre temperature espressive differenti convergono in una riflessione condivisa sul corpo come campo di conflitto e di riconciliazione, sulla materia come luogo di verità, sulla fragilità come possibilità di trasformazione.